Archivio per la categoria sistemi operativi

Audiovisivi e provider, è l’anno dell’accordo?

Il 2010 sarà forse l’anno della svolta per i rapporti tra provider italiani e l’industria dell’audiovisivo. Molte cose infatti bollono in pentola. I segnali più importanti, appena affiorati, vengono da due rapporti: di Ifpi, sul mercato della musica digitale e dell’Autorità garante delle comunicazioni, sul diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. Il primo racconta come in Italia il mercato della musica digitale sta crescendo, ma ancora non abbastanza rispetto ad altri Paesi. E che nel 2010 l’industria affronterà la questione pirateria con la collaborazione dei provider: volontaria o estorta a colpi di leggi. Nel secondo rapporto c’è invece la prima presa di posizione da parte dell’Autorità, nel ruolo di arbitro tra i litiganti. Ma anche Agcom batte sullo stesso tasto: che l’industria debba accordarsi con i provider.

Esito inevitabile, a quanto pare: i provider saranno chiamati in causa, anche se finora hanno fatto il possibile per restarne fuori. Ma il diavolo è nei dettagli: a seconda di come alla fine penderà la bilancia, nei rapporti di forza tra le parti, dipenderà il futuro della internet italiana e dei suoi contenuti. Situazione delicata, quindi, perché ambivalente: il mercato della musica digitale italiana (download, streaming) dà segni di crescita, ma ancora non soddisfacente, si legge nel rapporto Ifpi. Valeva 20,4 milioni di euro, nel 2009, con una crescita del 27% in un anno; ma è solo il 15% del fatturato della musica totale (che continua a calare). Il digitale nel mondo vale il 27% del mercato; addirittura il 40%, negli Usa, dove l’offerta è più ricca e matura. Secondo la Federazione dell’industria musicale italiana, pesa la scarsa collaborazione dei provider italiani, che a differenza di quelli esteri non hanno lanciato offerte per la musica. Altrove (Danimarca, Brasile) ci sono flat per il download integrate nel canone Adsl.

Lo streaming che non arriva

L’immaturità del nostro mercato è esemplificata dal caso Spotify, piattaforma per lo streaming: è un successo planetario, ma in Italia ancora non sbarca ancora. Anche questo è da imputare alla mancanza di accordi con operatori internet, secondo Fimi. Tutti gli sguardi convergono sui provider. «Anche nel nostro Paese appare sempre di più evidente che il contrasto alla pirateria non possa essere realizzato senza un’attiva cooperazione degli Isp e tale argomento diverrà centrale nel corso del 2010», si legge nel rapporto. Suona come una minaccia e in effetti altrove nel rapporto si lodano leggi come l’Hadopi francese e si prevede che si estenderanno ad altri Paesi, perché secondo l’industria discografica i provider non collaborano volentieri e devono essere costretti dai governi. Facile previsione, viste le notizie che arrivano da Regno Unito e Nuova Zelanda.

Allargando lo sguardo, però, si scopre una realtà più variegata. Che molto può essere fatto ancora per migliorare l’offerta di contenuti legali, soprattutto di film, in Italia. I principali servizi mondiali di film on demand (iTunes, Amazon) non sono ancora operativi nel nostro Paese. Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Un buon segnale viene dal cinema indipendente: per la prima volta, un film  (La bocca del lupo) è stato trasmesso online prima che nelle sale, su MyMovies.it. «Altre case di distribuzione italiane ci stanno contattando per fare analoghi esperimenti», dicono dal sito.

Diritto all’accesso

Un ruolo positivo potrebbe venire non solo da queste avanguardie ma anche da Agcom. La sua presa di posizione, con l’indagine sul diritto d’autore, ha stupito gli addetti ai lavori. Da una parte infatti ricorda il proprio ruolo di «organo deputato a svolgere la attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica». Dall’altra dice, per la prima volta così chiaramente, che deve anche tutelare il diritto degli utenti all’accesso a internet e alla privacy. Due concetti che stridono con leggi come l’Hadopi, con cui si autorizzano disconnessioni e si apre la porta all’analisi del traffico degli utenti. Qui il punto d’appoggio è nel nuovo Telecoms Package della Comunità Europea, dove alla fine è prevalsa la protezione dei diritti degli utenti.

Agcom si propone quindi nel ruolo di intermediario tra le parti. Avvierà un protocollo d’intesa tra provider e industria del copyright. Non è la prima volta che si tenta un accordo simile, ma mai finora Agcom era scesa in campo. Stavolta c’è tutto l’interesse da parte dei provider a collaborare: varie spade di Damocle pendono sulle loro teste. Il decreto Romani, nelle bozze finora divulgate, chiama Agcom e i provider a un ruolo più attivo contro la pirateria. Non solo. «I ministeri degli Interni, Sviluppo Economico e Gioventù sono al lavoro a un codice di autodisciplina per i servizi internet da proporre agli operatori», dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritto in internet.

Leggi severe in bozza, accordi inediti, nuovi contenuti legali: tutto è nell’aria, ma sta per posarsi sulla terra, probabilmente già da quest’anno, per modificare i rapporti tra i soggetti di internet e il diritto d’autore. Gli utenti hanno davanti un orizzonte incerto, con possibili rischi ma anche qualcosa da guadagnare. Il rischio che gli operatori vengano investiti di un ruolo da sceriffi è ancora presente, ma è mitigato dalle posizioni di Agcom e della Comunità Europea. Da guadagnare c’è una nuova offerta di contenuti legali, soprattutto film (che adesso scarseggiano). La scelta migliorerà man mano che si definiranno meglio i rapporti tra l’industria e gli operatori.

  • Facebook
  • MySpace
  • Netlog
  • Windows Live Spaces
  • Share/Bookmark

L’editore alle prese con l’ebook, appunti dal TOC

La domanda da cui parte l’edizione 2010 del TOC-Tools of Change in corso a New York è: come si produce un ebook? Senza tanti complimenti, si entra nella questione dei formati e flussi di produzione, problemi cruciali sui quali si cerca di fare chiarezza. Molta attenzione viene dedicata al formato epub indicato come il presente e il futuro dei libri elettronici: la sua portabilità su un numero crescente di device e di software reader ne fa di fatto il crocevia dell’editoria digitale. Non sembrano emergere altri modelli in grado di assurgere allo stato di standard. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che, tanto per fare un esempio, il formato kindle esiste e funziona a prescindere dall’epub. Ma questo è vero fino a un certo punto.

Il formato epub

Bisogna, infatti, considerare due aspetti. Il primo: i lettori vogliono poter trovare il libro che cercano in un formato adatto al loro device: Amazon Kindle è fino a oggi, in attesa di iPad e dei device che verranno, il dispositivo più famoso (forse il più venduto nel mondo anglosassone, non in Italia), ma non è il solo. Non si può trascurare Kindle, ma neppure il momento per essere kindlecentrici. Il secondo: epub è una sorta di xHtml, insomma un linguaggio affine al Web ma rigoroso come Xml. In più è pensato per i libri elettronici e molti device lo supportano. Un libro in formato epub è ottenibile in un svariato numero di modi (passando da InDesign e Digital Editions, o da Word, DocBook e i suoi fogli di trasformazione, o alla peggio da Pdf attraverso un retro-passaggio in un formato editabile e quindi in Html), e una volta ottenuto esistono diversi strumenti (per esempio Calibre e Kindlegen) per convertirli in altri formati come mobi e kindle. Quest’ultimo poi è una sorta di Html e Css con del codice proprietario: se un libro formattato in Html funziona bene una volta portato su Kindle, ci sono molti presupposti che esso abbia una buona resa anche su altri device in grado di interpretare epub e xHtml.

L’artigiano degli ebook

Un editore, dunque, deve pensare al core del suo catalogo digitale in xHtml/epub, consapevole così che da lì potrà passare ad altri formati e coprire il maggior numero di device, e di lettori. Quindi l’editoria digitale che sta per venire parlerà epub. Ma questo cosa significa per gli editori in termini pratici? Se è vero che un epub è producibile in uno svariato numero di modi, il risultato non è così immediato. Il processo di conversione, da qualsiasi parte lo si approcci, non è automatico e implica una serie di controlli e step (qui dei passaggi consigliati per passare da inDesign a epub e quindi a kindle) in questo momento tutt’altro che automatizzabili. Siamo in un momento in cui nella casa editrice può trovare posto un architetto (o un artigiano) degli ebook. Si tratta di una figura professionale che deve essere in grado sia di guardare dall’alto il processo produttivo, sia di intervenirvi praticamente, mettendo le mani tra codice e metadati, gestendo vari passaggi in batch da riga di comando, ma all’occorrenza anche manualmente uno a uno. Deve sapere semplificare la complessità in favore di un risultato, sacrificando una soluzione raffinata in favore di una maggiore portabilità su più device: il keep it simple alla base delle buone pratiche del Web (dall’usabilità, ai fogli di stile fino all’interfaccia di Google) ritorna anche nell’epub e – un esempio tra i tanti – a esso sembrano destinate a essere immolate le tabelle, che se troppo grandi faticano a essere digerite da Kindle e sono meglio gestibili se convertite in uno statico oggetto grafico.

Applicazioni ricche

Avere un testo in un buon epub non è però il fine ultimo, ma solo una solida base di partenza. Apple, con iPhone/iPod Touch/iPad e l’App Store, offre delle possibilità interessanti all’editore: per esempio la possibilità di superare l’apparente dicotomia tra ebook e audiobook, costruendo intorno a un testo formattato in epub un’applicazione attraverso la quale il lettore passa combinare l’esperienza della lettura a quella dell’ascolto, e perché no anche della fruizione di video magari inclusi come apparati paratestuali o contenuti extra. Un prodotto editoriale così strutturato implica però la necessità di dover ripensare i contratti di edizione, dove tradizionalmente lo sfruttamento commerciale di un contenuto come ebook è un diritto diverso dallo sfruttamento come audiobook o come video. Insomma, se editor e redattori devono diventare un po’ architetti di ebook, anche i rights manager avranno il loro bel da fare.

La questione dei diritti

Rimanendo al tema dei diritti, ma ritornando sulla costruzione di file epub, merita un po’ di attenzione la questione dei font da embeddare: questa possibilità è garantita dal formato epub e senza dubbio vale la pena sfruttarla, ma bisogna fare attenzione a non includere font proprietari soggetti a licenze commerciali, per evitare di essere accusati di illecita distribuzione di materiale protetto da copyright. Una soluzione può essere trovata nelle librerie di font open source, come per esempio Liberation, coperto da una licenza Gnu.

Gestire le revisioni

È necessario, a questo punto, fare due passi indietro e ripensare anche il momento in cui il testo prende forma: questo da sempre avviene attraverso uno scambio più o meno serrato da autore e editore. L’invio di materiale viene oggi fatto via email o Ftp, in alcuni casi anche tramite la spedizione postale di materiali su Cd o Dvd. Questo modus operandi ha un grosso problema: non tiene traccia delle revisioni. Una tecnologia in grado di condividere documenti tra gruppi di persone, tenere traccia delle revisioni e notificare in tempo reale i cambiamenti esiste, anzi ne esistono diverse. Al Toc si parla di Subversion, open source e gratuito, ma bisogna ricordare anche Mercurial. In ogni caso, la sfida per l’editore qui consiste nello studio delle possibilità che questi strumenti offrono e nell’acquisizione di un metodo di utilizzo aperto e condiviso a tutte le parti coinvolte nella finalizzazione di un testo, prima che questo diventi libro, ebook o applicazione per gli utenti Apple.

Soluzioni per la distribuzione

Infine, una volta che l’editore ha acquisito tecnologie e competenze per gestire il flusso produttivo che porta alla realizzazione di un libro elettronico nei formati desiderati, viene il momento della sua distribuzione attraverso cataloghi digitali dedicati. Una soluzione può essere Open Publication Distribution System: si tratta di una syndication su base Atom che è interpretabile da un numero indefinito di software reader. Questo non in alternativa ad altre tecnologie o siti in grado di ospitare e vendere ebook, ma in sovrapposizione, per dare al lettore una possibilità in più di arrivare al contenuto. Come per la produzione di libri elettronici la via non è a senso unico, lo stesso vale per la distribuzione.

Confermando che è arrivato il tempo degli ebook, il filo rosso del TOC 2010 sembra così lapidario: per gli editori è importante ripensare tutto quello che ruota intorno a un libro che si appresta a diventare ebook.

  • Facebook
  • MySpace
  • Netlog
  • Windows Live Spaces
  • Share/Bookmark

Creare un File di Swap su Linux

Può capitare di dimenticarci di creare la partizione di swap e di sottovalutarla, per porre rimedio a questo possiamo fare un file di swap.

Con df -h possiamo vedere dove abbiamo più spazio disco per poter creare il file di swap.
Nei successivi comandi vado a creare un file di swap chiamato swapfile nelle directory /home.

Le dimensioni del file possono essere:

512 MB = 5242881 GB = 10485761.5 GB = 15728642 GB = 2097152

Lo creo da un Gigabyte.

dd if=/dev/zero of=/home/swapfile bs=1024 count=1048576mkswap /home/swapfileswapon /home/swapfile

In questo modo lo swap è pronto e già operativo, rendiamolo effettivo modificando l’fstab
editiamo il file
/etc/fstab
con l’editor preferito e inseriamo la stringa:

/home/swapfile swap     swap   defaults  0  0


  • Facebook
  • MySpace
  • Netlog
  • Windows Live Spaces
  • Share/Bookmark

Tags: , ,

MICRO PC

La GLOBALSCALE TECHNOLOGIES distribuisce un Pc piccolissimi, un MICRO PC.
Riporto la scheda tecnica (sito originale). In pratica è un microscopico PC con sistema OpenSource, le dimenzioni sono quelle di un trasformatore elettrico, dotato di porta ETH Gigabit e USB in modo da diventare un NAS!!! Il costo è poco superiore ai 70,00 €.

SheevaPlug Development Kit

– Always-on Computing for the Digital Home

Features

Benefits

Compact End-Product Form Factor

  • Professional demonstration of new applications
  • Suitable for initial trials
  • Shorter time to production

Open Source Platform

  • Available at low cost to any interested developer
  • Readily available Linux distribution
  • Community support

High performance with low power

  • Ideal for always-on computing tasks
  • Easier to port existing software without modification
  • Run multiple application concurrently

GHz Classs Processor

  • Wirespeed packet processing
  • Fast response to interactive applications
  • High speed access to USB 2.0 connected storage

System Components

Sheeva CPU Core


  • 1.2 GHz operation
  • L1 Cache: 16K Instruction + 16K Data
  • L2 Cache: 256KB

Memory


  • DDR2 400MHz, 16-bit bus
  • 512MB DDR2: 1Gb x8, 4 devices
  • Power efficient Samsung devices
  • NAND FLASH Controller, 8-bit bus
  • 512MB NAND FLASH: 4Gb x8, direct boot
  • 128-bit eFuse Memory

Power


  • Power input: 100-240VAC/50-60Hz 19W
    DC Consumption: 5V/3.0A
  • High efficiency POL DC-DC converters
Development Interface

  • System Development Board
  • JTAG and Console Interface via USB
  • SDIO expansion
  • JTAG OpenOCD support via USB
High speed I/O & Peripherals

  • GE, USB 2.0 Host
  • RTC w/ Battery


Note: Our unit will accept 100-240 Volts AC input 50Hz/60Hz. We have plugs for U.S., U.K., and European wall sockets; power adaptor may be required to take the plug to fit for other countries.


Hardware Block Diagram


External Interface

Front Panel

Side and Rear Panel


Physical Dimension


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    L’internet del 2010

    L’anno scorso, in questo tradizionale articolo sospeso tra punto della situazione e piccola previsione, ragionavamo sulle prime evidenze di «scomparsa di internet dentro la realtà». Erano i mesi del boom di Facebook, che stava facilitando l’accesso al web sociale a una larga parte di popolazione che era rimasta, fino ad allora, fuori o ai margini della società digitale.

    «Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un’importante soglia di scala. Se l’hype dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente hype su Facebook, è anche vero che l’effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. »

    Dodici mesi dopo

    A dodici mesi di distanza ci rendiamo conto che tutto è andato abbastanza più in fretta di quanto si poteva sospettare. Dev’esserci stato, anche nella storia delle rete elettrica, un momento in cui la potenza e le impostazioni del network hanno finito di essere un problema e una passione degli ingegneri per diventare una questione importante per ridisegnare la vita degli altri e abilitare illuminzaione, lavatrici e televisione. Per molti di noi era chiarissimo che questo stava accadendo, ma ora comincia ad essere sotto gli occhi di tutti. Più negli effetti che nelle cause.

    Non ci siamo ancora tutti, in rete, e forse in Italia siamo un po’ meno che altrove. Ma non è più necessario «essere in rete» per renderci conto che nella rete (o grazie alla rete) le cose accadono. Internet è ovunque: nelle notizie, sui giornali, nei telegiornali, nelle trasmissioni televisive, sui manifesti per strada. Buona parte di quello che accade o ci circonda è abilitato da internet, raccontato da internet, condiviso su internet, cercato via internet. Nella vita pubblica e in quella privata si passa sempre da internet. Non tutti abbiamo la stessa consapevolezza nell’usare la rete, non tutti frequentiamo le stesse porzioni di web (potremmo persino non incontrarci mai), ma nessuno oggi può ignorarne l’esistenza o sottovalutarne la portata.

    Certo, ci sono ancora resistenze culturali, ma sono sempre più minoritarie: credo che restino capaci di ridimensionare la rete – qui da noi – solo acuni politici spaventati dal cambiamento e qualche nonna che non ha ancora imparato a mettere le ricette su YouTube. Gli altri, direttamente o per sentito dire ne percepiscono l’importanza. E cambiano i rifermenti culturali: in questo senso (e forse non solo in questo) Facebook è più mainstream di Bruno Vespa. E internet non è più quella cosa strana che appassionava un manipolo di geek, ma una presenza che entra in molte conversazioni di tutti e che spesso le segna. Una volta era la televisione, una volta era una cultura con canoni diversi.

    Il problema della scala

    La diffusione porta sempre con sè un grande mutamento nelle pratiche, nei comportamenti e nel modo di utilizzare gli strumenti. Sebbene mai esente da comportamenti idioti, la rete ha vissuto un periodo di crescita in cui l’influenza degli early adopter in qualche modo dava esempi e forniva con maggior facilità logiche di autoregolamentazione. Lo «sbarco» (per usare un termine caro ai cronisti) accelerato e in massa ovviamente ha fatto saltare a molti diversi passaggi di comprensione. Con l’aumento di scala ci siamo ritrovati con i gruppi ingenui a favore della mafia, con i tifosi del signore che ha lanciato il Duomo in faccia a Berlusconi, persino con i tifosi della donna che ha fatto cadere il Papa. Nulla che non accadesse anche prima, nelle piazze e nei bar o anche nei gruppi usenet della prima ora, ma oggi tutto questo è illuminato da una dimensione pubblica che socialmente non siamo abituati a governare. I media di massa (ora che internet è il posto che i giornalisti adorano per raccontare le masse) non possono non evidenziare e non cercare ciò che fa notizia in questo enorme spazio condiviso.

    C’è anche un principio di responsabilità nella potenza del mezzo, e non tutti siamo educati ad utilizzarlo. L’effetto più importante che continueremo a vedere mel corso del 2010, probabilmente, sarà innescato da questa inesperienza diffusa e dalla corsa a raccontarla. E la rete tenderà sempre più ad assomigliare al mondo di fuori. Tanto che potremmo parafrasare una battuta di Ben Jelloun («I mezzi pubblici non ti aiutano ad amare il tuo prossimo») e temere l’evidenza degli aspetti negativi che fanno notizia, mentre la crescita silenziosa di milioni di persone rischia di passare facilmente inosservata. Se, direbbe Seth Godin, siamo alla fase dell’innovazione in cui i burocrati banalizzano il mezzo, il racconto pubblico che emergerà sarà quello su cui si costruirà l’interpretazione che ne daranno. I primi segnali li abbiamo già avuti con i gruppi di Facebook e – come giustamente osserva Massimo Mantellini – è forte il rischio che si piloti l’autoregolamentazione, magari con tavoli chiusi e propositi non eccessivamente da bene pubblico.

    Una questione di responsabilità

    Per come la vedo io, l’unica alternativa al tavolo chiuso è e rimane soprattutto un problema di educazione. Nostra prima che degli altri, perchè chi racconta la Rete come giornalista ha la responsabilità di fare una corretta divulgazione, e chi ha visibilità all’interno della rete – anche solo per pochi amici – ha la responsabilità di dare l’esempio. Dovremo sempre più imparare a cercare la nostra posizione, a distinguere le conversazioni in cui «parlano con noi» (con il nostro registro, con i nostri interessi) da quelle che si svolgono per altri e tra altri. Il fatto di essere tutti nello stesso social network non significa che stiamo per forza dialogando o parlando della stessa cosa. Dovremo imparare a capire che le persone che scegliamo di seguire (i blog che leggiamo, i giornali da cui ci informiamo, le persone cui ci iscriviamo nei siti sociali) ci daranno la nostra esperienza del medium. E che se troviamo qualcosa di noioso o di impreciso siamo noi che abbiamo sbagliato la scelta, non è lo strumento che delude.

    Ma sono solo alcuni banali esempi di un elenco che sarebbe lungo. La rete espone alla diversità e dobbiamo imparare a trattarla e gestirla in modo adeguato. A un livello più ampio, e forse più sensibile, dobbiamo imparare (anche qui, socialmente, in maniera diffusa) a gestire la dimensione pubblica e privata in uno strumento che tende a penalizzare il privato se usato senza accortezza. Dobbiamo educarci ad utilizzare un ambiente potente, che tende ad assomigliare al tavolino del bar ma che non è affatto il tavolino del bar. Dobbiamo cominciare a capire che il grillismo, il qualunquismo e il generico attacchismo fanno accessi e popolarità sul breve ma danneggiano tutti sul medio e sul lungo periodo. La rete, ce lo raccontano i processi che ci hanno portato qui (e non potrebbe essere altrimenti), premia chi sa costruire e dimentica in fretta chi sa solo criticare, distruggere o sparare a zero.

    Alimentare la spinta

    È un quadro difficile quello che ci vorrebbe per alimentare la spinta. Idilliaco, magari. Ma non c’è alternativa: la percezione che avremo di Internet assomiglierà sempre meno a questioni tecniche e a una comprensione della complessità. Mentre assomiglierà sempre più a una società e una cultura che si esprimono per quello che sono, attraverso uno strumento che lo consente. Da questo punto di vista, ancora una volta, avremo l’internet che ci meritiamo. Ma non è un passaggio da sottovalutare, almeno in Italia (paese che utilizza i network relativamente poco, ma sempre più di quanto li abbia assimilati culturalmente): l’idea della rete che si creerà in questo periodo più o meno lungo a venire sarà determinante nel ridurre o amplificare il ritardo italiano.

    Una percezione positiva potrebbe facilmente spingere verso nuove adozioni, verso circoli virtuosi, leggi non vessatorie, maggiori aperture, maggiori investimenti. Al contrario, una percezione negativa potrebbe portare a limiti e strette che solo la creatività dell’attuale classe dirigente può immaginare. È un apparente paradosso, ma in Italia in questo momento il racconto che si fa di internet vale più di qualsiasi innovazione tecnica dentro internet. E partiamo ad handicap perchè l’esempio di comportamento peggiore, qui da noi, lo danno politici, giornali e televisione. Se la rissa sembrerà normale a tutti, internet sarà l’apoteosi della rissa. C’è poco da fare, ma quel poco dobbiamo provare a farlo noi, nel nostro piccolo. Perchè tanti piccoli esempi fanno cultura. E, certo, perchè gridare a internet come bene pubblico o – addirittura – come candidato al Nobel per la Pace non ci esime dal fare la nostra parte. Cosa che assomiglia un po’ alla vecchia storia della bicicletta e della necessità di pedalare.

    Alla ricerca del contesto

    Al di là dello scenario generale, da cui però molto dipende, credo che i trend principali riguarderanno più l’impatto sull’esterno che non il web in sè (territorio ormai di rinnovamento più che di innovazione). Si amplificheranno i tentativi di riuscire a controllare il contesto oltre che il testo, come per esempio sta facendo Google con le news o con la ricerca real-time. Qualcuno annuncia già che se il web 2.0 era tutto social, il web 3.0 sarà costruito sulla connessione tra testo e contesto. Ma a mio parere è ancora troppo presto per avere qualche novità in grado di ridisegnare seriamente la topografia e le modalità di utilizzo della rete. Anche se, ovviamente, sarei felice di sbagliarmi.

    Sicuramente in quest’anno appena entrato aumenterà sensibilmente il peso del mobile, che è una buona chiave strategica anche per la diffusione della cultura digitale. Uno degli effetti collaterali della diffusione di Facebook è stato l’accesso al social network facilitato anche su telefoni cellulari di fascia media e bassa. E se la diffusione dell’iPhone in molti mercati è intorno al 200% annuo, la concorrenza porterà a prezzi più accessibili e maggiore diffusione anche dei device di fascia più alta. Poi c’è il grande mistero del tablet di Apple, incognita concettuale su cui molti scommettono.

    L’industria culturale

    La transizione verso il digitale sta ridisegnando l’industria culturale. Se al cambiamento di paradigma nella musica siamo ormai abituati e se la crisi del giornalismo su carta non fa più notizia, questo sarà l’anno in cui ci abitueremo a un nuovo concetto per pensare i libri. Con tutti gli annessi e i connessi, incluso il cambiamento del ruolo dell’editore e di quello dell’autore (cos’è un libro oggi, esattamente?). Nel caso dei libri, in particolare, i lettori elettronici colmano un vuoto che il web aveva da sempre: la lettura e la diffusione dei testi lunghi. Questo potrebbe facilmente significare che – non essendoci nell’ebook vincoli di lunghezza minima – un testo troppo esteso per stare in una pagina web con scroll ragionevole finisca naturalmente per essere un ebook e magari avere un prezzo – anche minimo – e un canale di vendita. Non ci sono facili previsioni: il passaggio al digitale di prodotti dell’ingegno che erano tradizionalmente vincolati al loro supporto è una bella sfida, per nulla vicina alla conclusione e da seguire con attenzione.

    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    1

    il cannocchiale


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    Calendario Linux

    Devo fare dei calendari, la parte più rognosa è l’inserimento dei mesi e dei giorni, ci viene in aiuto il terminale. Possiamo lanciare due comandi, il primo, “cal” è di sistema, il secondo lo installiamo con apt:


    apt-get install pcal
    E possiamo lanciarli in questo modo:
    cal 2010

    pcal 2010 -u calendario
    ci mostra a video il calendario per tutto il 2010
    crea un file stampabile per il calendario 2010, se vogliamo personalizzare il nostro calendario possiamo usare il comando:

    pcal 2010 -F Monday -E -M -L "POWERED BY PCAL" -C "WWW.PHOTOGULP.IT" -R "DOMENICO TRICARICO" -o Desktop/calendario


    Puoi scaricare il calendario da questo link:
    http://www.photogulp.it/


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    Repository PHOTOGULP


    In lavorazione il repository PHOTOGULP dove poter scaricare driver, ISO e software.

    Il link per il repository è:
    La pagina dedicata ai dowload dove è possibile trovare anche dei giudizi e info sul prodotto è:
    http://www.photogulp.it/wordpress/download/


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    CHROME LINUX

    Google ha rilasciato CHROME per sistemi Linux e Mac OSx, 32 e 64 BIT.

    Credo sia tra i broswer più performanti per le distro debian o debian based che ho utilizzato. E’ una beta ma se pensiamo che GMAIL era beta fino al 2009!!!!

    Link per scaricare il .deb:
    download per Debian/Ubuntu 32 BIT


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    Pubblicare codice nei blog

    Per pubblicare il post di prima, sempre con Fabrizio ci siamo impazziti!!! Colpa della poca conoscenza del linguaggio html!!!

    la stringa:

    find . | awk -F/ '{for (x=1;x<NF;x++) { printf "\t"}; print $NF}'

    non veniva pubblicata per un errore dopo il simbolo minore troncando tutto il resto
    <NF;x++) { printf "\t"}; print $NF}'

    La sintassi corretta quindi è:

    <code> find . | awk -F/ '{for (x=1;x&lt;NF;x++) { printf "\t"}; print $NF}'</code>

    oppure potete scaricare l’ADD-ONS per firefox al seguente link
    https://addons.mozilla.org/it/firefox/addon/11911


    • Facebook
    • MySpace
    • Netlog
    • Windows Live Spaces
    • Share/Bookmark

    Tags: , ,

    23 visitatori online
    23 ospiti, 0 membri
    Numero max di visitatori odierni: 28 alle 05:49 pm CET
    Mese in corso: 31 alle 03-09-2010 03:41 pm CET
    Anno in corso: 66 alle 02-22-2010 02:10 am CET
    Complessivo: 66 alle 02-22-2010 02:10 am CET
    } catch(err) {}

    Switch to our mobile site

    PHOTOGULP – TUTTOPERILPC é a prova di Digg grazie alla cache fornita da WP Super Cache