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Pagare i giornali, ma non uno per uno

Me lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato ma è stata comunque una sorpresina sgradevole. Accedo dall’iPhone al Corriere della Sera versione mobile. Mi compare il temuto annuncio dalla grafica stile necrologio: «stai per entrare in un’area riservata». Se vuoi vedere il cammello, caccia la lira. 9 centesimi a pagina che, con la fruizione che faccio io abitualmente del Corriere, significa mi conviene di gran lunga prendermi il mal di pancia di comprare la carta, che spendo la metà. Potrei passare a Repubblica sul mobile, non fosse che il contenuto di notizie “free” è stato seriamente depauperato. Quattro notizie in croce, poca roba. L’alternativa è l’applicazione – anch’essa paywallata, poco poco siamo sui 4 euro al mese, così come per il Corriere. Il mio amato New York Times tra un po’ si farà pagare anch’esso e non sarà l’ultimo. Lo dicevo io, che stava arrivando.

Una questione di soldi, tanti soldi

Certo, non mi fa piacere. L’animale economico che è in me rimpiange la perdita di contenuto gratuito. Ma quello che più di tutto mi disturba non è il dover pagare. Al di là delle inevitabili reazioni emotive ed ideologiche, sta di fatto che se la pubblicità non regge più il modello dei quotidiani online, i soldi con cui pagarsi il servizio è lecito che li facciano saltare fuori da qualche altra parte – e il modello del pay per content è sempre lì in agguato. Quello che però mi disturba è che questo sistema riporta molto indietro il mio orologio del confronto delle fonti. Mi inibisce la possibilità di sentire diverse campane, di accedere a più testate, di consumare abbondanti quantità di informazione. Questo modello, sorry, mi sa che non funzionerà.

Se l’abbonamento di Repubblica potrebbe essere anche conveniente, il Corriere mi sta dicendo che se voglio leggere anche loro devo raddoppiare la posta. Riportando l’orologio ai tempi pre Internet. Dunque se vorrò leggere più di una testata con un minimo di approfondimento dal mio iPhone, dovrei cacciare dei soldi francamente importanti. In alternativa legarmi a un solo carro e con tutta onestà oggi non so a quale giornale potrei mai dare l’esclusiva della mia informazione.

Capisco di più far pagare un abbonamento a 9000 euro l’anno per una rivista che uno a 44 e rotti per un solo quotidiano. Da persona di business dico che il modello “ognuno per sé e Dio per tutti”, è corretto dal punto di vista della concorrenza. Dal punto di vista dell’uomo di marketing (e consumatore “heavy”) dico che rischia di dare una botta al mercato. E forse, lo sappiamo, è meglio avere una fetta un po’ più piccola di un mercato grosso che una bella fettona di un mercato ridicolmente piccolo. Insomma, se nel mondo del content e di internet le idee non sono generalmente chiare, qui proprio le idee sono confuse. E senza una via di uscita, applicare piani tariffari che mirino alla “ne resterà uno solo” rischiano di rompere il giocattolo.

Una bella tassa o Sky?

Una possibile soluzione etico/ideologica potrebbe essere una bella legge di intervento pubblico a sostegno dell’editoria digitale. Diamo a tutte le testate un contributo annuale dallo stato e loro in cambio liberalizzano l’accesso al contenuto su Internet e mobile. Chiamiamola “diritto all’informazione digitale”. A parte il fatto che, di questi tempi e col deficit pubblico che abbiamo, sarebbe divertente capire da quale parte del bilancio statale potremmo far saltare fuori quei soldi. E comunque l’approccio assistenzialistico, l’ombra del carrozzone, il potenziale di ricatto (diamo i soldi sì, ma solo a quelle testate che…) non sarebbe per niente 2.0

Io mi sto veramente domandando se il modello giusto non ce l’abbia Sky. Onestamente: non avrei mai fatto un abbonamento a Nat Geo, uno a Fox, uno a MTV, uno a Discovery, pezzo per pezzo, euro per euro, costi che si sommano, complicazioni che crescono. Una bella flat fee mensile che combina più fornitori di content, invece, l’ho sottoscritta con piacere. E poi sono cavoli loro come si suddividono le revenue, io intanto navigo (pardon, guardo la tv) libero e sereno, galoppo per le verdi praterie del contenuto televisivo (in media per 20 minuti al giorno). Forse quella è la strada che si potrebbe prendere per il Pay per content. O si può chiedere di fare una scelta monodirezionale, monotestata a pagamento. In quel caso, mi dispiace, sarò ancora tanto 1.0 ma in modalità mobile c’è sempre il sano quotidiano sul tavolino del bar.

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Foursquare e gli altri, tutta mia la cybercittà

Gli americani sono spesso vittime dei facili entusiasmi. In Rete, dove il fenomeno non fa eccezione, esperti, appassionati e smanettoni sono da sempre alla continua ricerca della next big thing, la prossima rivoluzione che cambierà il volto di internet. Noi italiani, che l’evoluzione del web e di internet la viviamo quasi sempre di riflesso, non possiamo che guardare con attenzione, tra curiosità e scetticismo, il proclama di turno. Una delle startup su cui ricadono le prime attenzioni del 2010 è senza dubbio Foursquare, cugino dello sfortunato Dodgeball.

Ad accomunarli, oltre la forte connotazione mobile è il fondatore stesso, quel Dennis Crowley che aveva accusato Google di non aver creduto abbastanza nelle potenzialità di Dodgeball dopo la sua acquisizione nel 2005. Non è poi un caso che in entrambi i servizi ritroviamo la pallina e una grafica molto simile nel logo. Il New York Times definisce Foursquare un incrocio tra un servizio per restare in contatto con gli amici, una guida alla città e un videogame da bar. È un gioco sociale che vive di localizzazione: Foursquare abbraccia alcuni dei cambiamenti tecnologici e culturali degli ultimi anni: la diffusione dell’internet mobile, le funzionalità Gps di smartphone e cellulari e la tendenza a condividere i propri dati online.

Sindaco

Attraverso la pratica del “check in” dal cellulare, ossia un semplice aggiornamento sulla propria posizione geografica, dal parco al ristorante, da un museo a un locale, ogni utente può entrare in contatto con altre persone, incontrare amici e conoscerne di nuovi. E fin qui nulla di nuovo. Altre startup come BrightKite, Loopt o lo stesso Google Latitude offrono servizi che permettono di trovarsi e restare aggiornati. La stessa possibilità di inserire recensioni, commenti e consigli su locali e ristoranti non è una novità per le guide online fatte dagli utenti.

Piuttosto sono gli aspetti ludici e di competizione con la propria rete sociale che hanno conquistato il pubblico di Foursquare. Una delle più brillanti caratteristiche introdotte del servizio sono i badge. Si tratta di colorati riconoscimenti da associare al profilo personale per attestare la vivacità della propria vita sociale. Ogni badge ha un suo significato: dai primi passi come Newbie alla Superstar, dal viaggiatore al “Party Crasher”. La persona che visita un luogo più di frequente ne diventa il “sindaco”. Una carica temporanea e per lo più simbolica, ma che ha avviato una sana competizione tra gli utenti, interessati a definire il loro spazio di azione e ad affermare la propria “supremazia”.

Proximity marketing

Queste dinamiche non sono passate inosservate alle attività commerciali più attente. Succede così che i coffee bar alla moda di Londra, come il Dose Espresso, premino i consumatori più fedeli con caffè gratis, mentre i sushi bar di tendenza offrano al sindaco della settimana un piatto gratis. Ricordate i primi esperimenti di proximity marketing, quando nei centri commerciali e nella banchine del tram venivamo avvisati di attivare il bluetooth per essere pronti a ricevere sconti e contenuti promozionali? Archiviati i fallimenti e le scomodità del dente blu, Foursquare si sta rivelando una nuova opportunità di promozione attraverso il passaparola delle persone più attive.

Gli utenti naturalmente non potevano che apprezzare le rinnovate attenzioni nei loro confronti. Le iniziative hanno ulteriormente alimentato il passaparola, fino a suscitare l’interesse anche di altri esercizi commerciali, pronti ad incentivare la loro popolarità all’interno del servizio con omaggi ai clienti più connessi e attivi. E sono solo alcune delle tante modalità in cui le persone possono utilizzare Foursquare per i propri scopi. È infatti la stessa community, considerata realmente dagli sviluppatori parte fondamentale del servizio, a ridefinire l’uso: c’è chi ha iniziato a proporre delle guide personali alla città attraverso dei punti chiave da attraversare tramite check-in e chi si è inventato delle maratone di caccia al tesoro sparse su più città, nelle quali i partecipanti della stessa squadra spesso non si sono mai incontrati se non online. D’altronde, quando ci si lascia prendere dal gioco, si fa presto a cambiare le regole.

Real life

Un altro punto di forza del servizio è l’integrazione tra online ed offline. Normalmente i servizi social concentrano la loro offerta sulla relazionalità online: ci si incontra e si dialoga in Rete, legando ogni scambio al contesto web. Poi si chiude e si ritorna alla “real life”. Foursquare, come gli altri servizi mobile, permette di estendere l’esperienza di relazione al mondo fisico. Ci si conosce online per trovarsi offline e viceversa, con buona pace di chi vuole la Rete come uno spazio di isolamento.

C’è poi da affrontare la questione privacy. Fino a che punto siamo disposti a condividere e dare in pasto alla Rete abitudini, esperienze e opinioni? Quali saranno i rischi legati alla  rinuncia di sempre più dati personali? Proprio in questi giorni il sito PleaseRobMe – letteralmente Derubami – raccoglie in tempo reale da Twitter i messaggi delle persone che escono di casa, lasciando la propria abitazione vuota e pronta da svaligiare. Un esempio provocatorio ma molto efficace per mostrare le conseguenze che può avere una spensierata condivisione delle informazioni personali.

Emergenti

Nonostante l’importante accordo con Vodafone UK annunciato qualche giorno fa, Foursquare non avrà vita facile nei prossimi mesi. Esistono numerosi progetti importanti che cercheranno di spodestare o, quantomeno ridimensionare, la supremazia attuale. Gowalla, per esempio, può essere considerato a tutti gli effetti un mobile social game. Il servizio prevede che gli utenti scoprano, propongano e condividano, a mo’ di caccia al tesoro, luoghi rilevanti (spot) nelle città, per guadagnare dei punti nel proprio passaporto virtuale a ogni check-in. I luoghi possono essere normali o tematici, come percorsi culturali, sportivi, fashion o anche tour alcoolici, come avviene già in alcune city britanniche.

Altra applicazione interessante è Nike True City, servizio del colosso americano dell’abbigliamento disponibile per iPhone, che permette di scoprire e condividere locali e luoghi meno conosciuti, come pub, locali, punti di ritrovo, ecc.. di sei diverse città europee (per ora son disponibili Milano, Londra, Berlino, Parigi, Amsterdam, Barcellona). L’applicazione inoltre integra un lettore di QR code, capace di leggere i messaggi criptati che riempiranno gli angoli più o meno sconosciuti delle città coinvolte. E c’è da pensare che Nike non sarà la sola a voler giocare nascondendo iniziative, eventi o sconti speciali a questa particolare community.

Marketing turistico

Se “rendere visibile l’invisibile” è un ambizione non da poco, è anche vero che piattaforme di condivisione che combinano elementi sociali e tecnologie mobile stanno ponendo le basi per la creazione delle guide di prossima generazione delle città: itinerari realizzati e declinati su interessi specifici e approvati dalla propria rete di contatti sono la migliore garanzia di pertinenza dei contenuti ai gusti e alle preferenze personali. Con sviluppi in termini di marketing turistico da non sottovalutare.

Nel frattempo resta da chiedersi se veramente la vita in un prossimo futuro sarà vissuta in stile MMO, come ha sostenuto il visionario game designer Jesse Schell al summit DICE 2010. Tramite sensori legati alla persona si potrebbero guadagnare punti per ogni attività quotidiana: dal lavarsi bene i denti, fare velocemente le commissioni domestiche o scegliere l’autobus al posto dell’auto per andare al lavoro. La vita come all’interno di un gioco; chissà come sarebbe.

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Vita, morte ed emozioni nell’era dei social media

Alejandra è un’adolescente cilena. L’hanno trovata sotto le macerie, vittima del terremoto, con indosso la maglietta del suo gruppo musicale preferito, abbracciata a un loro poster. Il gruppo è quello dei Jonas Brothers, boy band uscita dal canale Disney Channel e che è entrata nelle vite di milioni di adolescenti in tutto il mondo. La storia di Alejandra la conoscono molti degli abitanti più giovani dei social network perché, per molte ore nei giorni scorsi, su Twitter uno dei trending topic era #ripalejandrajonas e ha accomunato in una grande cerimonia mediale attraverso la Rete i fan e gli stessi Jonas Brothers.

2 Marzo 6:31 PM

Sono stati proprio gli idoli che, attraverso il loro canale ufficiale e i profili di Nick e di Joe (due dei tre fratelli), hanno lanciato il topic scrivendo: #RIPAlejandraJonas and all the people of Chile our hearts go out to you. We love you. È bastato questo per accendere la comunità che ha usato la forma del retweet per rilanciarlo. Il retweet viene usato dalle comunità su Twitter, in particolare da quelli dei più giovani, in modo simbolico e strategico. Da una parte è una forma di riconoscimento di appartenenza al gruppo: il retweet era puro rilancio o con breve annotazione prima del RE, tipo I’m sad :( . Dall’altra ha la funzione di affermazione del gruppo, permettendo al topic scelto (#RIPAlejandraJonas) di scalare la classifica affermandosi come trending topic.

E così leggere il flusso di Tweet in lingue diverse, con ragazzi e ragazze che completano il loro nome aggiungendo “Jonas” – DixyJonas, daniela_jonas22 eccetera – e con le foto del profilo che mostrano uno dei tre fratelli Jonas, significa muoversi attraverso una realtà in cui da semplici spettatori i fan mostrano la loro natura di pubblici connessi, rilanciando la loro passione ma anche la loro voglia di mostrare le potenzialità dell’essere connessi. Molti messaggi chiedono esplicitamente, come se ce ne fosse bisogno, di rilanciare il topic scelto per farlo arrivare tra i primi e farlo permanere per più tempo possibile. Come fosse una candela digitale accesa, attorno alla quale stringersi, accomunati dalle loro vite da fan e dal desiderio di condividere un’esperienza mettendo in connessione, attraverso la Rete, le loro vite e quella di Alejandra: «I am glad to be part of the Jonas family. :) we are made of strong, mature girls», ripetono come un mantra molti retweet. E quelle italiane: «Molto coraggiosa per morire con loro..li amava a tal punto che è stata la prima cosa a cui ha pensato prima di morire», «riposa semplicemente in pace,la tua famiglia è qui,chiede solo che tu possa essere felice,PER SEMPRE», «so che fa parte della nostra famiglia..siamo tutti una grande famiglia..e queste cose ti fanno rimanere sconvolta».

3 Marzo 4:55 PM

Ma le dinamiche del fandom si scatenano anche in momenti come questi. Così alcuni fan di Justin Bieber, altra baby star americana, “avversari” di topic di quelli dei Jonas Brothers, si inventano una vittima, Madison Bieber, creando un caso di hoax via Twitter che per alcune ore crea non solo confusione e indignazione, ma sovra stimolazione emotiva in Rete. La cosa dura pochissimo. Nella realtà dei pubblici connessi la reputazione è un requisito costitutivo, così immediatamente moltissimi tra i fan stessi di Justin Bieber cominciano a richiedere attraverso i loro Tweet di mostrare la loro postando: «ATTENTION!ATTENTION! ALL BIEBER FANS! Jonas fans are calling all of us heartless an hypocris. Pleas prove them wrong!RT #RIPAlejandraJonas».

E #RIPAlejandraJonas risale al #2.

Intanto la pagina Twitter di Alejandra, dove possono leggere il suo ultimo messaggio da fan «yA ME VOY. CHAU LAS QUIERO JONATICAS LOQUILLAS! :D 123 ESTOY OFFLINE AHORITA ADIOS!», ha in poche ore una crescita esponenziale di followers (quasi 7.000), un gesto che mostra come la connessione assuma un valore simbolico forte, ad alta emotività. È solo nell’epoca in cui i social media consentono di mettere in connessione i contenuti generati dagli utenti in tempo reale che è possibile per una cerimonia mediale assumere le fattezze di una processione conversazionale. È fatta di un flusso di tweet che ti permettono di condividere e partecipare e di far corrispondere il tuo dolore emotivo allo scalare di una classifica: più twittiamo più il nostro topic sale. Perché il dolore (o un’emozione) all’epoca dei social network deve essere visibile, condiviso, accessibile, ricercabile e moltiplicabile.

4 Marzo 8:57 PM

A volte però emotività e precisione informativa non coincidono. I topic vengono rilanciati sulla fiducia del semplice appartenere ad un gruppo, fidandosi gli uni degli altri, lasciandosi trascinare più dall’emozione del momento che dal dubbio, confidando che la “connessione” sia di per sé un valore di autenticità. E la storia di Alejandra ci racconta anche questo, quando – dopo quasi 72 ore (o meglio: dopo quasi 3 giorni, se volessimo utilizzare una prospettiva biblica) – nel suo profilo Twitter compaiono due messaggi: «hola a todos, quiero desmentir lo de mi muerte!!!!! estoy viva!!! por favor quiero saber quien invento esto» e «el terremoto ha sido muy terrible pero estoy bien, gracias a Dios mi familia». Ai quali seguono altri due che parlano al pubblico connesso dei fan dei Jonas Brothers e agli stessi Jonas: «@Jonasbrothers hello, my name is Alejandra, I´m from Chile, sb said that I was dead, but obviously it is not true»; «My house is full of water, we are trying to survive, but I´m alive, thank you very much Jonas for your support, love you».

Una vera e propria resurrezione mediale. Che non soddisfa tutti. Tanto che le migliaia di follower acquisiti dubitano di chi realmente stia scrivendo, sospettano, chiedono prove. Ma nel giro di qualche tweet Alejandra, investita di tutta la popolarità che la Rete sa costruirti attorno, comincia a rispondere a distanza spiegando che adesso è ospite dallo zio, che sì lo zio ha internet e un computer sul quale scrivere, ma che no, non riesce ad andare a scattare foto della sua casa allagata. Alejandra scrive, scrive di sé e della gente del Cile e il suo racconto parla del dolore di una popolazione che ha perso tutto, che cerca di rialzarsi con dignità, che sente il calore della solidarietà del resto del mondo.

E alla fine, forse, quello che resta di tutta questa vicenda è proprio questo senso di solidarietà e il calore che scaturisce nello stringersi attorno ai tweet. Un calore digitale che i racconti connessi della Rete, tra ambiguità ed emotività, sembrano riaccendere.

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Ci ho provato e ce l’ho fatta, una storia d’Africa

«Prima che scoprissi il miracolo della scienza, la magia governava il mondo». Così inizia The boy who harnessed the wind, il libro che racconta la storia di William Kamkawamba, un ragazzo del Malawi che a quattordici anni ha costruito un mulino a vento con alcuni pezzi di scarto. Voleva rifornire la sua casa di elettricità e fare qualcosa per non essere condannato a lavorare la terra della sua famiglia tutta la vita. La sua storia ha commosso prima la blogosfera africana, poi la platea della Ted Conference ad Arusha (Tanzania) nel 2007, e, da qui, è rimbalzata sulla prima pagina del Wall Street Journal fino poi a diventare un libro, scritto in collaborazione con il giornalista dell’Associated Press Bryan Mealer e ora tradotto in italiano da Rizzoli.

Oltre le circostanze

Una vicenda che sembra uscita da un romanzo, più che esserne il contenuto, e il cui aspetto più sorprendente,  scrive Ethan Zuckerman «non è l’improbabile sequenza di eventi che hanno portato William dall’anonimato alla prima pagina del Wall Street Journal, ma il fatto che la sua creatività e le sue ambizioni non siano state cancellate dalle circostanze». L’Africa di William, infatti, è un paese dove la notte gli stregoni rubano la testa agli uomini e ci giocano a calcio, le gomme da masticare potrebbero essere avvelenate da una pozione magica, e il candidato alla presidenza promette scarpe per tutti ma poi ritratta subito dopo l’elezione. Un paese dove convive scienza e magia, speranza e rassegnazione, ingenuità e creatività.

Qui, nel 2001 William trova un vecchio libro in una sperduta biblioteca vicino a Wimbe, il villaggio del Malawi dove vive. Si intitola Using energy e sulla copertina c’è una lunga fila di pale eoliche. «Non sapevo che cosa fossero», scrive William, «tutto quello che vedevo erano torri bianche con tre pale che si alzavano verso il cielo come giganti». In quel periodo il Malawi è colpito da una grave carestia. William mangia una sola volta al giorno, e non frequenta la scuola perchè i genitori non possono permettersi di pagare la retta. «Immaginate che una forza ostile abbia invaso la vostra città e che la sconfitta sia praticamente certa», legge William nel libro, «se  serve un eroe per salvare le vostre sorti, provate a cercare nella più vicina università e portate uno scienziato in battaglia».

Meravigliosamente solo

Dopo aver raccontato come Archimede durante l’assedio di Siracusa utilizzò gli specchi per bruciare le navi dei romani, il libro spiega il potere dell’energia e come funziona un impianto eolico. «Tutto quello di cui ho bisogno è un mulino», conclude William, «con un mulino posso stare sveglio la sera a leggere invece di andare a letto alle sette come tutto il resto del Malawi. E posso procurare acqua per irrigare i campi di casa, così da non soffrire più la fame». In un paese, come il Malawi, in cui solo il 2% della popolazione possiede l’elettricità, ma il vento soffia quasi ininterrottamente giorno e notte, l’idea di William non è poi così bizzarra, come invece, appare a familiari e agli amici che seguono l’impresa i primi con preoccupazione, gli altri con un fare scherzoso.

Inizialmente William cerca di spiegare, di coinvolgerli, poi rinuncia e decide di mettere tutti davanti al fatto compiuto. Si rifugia in una discarica, dove era solito giocare da bambino, che gli appare improvvisamente una «miniera d’oro», un posto dove poter stare «meravigliosamente solo», dove dimenticare la delusione per non poter frequentare la scuola, e soprattutto dove trovare i pezzi necessari per il suo mulino. Trova un ventilatore di un trattore, delle grosse lame arruginite, un enorme assorbitore d’urto (cuscinetto), un pistone, una bobina arruginita e così via. Pezzi che nei giorni seguenti assembla come quelli di un puzzle e che man mano prendono forma.

Non ero pazzo

Il momento in cui William riesce ad avviare il mulino e a illuminare la sua stanza è tutto da leggere. Non è possibile raccontare l’emozione che si prova immaginando la scena: la gente che si raduna intorno aspettando il suo fallimento (perchè almeno, così, è più facile accettare la rassegnazione), i timori e le speranze della madre e delle sorelle, il cuore di William che batte mentre cerca di avviare il mulino muovendo il raggio della bicicletta, fino a quando, poi, appare la luce e tutti intorno iniziano ad applaudire mentre William saltando grida: «Ve l’avevo detto che non ero pazzo».  Un urlo liberatorio che ha il sapore di una rivincita nei confronti degli increduli ma soprattutto di un paese che non gli permette di avere quanto desidera.

Quello che n’è seguito è per certi versi ancora più sorprendente, se si pensa che William non aveva conoscenti, amici, patroni che si prendessero cura di lui e della sua invenzione. Almeno fino a quando, qualche anno dopo, nel 2006, Hartford Mchazime, un docente legato a una Ong, decide di farsi quattro ore di macchina (richiamato da alcuni colleghi che avevano visto il mulino) per andare a conoscere quel ragazzo che aveva imbrogliato il vento. «Quello che ha fatto vostro figlio è sorprendente», spiega Mchazime ai genitori di William, «e questo è solo l’inizio. Ho la sensazione che vostro figlio farà strada e vorrei che voi vi foste pronti».

TedGlobal

Mchazime convoca i giornalisti delle più importanti testate del Malawi, che pubblicano foto e interviste. Decide poi che William debba riprendere al più presto gli studi, non c’è più tempo da perdere, e non riuscendo ad ottenere la risposta che vuole da diverse scuole, si reca direttamente al Ministero dell’istruzione che provvede a iscrivere di William – non senza mostrare prima alcune resistenze – in una scuola a un’ora di strada dal suo paese. Nel frattempo Emeka Okafor, famoso blogger nigeriano e imprenditore, nonchè direttore del programma della TEDGlobal conference del 2007, legge su un blog malawiano la vicenda di William, e decide di invitarlo come ospite all’evento.

«Non sapevo ancora dove si tenesse la conferenza, immaginavo a Lilongwe», racconta William, «così inizio a immaginarmi per le strade della capitale. La gente dice che Lilongwe è piena di ladri ma non avevo paura. Se qualcosa fosse successo, avevo deciso, sarei entrato in un mercato e avrei chiesto aiuto a una donna. Le donne ti aiutano sempre». La conferenza, invece, si tiene ad Arusha, in Tanzania, e William per la prima volta prende un aereo e dorme in un albergo: «Un hotel? Starò in un hotel? Pensavo che avrei dorminto in una guesthose vicino a una di quelle zone rumorose dove sta la porvera gente». Ad Arusha, il giorno della conferenza, William, per la prima volta prova un computer, naviga su internet e fa una ricerca su Google naturalmente con la parola “mulino”. Poi arriva il momento di salire sul palco, le gambe gli tremano, le parole svaniscono, Chris Anderson lo guida, ma è proprio la sua semplicità e il suo essere impacciato che colpisce la platea.

I try and I made it

Alla fine del racconto tutti si alzano in piedi per applaudire, qualcuno è commosso. «I try and I made it», diviene il tormentone della conferenza. William è felice. «Per la prima volta nella mia vita», commenta nel suo libro, «mi sono sentito circondato da persone che capivano quello che avevo fatto. Un grande peso aveva lasciato il mio petto. Potevo rilassarmi. Ero finalmente fra colleghi». William Kamkwamba oggi vive in Sudafrica, dove grazie a una borsa di studi frequenta l’African Leadership Academy a Johannesburg. In Malawi ha costruito un mulino ancora più grande per illuminare non solo la sua casa, ma anche il suo villaggio e per questo negli Stati Uniti ha ricevuto diversi premi. Di lui Nicholas Negroponte ha scritto: «La genialità di William sta nella sua ingenuità». Mentre Chris Anderson, direttore di Wired: «Mi piace scoprire quanto possiamo imparare da chi non ha nessuna possibilità».

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I codici a barre su Panorama, è solo l’inizio

Da Wired me lo aspettavo. Da Panorama, onestamente no. Sto parlando dei QR Codes, quei codici a barre di cui ogni tanto parlo. Visti sul primo numero di Wired ci stavano: tecnologia, crossmedialità… poi sono un po’ spariti dal geek-mensile. Da Panorama (rivista che frequento un po’ meno) invece non mi aspettavo questa incursione nella tecnologia, anche perché ho scoperto che non sono state operazioni spot, di buzz generation, ma sono una costante della rivista; in ogni numero un piccolo contributo di arricchimento crossmediale ad alcuni articoli. La faccenda mi ha stimolato la curiosità e ho approfittato di un’occasione (una collaborazione con Panorama First) per fare un po’ di domande in giro e capire cosa c’era sotto, se c’era un pensiero, e quale.

Così sono andato a chiedere a Filippo Gramigna, publisher dei periodici maschili di Mondadori e l’ho un po’ intervistato. Dato che non sono bravo a prendere appunti e a fare il bravo giornalista, riassumo drasticamente i punti chiave della chiacchierata, che sembrano soddisfare tutte le critiche di noi geek, commentatori digitali, opinionisti virtuali, profeti di sventure terribili per le riviste tradizionali se non si danno una mossa verso un cambio dei modelli editoriali (e anche dei modelli di business, ma questa è una storia più complicata ancora).

Una foto del progetto

Alla mia domanda sul perché questa operazione, Gramigna risponde: «In effetti l’uso dei QR code per Panorama risponde a una strategia editoriale; è il primo passo di un cammino di innovazione, che nasce da un chiaro rendersi conto che la carta stampata deve evolvere per continuare a fare numeri e lettori. L’operazione è attiva già dal mese di dicembre 2009 ed è previsto continui su base regolare, con in media una decina di codici per ogni numero, che portano a contenuti multimediali correlati agli articoli, come foto, immagini, musiche, filmati. E la sperimentazione sta dando risultati interessanti in questa esplorazione del potenziale crossmediale della rivista: se il primo numero ha visto oltre 50.000 accessi a contenuti attraverso i QR codes, oggi siamo in media a 10.000 accessi per ogni numero». Scopro poi che Panorama non è l’unica testata coinvolta nel progetto: «Questa tecnologia è stata estesa anche a Ciak e a Economy, che ha realizzato un sondaggio d’opinione attraverso un codice posto in copertina».

A questi punto mi è stato impossibile trattenermi dall’ ipotizzare che stiano facendo delle belle pensate su come monetizzare questi accessi. «Uno dei modi in cui stiamo lavorando a questo aspetto è quello di coinvolgere gli inserzionisti del giornale nell’uso dei codici, attraverso meccanismi pubblicitari studiati ad hoc». Il fatto che non si tratti di una sperimentazione tocca e fuggi mi sembra poi confermato dal fatto che l’inserimento dei codici è stato integrato nel sistema editoriale, quindi è direttamente il giornalista che crea in autonomia il proprio codice e lo inserisce nell’articolo attraverso i software che usa per scrivere gli articoli. Il senso dell’operazione è comunque, a quanto dichiarato, di portata più ampia: è un’esplorazione delle potenzialità della crossmedialità senza fermarsi al codicillo (invero bruttino, lo si potrebbe rendere più sexy) così come lo vediamo.

Il primo passo sarà quello di arricchire la piattaforma andando a esplorare le declinazioni in ambito di couponing, di concorsi, di geolocalizzazione. L’aspetto più interessante è però che i codici a barre sono solo il primo passo di un percorso di evoluzione tecnologica. E il prossimo passo su tecnologie diverse (non mi è stato rivelato quale, ma ho imparato a gestire la mia curiosità infantile) si vedrà proprio nel numero in edicola questa settimana, per poi estendersi a applicazioni di grande impatto mediatico nei prossimi mesi.

Un inizio?

Per Panorama pare di sì. A questo punto sarà interessante stare a vedere come si muoverà il resto del panorama editoriale, specialmente se questo tipo di applicazioni riusciranno a smuovere tre fattori chiave: il numero dei lettori, il ritorno o l’accesso per la prima volta di lettori non abituali verso la carta e le revenue pubblicitarie. Qui si tratta di esplorare le possibili interazioni tra carta e web che sono state francamente molto trascurate in quella corsa che ha caratterizzato i primi dieci anni del nostro web. Un corsa che ha sempre messo in contrapposizione la carta, il tradizionale contro il digitale, il nuovo; fallendo finora nel costruire significative integrazioni editoriali su piattaforme diverse.

Pur togliendosi il cappello di fronte a siti di eccellenza come quello del New York Times, va rilevato che carta e digitale sembrano percorrere strade parallele, sostitutive e finora ben poco complementari e integrative. Forse si può fare di più. E non mi farebbe schifo se un po’ di innovazione partisse dalle aziende di casa nostra.

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Anafore, le parole che non ti ho digitato

Google invade le nostre vite. Google spunta in ogni angolo del nostro web. Google potrebbe levarci in un colpo solo mail, documenti, statistiche, video, mappe, conoscenza. Google sa troppe cose di noi. Google è cattivo perché fa vedere i video in cui i giovani si picchiano e fanno le cose brutte. Esagerazioni e battute a parte, il motore di ricerca più famoso del mondo è in effetti diventato una presenza molto ingombrante nella vita degli utenti web, grazie all’indubbia capacità dell’azienda di Mountain View di fornirci alcuni prodotti diventati degli standard. E se a un livello più alto questo genera un dibattito tra addetti ai lavori su posizioni dominanti, rispetto della privacy e necessarie regole e bilanciamenti, anche negli utenti medi e “light” possono nascere delle domande.

Infatti noi ci siamo abituati a molte cose, ma mettendoci nei panni di un utente meno disinvolto appariranno subito una serie di cose che possono ancora impressionare, come il vedere che Google ci propone degli annunci in base al contenuto delle nostre mail, si ricorda del posto in cui ci troviamo e dove volevamo andare, si affretta a suggerirci la domanda che iniziamo a digitare.

A Google puntano ad accompagnarci in ogni momento della nostra vita sempre più connessa, mostrandosi come un amico al quale è normale chiedere senza preoccuparsi di svelare troppo. Loro lo sanno benissimo e, forse, stanno cercando di costruire  una “poetica” intorno a tutto questo. Basta guardare uno degli spot televisivi in onda proprio in questo periodo (segnalato sul Manteblog), dove una storia d’amore è raccontata tramite il form di ricerca più popolare del mondo, protagonista assoluto e narratore silenzioso di un racconto  a colpi di clic.

Sullo stesso principio è basato un gioco proposto da Enrico Sola, un blogger italiano noto come Suzuki Maruti. Sul suo blog sono comparsi i primi esperimenti di un passatempo chiamato Anafore, approdato in seguito anche sul magazine di Grazia. A stimolare la fantasia del blogger sono stati i suggerimenti di ricerca, che Google fornisce mentre state digitando nel campo “ricerca”. Quella funzione che, mentre voi iniziate a scrivere una parola o una frase, prova a indovinare cosa potrebbe servirvi, dicendovi nel contempo qualcosa sulle ricerche più diffuse, con esiti a volte sorprendenti.

Proprio come nella figura retorica chiamata anafora, Suzuki Maruti usa questa  funzione per formare piccole storie le cui parti iniziano con le stesse parole, puntando a risultati surreali. Per esempio, il solo digitare le tre parole “mi ha detto” dà vita a una successione di eventi, una mini-storia che comincia con un dubbio e finisce con una rottura. Se il gioco vi diverte potreste provare anche voi a riprodurlo. Nel peggiore dei casi scoprirete qualcosa di più di quello che  “la gente” cerca su Google.

Potrebbe essere anche un modo leggero per interrogarsi di fronte a strumenti che riescono a suscitare grandi entusiasmi e molta diffidenza,  a volte anche contemporaneamente. Come nel caso di Wave e Buzz, nei primi giorni dei loro lanci manie per bloggers e frequentatori di social network, in seguito bersagli per critiche e abbandoni. Un po’ di consapevolezza e ironia possono essere utili per relazionarsi con marchio che difficilmente un utente web riesce a ignorare. Come ha sagacemente notato un’altra blogger nota come Dottoressa Dania , «la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a provare l’ennesimo nuovo servizio di Google». L’importante è saperlo.

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Romani bis, altrettanti problemi interpretativi

Il decreto Romani che recepisce la direttiva 2007/65 CE in materia di audiovisivi è stato approvato dal Consiglio dei Ministri in questi giorni. Lo schema di decreto legislativo era stato accompagnato da numerose perplessità ed è stato, ora, modificato. In modo particolare, per quanto riguarda la disciplina degli audiovisivi sul web, le novità sostanziali snelliscono la procedura di autorizzazione (che si risolve in una mera dichiarazione di inizio attività). Si escludono, inoltre, dalla definizione di media audiovisivi i contenuti generati da «utenti privati nell’ambito di comunità di interesse». Non sembra, invece, esserci la chiarezza auspicata in merito alle categorie di soggetti che dovranno rispondere agli obblighi previsti dalla nuova normativa, in modo particolare per il mancato raccordo con la disciplina in materia di commercio elettronico. La disciplina, comunque, deve ancora essere completata sul piano regolamentare dall’Agcom e il giudice eventualmente chiamato ad applicarla dovrà comunque interpretarla secondo i principi del diritto comunitario. Cerchiamo di capire quali possono essere, quindi, le aspettative per la nuova regolamentazione per gli audiovisivi in campo internet.

Conflitto con la direttiva

Il raccordo con la direttiva in materia di commercio elettronico (recepita in Italia con il decreto legislativo 70/03 è cruciale poiché la direttiva audiovisivi si propone di regolamentare anche i contenuti veicolati tramite web. Per questa ragione quest’ultima stabilisce espressamente regole di conflitto che dovrebbero essere osservate dagli stati in sede di recezione e che vale la pena menzionare. Le regole sono espresse dai consideranda 8, 23 e 35. Il considerando 8 stabilisce una prevalenza delle disposizioni della direttiva audiovisivi su quelle della direttiva sul commercio elettronico, a meno che la prima non faccia espressamente salve disposizioni della seconda. Ciò avviene con il considerando 23 che in materia di responsabilità editoriale stabilisce che devono preservarsi le deroghe di responsabilità della direttiva sul commercio elettronico, con conseguente esclusione della responsabilità del fornitore dei servizi della società dell’informazione per i contenuti veicolati dagli utenti dei suoi servizi.

Il considerando 35, ancora, stabilisce che le restrizioni alla libera fornitura dei servizi a richiesta (che secondo la direttiva sono tutti i servizi non lineari, on demand) dovrebbero essere possibili solo conformemente a condizioni e procedure che riprendano quelle già stabilite dall’articolo 3, paragrafi 4, 5 e 6, della direttiva 2000/31/CE. La disciplina cui si riferisce il considerando in esame riguarda la possibilità di limitare la circolazione dei servizi della società dell’informazione e individua motivi quale la prevenzione dei reati, la lesione della dignità umana, la difesa nazionale, la difesa dei consumatori purché la misura sia necessaria, giustificata da un pregiudizio, proporzionata. Limitazioni per motivi diverse possono essere adottate solo col parere favorevole della Commissione.

La direttiva sul commercio elettronico al fine di tutelare la libera circolazione dei servizi e la libertà di stabilimento stabilisce, ancora, l’assenza di autorizzazioni preventive o altri requisiti a effetto equivalente, disposizione ripresa dal considerando 15 della direttiva audiovisivi che stabilisce che «nessuna disposizione della presente direttiva dovrebbe obbligare o incoraggiare gli Stati membri a imporre nuovi sistemi di concessione di licenze o di autorizzazioni amministrative per alcun tipo di servizi di media audiovisivi». Il decreto, nonostante tutti questi puntuali richiami, cita la direttiva sul commercio elettronico solo per definire il «fornitore di servizi interattivi associati» individuandolo in chi «fornisce servizi della società dell’informazione ai sensi dall’articolo 2 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n . 70». Tale decreto, lo ricordiamo, è quello che in Italia ha recepito la direttiva sul commercio elettronico, e non è richiamato nel decreto ad altri fini. Quello che sarà necessario capire, quindi, è il tipo di responsabilità a cui potrebbe andare incontro il fornitore di servizi della società dell’informazione che fornisce hosting video (o affitta server streaming, ad esempio) e se e in quali modi, alla luce del decreto Romani, la può condividere o attribuire ai propri utenti.

Responsabilità editoriale, a chi spetta?

L’analisi del concetto di responsabilità editoriale espresso dal decreto può, quindi, aiutare a sbrogliare la matassa. Nelle definizioni dell’articolo 4 del decreto la responsabilità editoriale è l’esercizio di un controllo effettivo sia sulla selezione dei programmi, sia sulla loro organizzazione in un  catalogo, nel caso dei servizi di media audiovisivi a richiesta. In materia di responsabilità editoriale, la direttiva si occupa di prevedere un’ipotesi particolare. Il considerando 19, infatti, stabilisce che: «Ai fini della presente direttiva, la definizione di fornitore di servizi di media dovrebbe escludere le persone fisiche o giuridiche che si occupano solo della trasmissione di programmi per i quali la responsabilità editoriale incombe a terzi».

Nel decreto il disposto del considerando è effettivamente recepito stabilendo che sono escluse dalla definizione di «fornitore di servizi» le persone «fisiche o giuridiche che si occupano unicamente della trasmissione di programmi per i quali la responsabilità editoriale incombe a terzi». A chi spetta, quindi, nel caso di un fornitore di hosting come YouTube o di una offerta di server streaming che permette a terzi di diffondere contenuti audiovisivi, la qualifica di fornitore di servizi?  L’attività ermeneutica è ardua e si richiede che debba escludersi dall’applicazione della direttiva il fornitore di servizi che non fa altro che trasmettere programmi. Basta questo? Non ancora.

Se la cui comunità di interesse è il mondo

Sappiamo che i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse non rientrano nella disciplina. Rimane il legittimo dubbio se la diffusione nel web ad un pubblico indiscriminato (come accade immettendo video su YouTube e Vimeo ad esempio) possa essere ritenuta rientrante nell’ipotesi di comunità di interesse o meno. Rimane, ancora, il dubbio, di come interpretare la selezione dei programmi e l’organizzazione in catalogo individuata dall’art. 4 richiamato. L’indicizzazione dei contenuti è una selezione? I video del giorno o i video più popolari sono una selezione? E l’organizzazione può essere la visualizzazione, ad esempio, in una playlist di video? O il criterio tematico? E, ancora, cos’è un catalogo? I video più guardati nella settimana, i video preferiti dai tuoi contatti, i video più popolari nella tua nazione, ancora, sono cataloghi oppure no?

La conseguenza di una risposta affermativa o negativa a tutte queste domande potrebbe, nella peggiore delle ipotesi, comportare l’esclusione o l’inclusione tra i soggetti cui la disciplina del decreto si riferisce, con un eventuale coinvolgimento di utenti o di fornitori di hosting o streaming che eseguano una qualsiasi attività di organizzazione dei contenuti. Se il contenuto caricato da un utente su una piattaforma come YouTube, quindi, è diffuso su internet, la responsabilità dell’utente dipenderà dalla possibilità o meno di limitare la circolazione del video a una comunità di interesse. Al tempo stesso, la responsabilità del gestore della piattaforma può dipendere da attività semplici come l’indicizzazione dei contenuti, la loro organizzazione in qualsiasi forma. Un’ardua sentenza, insomma, aspetta i posteri.

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La creatività autarchica della Fondazione Daje

Nata un paio d’anni fa, in coincidenza con la campagna elettorale di Walter Veltroni, la Fondazione Daje è un’iniziativa online che mescola molte cose: dai video di Diego “Zoro” Bianchi, già noto in rete e ora da diversi mesi protagonista anche a Parla con me di Serena Dandini su RaiTre, fino alla copertura in streaming di eventi elettorali, alle serate di simpatizzanti del Pd, ma anche alla satira “fuocoamichista” di Pattuja: un foglio in pdf, che richiama nell’impostazione e nella qualità le prime pagine di precedenti fogli satirici. Un’iniziativa, quella della Fondazione Daje, anomala, perché perennemente in bilico fra satira e sentimento di affettuosa – anche se critica – partecipazione politica; di professionismo e di amatorialità. Di citazionismo e di sperimentazione in rete. Proprio per queste sue anomale caratteristiche ne abbiamo parlato con due fondatori, Antonio Sofi e Diego Bianchi, il Zoro televisivo.

Che cos’è e com’è nata la Fondazione Daje?

AS: La Fondazione Daje è nata in un momento preciso: Diego Bianchi aveva fatto questa serie di video, Tolleranza Zoro, che preesisteva e che era giunta alla nona puntata. Era una puntata particolare, perché raccontava la fine della campagna elettorale di Veltroni. Lui era sotto il palco di Piazza del Popolo al comizio conclusivo, e a un certo punto, nel tentativo disperato di darsi una spinta almeno alla fine di una campagna un po’ moscetta, tirò fuori questo “daje!”, da sotto, insieme alla gente. Si rivolgeva a Veltroni e gli faceva “Daje, daje, de più, più forte”, anche perché Veltroni era un po’ moscio in quella situazione. Ed era un “daje” per Veltroni, ma era un “daje” di autoconvincimento. Era voglia di esaltarsi, di prendersi un po’ in giro, di convincersi che quello era un vero leader. Ci piacque molto, a me e ad altri che fummo i primi fondatori. Pensammo di crearci intorno un piccolo movimento, ma un movimento solo fra virgolette, perché non ha mai ambito a essere niente se non un momento di “cazzeggio”, per intercettare un sentimento che sentivamo diffuso nella base del Pd.

Le vostre iniziative, infatti, prendono di mira proprio il Pd e le sue contraddizioni. Dal di dentro, visto che siete simpatizzanti. Voi stessi avete usato l’espressione di foglio “fuoco amichista” per Pattuja. Può funzionare una satira dal di dentro, che prende di mira la propria parte? A memoria non me ne vengono in mente altre…

AS: Veramente a me ne vengono in mente diverse. In realtà tutta la satira della sinistra ha sempre preso ampiamente in giro la sinistra. Penso a Cuore, penso a Tango.

Certo, ma non nascevano con l’intento di prendersela con la sinistra. L’ironia a sinistra era a complemento. “Hanno la faccia come il culo”, uno degli storici titoli di Cuore non era riferito alla propria parte, per dire. Qui invece, voi non fate proprio satira su Berlusconi, sul centrodestra, e vi concentrate esclusivamente sulla vostra parte politica, quella che sentite più vicina. Con affetto, ma chiaramente. Mi sembra una spinta in avanti di una tendenza autoironica che c’era, è vero, ma che non era mai arrivata a “escludere” dal proprio campo visivo la controparte politica.

AS: Sì, anche se qui il concetto di “militanza” è un pochino lasco, nella Fondazione. Negli anni abbiamo fatto dei piccoli sondaggi e nessuno aveva la tessera. Non è una vera e propria militanza. È un’appartenenza ideologica, di pensiero, di animo, di cuore, che si esplica in una presa in giro ovviamente affettuosa e vuol essere di pungolo.

DB: Il prendere in giro soprattutto il Pd è venuto automatico a tutti. Era un periodo particolare. Il partito democratico era talmente paradossale, la situazione talmente confusa. Non ci siamo mai messi con l’intenzione “adesso famo satira”: noi facciamo quello che ci viene e il nostro è il tentativo di essere  costruttivi, seppure con un riso amaro. Ciò che viene apprezzato, anche dalla base, dagli elettori, è comunque il fatto che lo si faccia in maniera autentica e nel tentativo di far passare anche qualche messaggio, qualche contenuto. Con un sorriso, una battuta e cercando di essere meno seriosi, il tentativo è quello di riflettere sulle scelte fatte, sulle strade prese.

AS: Considera anche che al tempo l’identità del Pd si stava appena costruendo. C’era confusione su che cosa potesse essere, sul rapporto con i partiti che lo componevano all’inizio. Insomma, era una specie di magma molto divertente di animi, di pensieri, di idee che confliggevano spesso. Dentro c’era una miniera di spunti per riflettere. E poi non ci dimentichiamo il momento di Veltroni,  che è stato un po’ il catalizzatore di molti malumori. All’epoca si diceva spesso che se si fosse fatta una manifestazione con gli elettori del Pd contro il Pd sarebbe stata un successo. Un momento bizzarro, però ci è sembrato di rappresentare un pezzettino del popolo Pd, un po’ digitale, connesso, che non si riconosceva del tutto nel partito.

Anche l’idea di chiamarla Fondazione, credo, rimandi alla moda delle fondazioni politiche che sono spuntate a sinistra (e poi anche a destra) negli ultimi anni…

AS: Esatto. All’inizio nell’idea di partito “moscio”, leggero, veltroniano, che si doveva attivare solo per le elezioni, ma che poi sul territorio non c’era, una roba leggera all’americana spuntavano come funghi fondazioni, gruppi di lavoro. Quelle che prima erano le correnti, ora erano la fondazioni. Noi ci siamo chiamati Fondazione per prendere in giro questo fenomeno. La cosa curiosa è che siamo finiti in articoli di giornali e libri sui think-tank della sinistra. C’erano articoli di giornale che ci inserivano davvero nella “galassia” delle fondazioni di sinistra.

I giornali quindi ci son cascati. E i dirigenti hanno avuto qualche reazione?

DB: Mah, in quando Fondazione Daje, direi di no. Ma considera che anch’ io, che poi son finito su giornali, in televisione, ho fatto fatica a farmi considerare dai dirigenti. Alla fine, visto che poi c’era la telecamera, sono passati ai baci e agli abbracci, ma all’inizio, quando mi son presentato con questo strano oggetto che erano i video, m’hanno proprio ignorato. Poi questo embargo è finito, anche perché poi davo voce a cose che molti pensavano.

Quanto conta la romanità? Penso a “Daje”, “Pattuja”, altre scelte linguistiche. È anche una satira della romanità che secondo alcuni (penso alle polemiche sul “partito del nord”) è troppo presente nel Pd?

AS: Noi glielo diciamo a Diego di non parlare romano, però lui non ne vuole sapere. Per la verità, per un periodo, quando abbiamo pensato di darci un po’ di stabilità e di struttura di associazione, avevamo pensato di mettere la sede dell’associazione a Bassano del Grappa. Presso la sede del Pd di Bassano, che era un Pd sfigatissimo assediato dalla destra, dalla Lega. Erano pochi e per questo ci piaceva l’idea di comunicare che avevamo la sede a Bassano del Grappa. Poi non se ne fece niente, anche perché la maggior parte delle persone che ruotano attorno alla fondazione sono di Roma e si nutrono delle cose della politica romana. Però devo dire che sia a livello web sia nell’accoglienza di alcune cose fatte fino a qualche tempo fa, avevamo riscontri da tutta Italia: da Trieste, da Napoli, da Aosta. E anche nell’intenzione erano cose che avevano a che fare con il Pd di tutt’italia.

Ci sono differenze nella libertà di espressione in rete e fuori dalla rete, nei cosiddetti media tradizionali?

AS: Mah, noi abbiamo sempre scritto quello che ci pareva, e ci mancherebbe altro che non fosse così. Non so se abbiamo mai fatto della satira offensiva. Non era questo il nostro registro. L’affetto, la costruttività di un’iniziativa che cercava di trovare un senso al progetto, e che cercava di migliorarla, erano evidenti. Con questa logica da amici che si ritrovano al bar per trovare poi l’aspetto più divertente, la rete era il modo migliore per pubblicare il progetto. Abbiamo fatto anche degli esperimenti innovativi: ad esempio le dirette web dalle manifestazioni del Pd, io al telefono in streaming con Diego che era lì con la telecamera e faceva da cronista. Eravamo le uniche fonti a raccontare in diretta quello che succedeva, perché non c’erano nemmeno le televisioni e le radio di partito, come YouDem. Ci sono stati eventi che abbiamo coperto solo noi.

A questo proposito: le iniziative vengono create, organizzate più attraverso strumenti di rete (chat, mail) o attraverso incontri di persona?

AS: Noi ci riuniamo di persona, nel pub sotto casa di Diego, il Killer Beer. Quello è il nostro quartier generale. E poi ci sono state le Daje Night, a Roma e a Firenze. Un momento dove la piccola comunità attorno al “dajismo” si è incontrata. Sono state serate di una bellezza emotiva che veramente ci è rimasta nel cuore. Dalle prime cento persone che riempivano in piedi una saletta di San Lorenzo per vedere i video di Diego e parlare di politica fino alla notte delle elezioni in cui telefonavamo a Franceschini, Serracchiani, Renzi per avere i risultati in diretta e condividerli con le centinaia di persone che erano lì. Poi non abbiamo più avuto la forza, la voglia di continuare, ma se questo progetto dovesse riprendere vita, ripartirà da questi momenti. Poi le cose online sono fatte soprattutto attraverso strumenti di rete: c’è un basecamp interno dove discutiamo, presentiamo le cose. Abbiamo fatto il sito web, i video (beh, quelli li ha fatti Diego). Poi ci è presa l’idea del giornalino, che riprendeva un po’ l’idea del vecchio ciclostile, anche nel nome, che è una citazione di un vecchio giornale comunista degli anni ’50.

Qual è il futuro della fondazione, se c’è?

AS: Diego è il leader e deve dare la linea.

DB: La Fondazione Daje ora come ora è un po’ moscia, ma può resuscitare da un momento all’altro. È vero che con Veltroni chiunque avesse voluto cimentarsi con la satira si sarebbe esaltato. E noi l’abbiamo fatto, effettivamente. In questo momento non ci attira, ma non è perché non ci sia da fare satira. Io per lavoro, perché mi pagano e perché mi va, credo di aver dimostrato che con Veltroni non sono certo finite le occasioni di fare satira o di pungolare il partito democratico. Anche con l’attuale gestione ci sono stati episodi poco comprensibili, che potevano essere oggetto di satira. Basti pensare al caso Vendola in Puglia o al dopofestival di Sanremo.

C’è stata una fioritura di iniziative satiriche online. Perché?

AS: Io penso che ci sia stato negli anni un restringimento dell’offerta di satira nell’editoria tradizionale. Mentre è curiosamente aumenta nella rete. Perché c’è una domanda, evidentemente. La rete non è un mondo altro, la rete fa parte della società. Il bisogno di satira persiste, il re è nudo, raccontare la reazione da parte delle persone a ciò che non ti piace, una risata che sberleffa il potere, è una domanda che esiste a prescindere da chi è al potere. Negli anni scorsi era ampiamente soddisfatta da una produzione che veniva dai media tradizionali: giornali, riviste, molte trasmissioni televisive. Questa sorgente si è seccata ed è difficile oggi trovare dei luoghi dove esprimere questa necessità. E allora, in modo naturale, sono nati spontaneamente luoghi in cui abbeverarsi di satira online.

Perché si è essiccata questa fonte editoriale?

AS: Ci ha avvolto una cappa culturale.

DB: Intanto i giornali adesso fanno fatica a stare in piedi. Lo dico perché alcune esperienze cartacee di satira hanno chiuso perché non erano proprio giustificate. Non perché non funzionassero, ma perché la satira è sempre considerata un po’ minore all’interno di un giornale. Bene o male Emme era un inserto dell’Unità, e dovendo chiudere qualcosa, non è che chiudevano l’Unità. Andando in quella direzione, è chiaro che chiude prima l’inserto satirico.
Non è un caso che adesso l’Unità faccia un tentativo con Virus, e che il Fatto lanci un suo inserto satirico (il Misfatto, ndr): è un giornale in espansione che ha un rapporto forte con la sua comunità, e, a prescindere da quel che uno possa pensare di quel giornale, sta creando un po’ un caso, totalmente in controtendenza nell’editoria italiana. Poi dipende da quanto ci crede chi ci mette i soldi.

Diego, qual è la tua esperienza con la Rai?

DB: Ormai è un anno e mezzo che sto con loro, mi trovo bene. Fin dall’impatto iniziale, ho sempre fatto le cose che volevo, la satira che volevo. A parte questioni sui tempi televisivi, che sono un po’ più brevi. Il mio proposito era di tenere un livello qualitativo medio-alto. E devo dire, anche in maniera presuntuosa, che ci sono riuscito. Del resto non avevo nulla da perdere, perché di fatto io un lavoro ce l’avevo. Lavoravo in Excite, non è che sono andato io da loro a chiedergli “per favore, fatemi fare i video”. Questo mi dava un po’ di potere contrattuale. Ho chiesto loro di poter fare le stesse cose che facevo per il web. Con lo stesso format, dicendo le cose che dicevo online, senza particolari censure e continuando a metterle anche online, anche in versione un po’ più lunga di quello che andava in onda. Queste condizioni sono state tutte accettate. E quindi ha funzionato.

È interessante che un contenuto pensato per la rete, dove si ritiene che il pubblico sia di nicchia, abbia funzionato anche in televisione, non trovi?

DB: Sì, e non solo. Ultimamente sto facendo video sempre più lunghi. Non perché l’abbia deciso io, ma perché me lo fanno fare. Nel senso che all’inizio uno rimane più nei tempi televisivi, 5-6 minuti, e io sacrificavo materiale. Il video che ho fatto in Puglia è durato 11′40″ ed è andato tutto in onda. Poi online ne ho messi 13′, perché avevo sette ore e mezza di girato, però va benissimo, vuol dire che funziona. Tieni conto che non è che su queste cose si possa essere molto permissivi. Se ci si rende conto che una cosa non va, non va, non è che te la fanno fare. Quindi sono contento.

AS: Questo è un aspetto interessante, perché i video di Zoro su YouTube erano di 10 minuti e questa caratteristica ha influenzato la televisione, dove un video di tre minuti è già lungo. Sono una cosa enorme. Però di fatto il web ci ha insegnato che il tempo può essere più lasco, e che 10 minuti, se li riempi di contenuti, vanno via benissimo. Anche nelle recenti campagne elettorali i candidati mettono online video più lunghi di quelli che vanno in tv, c’è una fame di contenuti. Il web ha un po’ insegnato a prendersi i tempi che non sono più quelli della battuta veloce, ma sono i tempi del reportage, 11-12 minuti. Le cose dell’elezione in Puglia, per esempio, non son immagini che vedi tutti i giorni in televisione. Prima le vedevi solo online, adesso sono passate anche in tv. Anche su Fondazione Daje abbiamo fatto qualcosa che richiama la logica autarchica di cui è un esempio Diego, perché alla fine i podcast ce li siamo fatti a casa, lo streaming web ce lo facevamo da casa, Pattuja ce lo facciamo in casa. È una logica che ti permette di provare a restare in quel territorio di margine tra professionismo e amatorialità, dove hai il calore della comunicazione e il piacere di fare le cose per divertimento, ma offrendo un livello alto di qualità. Quando mi chiedo cosa faremo con Fondazione Daje, beh, qualsiasi cosa decideremo di fare cercheremo senz’altro di stare in quel territorio. Senza diventare professionisti né cercando modelli di business che non ci interessano, ma tenendo alta alta la barra della qualità nelle cose che facciamo.

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Audiovisivi e provider, è l’anno dell’accordo?

Il 2010 sarà forse l’anno della svolta per i rapporti tra provider italiani e l’industria dell’audiovisivo. Molte cose infatti bollono in pentola. I segnali più importanti, appena affiorati, vengono da due rapporti: di Ifpi, sul mercato della musica digitale e dell’Autorità garante delle comunicazioni, sul diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. Il primo racconta come in Italia il mercato della musica digitale sta crescendo, ma ancora non abbastanza rispetto ad altri Paesi. E che nel 2010 l’industria affronterà la questione pirateria con la collaborazione dei provider: volontaria o estorta a colpi di leggi. Nel secondo rapporto c’è invece la prima presa di posizione da parte dell’Autorità, nel ruolo di arbitro tra i litiganti. Ma anche Agcom batte sullo stesso tasto: che l’industria debba accordarsi con i provider.

Esito inevitabile, a quanto pare: i provider saranno chiamati in causa, anche se finora hanno fatto il possibile per restarne fuori. Ma il diavolo è nei dettagli: a seconda di come alla fine penderà la bilancia, nei rapporti di forza tra le parti, dipenderà il futuro della internet italiana e dei suoi contenuti. Situazione delicata, quindi, perché ambivalente: il mercato della musica digitale italiana (download, streaming) dà segni di crescita, ma ancora non soddisfacente, si legge nel rapporto Ifpi. Valeva 20,4 milioni di euro, nel 2009, con una crescita del 27% in un anno; ma è solo il 15% del fatturato della musica totale (che continua a calare). Il digitale nel mondo vale il 27% del mercato; addirittura il 40%, negli Usa, dove l’offerta è più ricca e matura. Secondo la Federazione dell’industria musicale italiana, pesa la scarsa collaborazione dei provider italiani, che a differenza di quelli esteri non hanno lanciato offerte per la musica. Altrove (Danimarca, Brasile) ci sono flat per il download integrate nel canone Adsl.

Lo streaming che non arriva

L’immaturità del nostro mercato è esemplificata dal caso Spotify, piattaforma per lo streaming: è un successo planetario, ma in Italia ancora non sbarca ancora. Anche questo è da imputare alla mancanza di accordi con operatori internet, secondo Fimi. Tutti gli sguardi convergono sui provider. «Anche nel nostro Paese appare sempre di più evidente che il contrasto alla pirateria non possa essere realizzato senza un’attiva cooperazione degli Isp e tale argomento diverrà centrale nel corso del 2010», si legge nel rapporto. Suona come una minaccia e in effetti altrove nel rapporto si lodano leggi come l’Hadopi francese e si prevede che si estenderanno ad altri Paesi, perché secondo l’industria discografica i provider non collaborano volentieri e devono essere costretti dai governi. Facile previsione, viste le notizie che arrivano da Regno Unito e Nuova Zelanda.

Allargando lo sguardo, però, si scopre una realtà più variegata. Che molto può essere fatto ancora per migliorare l’offerta di contenuti legali, soprattutto di film, in Italia. I principali servizi mondiali di film on demand (iTunes, Amazon) non sono ancora operativi nel nostro Paese. Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Un buon segnale viene dal cinema indipendente: per la prima volta, un film  (La bocca del lupo) è stato trasmesso online prima che nelle sale, su MyMovies.it. «Altre case di distribuzione italiane ci stanno contattando per fare analoghi esperimenti», dicono dal sito.

Diritto all’accesso

Un ruolo positivo potrebbe venire non solo da queste avanguardie ma anche da Agcom. La sua presa di posizione, con l’indagine sul diritto d’autore, ha stupito gli addetti ai lavori. Da una parte infatti ricorda il proprio ruolo di «organo deputato a svolgere la attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica». Dall’altra dice, per la prima volta così chiaramente, che deve anche tutelare il diritto degli utenti all’accesso a internet e alla privacy. Due concetti che stridono con leggi come l’Hadopi, con cui si autorizzano disconnessioni e si apre la porta all’analisi del traffico degli utenti. Qui il punto d’appoggio è nel nuovo Telecoms Package della Comunità Europea, dove alla fine è prevalsa la protezione dei diritti degli utenti.

Agcom si propone quindi nel ruolo di intermediario tra le parti. Avvierà un protocollo d’intesa tra provider e industria del copyright. Non è la prima volta che si tenta un accordo simile, ma mai finora Agcom era scesa in campo. Stavolta c’è tutto l’interesse da parte dei provider a collaborare: varie spade di Damocle pendono sulle loro teste. Il decreto Romani, nelle bozze finora divulgate, chiama Agcom e i provider a un ruolo più attivo contro la pirateria. Non solo. «I ministeri degli Interni, Sviluppo Economico e Gioventù sono al lavoro a un codice di autodisciplina per i servizi internet da proporre agli operatori», dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritto in internet.

Leggi severe in bozza, accordi inediti, nuovi contenuti legali: tutto è nell’aria, ma sta per posarsi sulla terra, probabilmente già da quest’anno, per modificare i rapporti tra i soggetti di internet e il diritto d’autore. Gli utenti hanno davanti un orizzonte incerto, con possibili rischi ma anche qualcosa da guadagnare. Il rischio che gli operatori vengano investiti di un ruolo da sceriffi è ancora presente, ma è mitigato dalle posizioni di Agcom e della Comunità Europea. Da guadagnare c’è una nuova offerta di contenuti legali, soprattutto film (che adesso scarseggiano). La scelta migliorerà man mano che si definiranno meglio i rapporti tra l’industria e gli operatori.

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Occhi bassi sul Pianeta Terra (attenti ai pali)

Me ne sono reso conto ieri, in Metropolitana, a Milano. Poi si sa, Milano è sempre un po’ strana, però mi sono impressionato. Buona parte delle persone nel vagone teneva gli occhi bassi sul proprio schermo multimedial/communicativo e quant’altro. Anch’io peraltro.

Chiederete voi, se tenevo gli occhi bassi pure io, come ho fatto ad accorgermene? Beh, stavo testando Email ‘n Walk, un’applicazione per iPhone, che permette di mandare email vedendo sullo sfondo la realtà. Usando la fotocamera consente di vedere in trasparenza cosa c’è davanti, in modo da permetterci di messaggiare senza sbattere contro qualcosa mentre camminiamo. Non ridete, quella dei pedoni che sbattono perché distratti dal cellulare sta diventando una piccola emergenza in molti paesi, tanto che a Londra un’Ong chiamata Living Streets ha proposto di sperimentare imbottiture ai semafori e pali della luce. In modo da ridurre i traumi nei passanti tecnologici, sopraffatti dal complotto.

Bella Email’n Walk, in fondo è il contrario della realtà aumentata. Questa aggiunge un po’ di realtà al virtuale, l’augmented reality aggiunge informazione virtuale alla realtà. Ci permette (giochini banali a parte) di aggiungere informazioni, indicazioni a quello che i nostri occhi analogici non sanno vedere. Inquadrare un monumento e sullo schermo vederne la storia. Ma anche aumentare telepaticamente le nostre percezioni sociali: forse un giorno a tendere, nella famosa metropolitana, inquadrare i compagni viaggiatori e vedere chi sta twittando cosa. E magari rispondere e diventare “amici”, socializzando con persone accanto a te in modo virtuale anziché reale. Il che in fondo non è un male, se avete mai provato ad attaccare bottone con uno sconosciuto collega metropolitano, a Milano. Vi guardano male. L’interazione analogica non è che sia gran che apprezzata.

La Realtà non è abbastanza

La realtà digitale aumenta e corregge le carenze della realtà vera, che tende a non soddisfarci più, in una ricerca di nuove emozioni, di un diluvio d’informazioni. Di un delirio di onnipotenza: essere sempre e ovunque connessi. Sapere tutto di tutto, ovunque, in qualsiasi momento. Accedere alla realtà attraverso uno schermo. A occhi bassi. In realtà, forse non ce ne accorgiamo, la maggior parte di noi accede comunque a uno schermo, quello televisivo, tenendo gli occhi appena più alti. In un modo molto più passivo. Ma questa dell’interazione in fondo è un mito. Interagiamo nel senso che ci diamo da fare per tirare giù informazioni e contenuti. Qualcuno o molti di noi creano o ridiffondono contenuti, testi, pensieri, foto, video, nostri o di altri. Ma siamo sempre nel mondo dei bit, degli elettroni, delle informazioni. Siamo bravissimi a maneggiare elettroni, molto meno a manipolare atomi. A far succedere cose.

In molti paesi da anni, Giappone in primis, con i cellulari si paga, si compra, si fanno scendere lattine dal distributore automatico pagandole con un Sms (o, sempre con un Sms, si ottiene un campione gratuito).  Da noi molto meno. Questa nostra inerzia frena ulteriori sviluppi della tecnologia che vorrebbe portarci a diventare sempre più bionici. I primi passi non sono stati molto di successo – la tecnologia per impiantarci chip sotto pelle che possono servire da badge, da biglietto, da strumento di pagamento si sono un po’ esauriti nella sperimentazione del 1994 di un vip pass permanente, inserito chirurgicamente al club Baja Beach di Barcellona. In modo che i VIP non avessero più la scomodità di mettere la mano in tasca per trovare la tessera. Ma forse è questione solo di tempo.

Questi occhi che oggi teniamo bassi domani potremo tenerli più alti e non perdere il contatto con l’universo parallelo dell’informazione onnipresente. Prima forse attraverso occhiali collegati a Facebook e al mondo del web, poi direttamente incorporando tecnologie di connessione in quelle lenti a contatto o addirittura retine artificiali che vengono testate per ridare la vista ai ciechi. Bellissimo, avere accesso in Rete senza portarsi dietro device grandi o piccoli. Dopo l’iPad, avremo forse uno iEye. Un accesso immediato allo scibile umano senza interfacce da tenere in mano. L’intera biblioteca mondiale disponibile (previo pagamento) direttamente nel nostro cervello, quando gli ebook si trasformeranno in eyeBooks.

Vedere avrà un significato diverso

Allora non avremo più bisogno di puntare il cellulare verso un codice a barre, un QR code per scatenare la connessione al minisito del prodotto barcodato, per esplorarlo, scoprirlo, magari comprarlo. No, ci basterà al supermercato guardare intensamente una confezione per far scattare nel nostro occhio un processo di riconoscimento dell’immagine ed innescare una connessione wifi che ci esporrà all’informazione, alla comunicazione, al videogame promozionale predisposto da markettari e comunicatori (categoria tra l’altro cui io appartengo, e questo mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo). Chiaro che da qualche parte le antenne dovremo metterle, per connetterci, e dove meglio che sul capo, o nelle orecchie, trasformandoci in un alieno stile anni ‘50.

Vedremo con gli occhi, ma vedremo una realtà artificiale molto più interessante e divertente della realtà vera. Una specie d’immersione in Matrix, senza però bisogno di tenerci in un sonno artificiale. Una teoria del complotto – quella degli occhi bassi – che mi affascina e mi potrebbe pure convincere, se non fosse che bisogna essere maledettamente in gamba e intelligenti per costruire un complotto così sofisticato. E gli unici che hanno la testa per farlo sono quelli tanto intelligenti da descriverlo in film e libri di grande successo, facendoci un pozzo di soldi. Perdendo quindi molte delle motivazioni, avendo già raggiunto il successo, per mettere in atto questi piani diabolici nella realtà reale invece che in quella della fantasia o virtuale, che in fondo sono le stesse cose.

Poi sono sceso dalla metropolitana, di corsa, per andare a far il buon papà. E a passare un po’ di tempo con i figli, giocando con la Wii. E rendendomi conto che già dalla loro tenera età li stiamo immergendo in mondi virtuali, alla Second Life se vogliamo. Se non altro, piuttosto che altri videogiochi sedentari, i miei piccoli pargoli si sbattono e fanno un po’ di attività fisica. Ed è anche giusto che se il mondo va verso il virtuale, ci si abituino e imparino a maneggiare questi strumenti. Ma la piscina, no, mi spiace, quella virtuale della Wii non gliela compro. Se ne vanno filati due volte alla settimana a nuotare, sudore e fatica, cloro negli occhi. Da tenere rigorosamente alti per guardare in faccia la gente.

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