Archivio per la categoria informatica

Anafore, le parole che non ti ho digitato

Google invade le nostre vite. Google spunta in ogni angolo del nostro web. Google potrebbe levarci in un colpo solo mail, documenti, statistiche, video, mappe, conoscenza. Google sa troppe cose di noi. Google è cattivo perché fa vedere i video in cui i giovani si picchiano e fanno le cose brutte. Esagerazioni e battute a parte, il motore di ricerca più famoso del mondo è in effetti diventato una presenza molto ingombrante nella vita degli utenti web, grazie all’indubbia capacità dell’azienda di Mountain View di fornirci alcuni prodotti diventati degli standard. E se a un livello più alto questo genera un dibattito tra addetti ai lavori su posizioni dominanti, rispetto della privacy e necessarie regole e bilanciamenti, anche negli utenti medi e “light” possono nascere delle domande.

Infatti noi ci siamo abituati a molte cose, ma mettendoci nei panni di un utente meno disinvolto appariranno subito una serie di cose che possono ancora impressionare, come il vedere che Google ci propone degli annunci in base al contenuto delle nostre mail, si ricorda del posto in cui ci troviamo e dove volevamo andare, si affretta a suggerirci la domanda che iniziamo a digitare.

A Google puntano ad accompagnarci in ogni momento della nostra vita sempre più connessa, mostrandosi come un amico al quale è normale chiedere senza preoccuparsi di svelare troppo. Loro lo sanno benissimo e, forse, stanno cercando di costruire  una “poetica” intorno a tutto questo. Basta guardare uno degli spot televisivi in onda proprio in questo periodo (segnalato sul Manteblog), dove una storia d’amore è raccontata tramite il form di ricerca più popolare del mondo, protagonista assoluto e narratore silenzioso di un racconto  a colpi di clic.

Sullo stesso principio è basato un gioco proposto da Enrico Sola, un blogger italiano noto come Suzuki Maruti. Sul suo blog sono comparsi i primi esperimenti di un passatempo chiamato Anafore, approdato in seguito anche sul magazine di Grazia. A stimolare la fantasia del blogger sono stati i suggerimenti di ricerca, che Google fornisce mentre state digitando nel campo “ricerca”. Quella funzione che, mentre voi iniziate a scrivere una parola o una frase, prova a indovinare cosa potrebbe servirvi, dicendovi nel contempo qualcosa sulle ricerche più diffuse, con esiti a volte sorprendenti.

Proprio come nella figura retorica chiamata anafora, Suzuki Maruti usa questa  funzione per formare piccole storie le cui parti iniziano con le stesse parole, puntando a risultati surreali. Per esempio, il solo digitare le tre parole “mi ha detto” dà vita a una successione di eventi, una mini-storia che comincia con un dubbio e finisce con una rottura. Se il gioco vi diverte potreste provare anche voi a riprodurlo. Nel peggiore dei casi scoprirete qualcosa di più di quello che  “la gente” cerca su Google.

Potrebbe essere anche un modo leggero per interrogarsi di fronte a strumenti che riescono a suscitare grandi entusiasmi e molta diffidenza,  a volte anche contemporaneamente. Come nel caso di Wave e Buzz, nei primi giorni dei loro lanci manie per bloggers e frequentatori di social network, in seguito bersagli per critiche e abbandoni. Un po’ di consapevolezza e ironia possono essere utili per relazionarsi con marchio che difficilmente un utente web riesce a ignorare. Come ha sagacemente notato un’altra blogger nota come Dottoressa Dania , «la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a provare l’ennesimo nuovo servizio di Google». L’importante è saperlo.

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Audiovisivi e provider, è l’anno dell’accordo?

Il 2010 sarà forse l’anno della svolta per i rapporti tra provider italiani e l’industria dell’audiovisivo. Molte cose infatti bollono in pentola. I segnali più importanti, appena affiorati, vengono da due rapporti: di Ifpi, sul mercato della musica digitale e dell’Autorità garante delle comunicazioni, sul diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica. Il primo racconta come in Italia il mercato della musica digitale sta crescendo, ma ancora non abbastanza rispetto ad altri Paesi. E che nel 2010 l’industria affronterà la questione pirateria con la collaborazione dei provider: volontaria o estorta a colpi di leggi. Nel secondo rapporto c’è invece la prima presa di posizione da parte dell’Autorità, nel ruolo di arbitro tra i litiganti. Ma anche Agcom batte sullo stesso tasto: che l’industria debba accordarsi con i provider.

Esito inevitabile, a quanto pare: i provider saranno chiamati in causa, anche se finora hanno fatto il possibile per restarne fuori. Ma il diavolo è nei dettagli: a seconda di come alla fine penderà la bilancia, nei rapporti di forza tra le parti, dipenderà il futuro della internet italiana e dei suoi contenuti. Situazione delicata, quindi, perché ambivalente: il mercato della musica digitale italiana (download, streaming) dà segni di crescita, ma ancora non soddisfacente, si legge nel rapporto Ifpi. Valeva 20,4 milioni di euro, nel 2009, con una crescita del 27% in un anno; ma è solo il 15% del fatturato della musica totale (che continua a calare). Il digitale nel mondo vale il 27% del mercato; addirittura il 40%, negli Usa, dove l’offerta è più ricca e matura. Secondo la Federazione dell’industria musicale italiana, pesa la scarsa collaborazione dei provider italiani, che a differenza di quelli esteri non hanno lanciato offerte per la musica. Altrove (Danimarca, Brasile) ci sono flat per il download integrate nel canone Adsl.

Lo streaming che non arriva

L’immaturità del nostro mercato è esemplificata dal caso Spotify, piattaforma per lo streaming: è un successo planetario, ma in Italia ancora non sbarca ancora. Anche questo è da imputare alla mancanza di accordi con operatori internet, secondo Fimi. Tutti gli sguardi convergono sui provider. «Anche nel nostro Paese appare sempre di più evidente che il contrasto alla pirateria non possa essere realizzato senza un’attiva cooperazione degli Isp e tale argomento diverrà centrale nel corso del 2010», si legge nel rapporto. Suona come una minaccia e in effetti altrove nel rapporto si lodano leggi come l’Hadopi francese e si prevede che si estenderanno ad altri Paesi, perché secondo l’industria discografica i provider non collaborano volentieri e devono essere costretti dai governi. Facile previsione, viste le notizie che arrivano da Regno Unito e Nuova Zelanda.

Allargando lo sguardo, però, si scopre una realtà più variegata. Che molto può essere fatto ancora per migliorare l’offerta di contenuti legali, soprattutto di film, in Italia. I principali servizi mondiali di film on demand (iTunes, Amazon) non sono ancora operativi nel nostro Paese. Qualcosa sta cambiando, ma molto lentamente. Un buon segnale viene dal cinema indipendente: per la prima volta, un film  (La bocca del lupo) è stato trasmesso online prima che nelle sale, su MyMovies.it. «Altre case di distribuzione italiane ci stanno contattando per fare analoghi esperimenti», dicono dal sito.

Diritto all’accesso

Un ruolo positivo potrebbe venire non solo da queste avanguardie ma anche da Agcom. La sua presa di posizione, con l’indagine sul diritto d’autore, ha stupito gli addetti ai lavori. Da una parte infatti ricorda il proprio ruolo di «organo deputato a svolgere la attività di vigilanza a tutela del diritto d’autore sulle reti di comunicazione elettronica». Dall’altra dice, per la prima volta così chiaramente, che deve anche tutelare il diritto degli utenti all’accesso a internet e alla privacy. Due concetti che stridono con leggi come l’Hadopi, con cui si autorizzano disconnessioni e si apre la porta all’analisi del traffico degli utenti. Qui il punto d’appoggio è nel nuovo Telecoms Package della Comunità Europea, dove alla fine è prevalsa la protezione dei diritti degli utenti.

Agcom si propone quindi nel ruolo di intermediario tra le parti. Avvierà un protocollo d’intesa tra provider e industria del copyright. Non è la prima volta che si tenta un accordo simile, ma mai finora Agcom era scesa in campo. Stavolta c’è tutto l’interesse da parte dei provider a collaborare: varie spade di Damocle pendono sulle loro teste. Il decreto Romani, nelle bozze finora divulgate, chiama Agcom e i provider a un ruolo più attivo contro la pirateria. Non solo. «I ministeri degli Interni, Sviluppo Economico e Gioventù sono al lavoro a un codice di autodisciplina per i servizi internet da proporre agli operatori», dice Guido Scorza, avvocato esperto di diritto in internet.

Leggi severe in bozza, accordi inediti, nuovi contenuti legali: tutto è nell’aria, ma sta per posarsi sulla terra, probabilmente già da quest’anno, per modificare i rapporti tra i soggetti di internet e il diritto d’autore. Gli utenti hanno davanti un orizzonte incerto, con possibili rischi ma anche qualcosa da guadagnare. Il rischio che gli operatori vengano investiti di un ruolo da sceriffi è ancora presente, ma è mitigato dalle posizioni di Agcom e della Comunità Europea. Da guadagnare c’è una nuova offerta di contenuti legali, soprattutto film (che adesso scarseggiano). La scelta migliorerà man mano che si definiranno meglio i rapporti tra l’industria e gli operatori.

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Caso Vividown, parla l’avvocato di Google

Avvocato Giuseppe Vaciago, quali erano i capi di imputazione contro Google Italia al processo di Milano e quale è stata la formula di assoluzione dal capo di imputazione per diffamazione?

I capi di imputazione erano due: violazione della privacy e concorso omissivo nel reato di diffamazione. Tutti gli imputati sono stati assolti con formula piena per quanto riguarda il capo d’imputazione relativo alla diffamazione e non hanno ottenuto risarcimenti le due parti civili costituite, ossia il Difensore Civico del Comune di Milano e l’associazione Vividown, poiché la loro posizione era legata solo al reato di diffamazione contestato agli imputati.

Quando e come si è sviluppato nel corso del processo il capo di imputazione relativo alla privacy?

Al fine di provare il suo assunto e ottenere una criminalizzazione del servizio Google Video a titolo di diffamazione a mezzo stampa, i Pubblici Ministeri si sono subito accorti che non era possibile estendere ai titolari del motore di ricerca la normativa sulla stampa, in particolare l’articolo 57 del codice penale, cui pur si erano appellati i querelanti, possibilità negata inequivocabilmente dalla giurisprudenza, in quanto interpretazione analogica in malam partem di una disposizione penale, non consentita dalla legge. I Pubblici Ministeri hanno cercato di collegare causalmente la condotta dei legali rappresentanti di Google Italy con quella dell’uploader attraverso la presunta violazione della legge italiana sulla privacy, che avrebbe indotto l’utente a pubblicare liberamente il video, in quanto non informato che il contenuto dello stesso era illegittimo. Questa ricostruzione non ha passato il vaglio del Tribunale, in quanto il Giudice, come già detto, ha assolto tutti gli imputati per il reato di diffamazione. Anche perchè tutti i requisiti dell’informativa previsti dalla normativa sulla privacy erano stati rispettati da Google Video.

Quindi dall’esito del processo emerge che c’è un obbligo di controllo sui contenuti caricati dagli utenti?

Ogni opportuna valutazione si potrà fare solo dopo la lettura della motivazione della sentenza, tuttavia, l’assoluzione con formula piena sul reato di diffamazione può far legittimamente pensare che tale obbligo non sussista secondo il giudice.

Come è possibile, allora, ritenere che non sussista un obbligo di controllo sui contenuti e rispondere per la violazione della privacy commessa dall’utente che ha caricato il video?

Le contestazioni mosse dalla Procura relative alla normativa sulla privacy sono di duplice natura: la prima è quella di non aver chiesto al terzo soggetto ripreso (ossia il ragazzo disabile) il consenso alla pubblicazione dei suoi dati sensibili presenti nel video prima della sua immissione on line (articolo 23 comma 3 e articolo 26 del decreto legislativo 196/03). La seconda è quella di non aver ottemperato al presunto obbligo di interpello al Garante della Privacy prima di aver lanciato il servizio Google Video (articolo 17 dello stesso decreto). Non sapremo fino al deposito della motivazione se il Giudice ha riconosciuto gli imputati colpevoli di tutte e due le violazioni della privacy o solo di una.

Il mio auspicio è che non si tratti della prima (ossia della richiesta del consenso), in quanto ritenere che piattaforme come Google Video debbano ottenere il consenso da parte di chiunque appaia in un video significherebbe imporre un obbligo inesigibile e nessun controllo preventivo potrebbe consentire di verificare se vi è stato consenso o meno da parte di tutti gli interessati. Intermediari come Google Video devono essere in grado di fare affidamento sulla certificazione dell’uploader che il necessario consenso è stato ottenuto. Si pensi a un video di un matrimonio o alle foto dei propri amici: chi può garantire  che il necessario consenso sia stato ottenuto da tutti i soggetti ripresi? C’è una sola risposta: è l’utente/uploader che si impegna a garantire contrattualmente che il contenuto caricato nel video abbia tutte le autorizzazioni richieste.

Come si rapporta il controllo sui contenuti e il principio del consenso, quindi, in questo caso?

La condotta richiesta dall’accusa per la quale ogni piattaforma dovrebbe richiedere il consenso a chiunque appaia nel video oltre a non essere esigibile, potrebbe far sorgere un contrasto con la disciplina sul commercio elettronico che esonera espressamente da un obbligo di controllo preventivo sui contenuti: come si fa, infatti, a chiedere il consenso dei soggetti interessati o a verificarne l’esistenza, senza controllare i contenuti di un video immesso in Rete? Se invece si volesse ritenere che sia l’uploader a dover richiedere il consenso del terzo soggetto ripreso (ossia il ragazzo disabile) e non la piattaforma, allora non vi sarebbe alcun contrasto tra le due normative. Tuttavia, come già detto, analisi più approfondite si potranno fare solo dopo aver letto la motivazione della sentenza.

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Sentenza Google, un bel problema per i provider

Non si conoscono ancora gli estremi della sentenza, ma la notizia sta facendo il giro del mondo. La stessa Google, sul proprio blog ufficiale, fa sapere che David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes  sono stati condannati per violazione della privacy. L’accusa per il concorso omissivo in diffamazione è caduta, probabilmente in applicazione della disciplina sul commercio elettronico, che sancisce l’irresponsabilità del provider per le attività effettuate dagli utenti sui propri servizi. È stata, invece, rilevata la violazione delle norme in materia di privacy.

Riservatezza e dati personali

Nell’attesa di avere il testo della sentenza, è da rilevare che la direttiva in materia di commercio elettronico non si applica, tra le altre cose, a due direttive che si occupano di privacy. L’articolo 1 del decreto legislativo 70/03, che ha recepito la direttiva, esclude dal campo di applicazione «le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675, e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171, e successive modificazioni». E le due discipline, in effetti, sono diverse e fra loro indipendenti e questa norma potrebbe avere rafforzato la non applicazione della regola della non responsabilità del provider per la violazione della privacy riscontrata nel caso di specie.

Nel video, di cui abbiamo parlato su Apogeonline all’epoca dei fatti, erano ripresi alcuni studenti dell’Istituto Steiner di Torino mentre vessavano e insultavano un loro compagno affetto da una forma di autismo. Il video era stato caricato su Google Video da una studentessa che, presente all’avvenimento, aveva filmato la vicenda. Le motivazioni della sentenza daranno spunti per ragionare sui limiti possibili all’efficacia della tutela del diritto al controllo dei propri dati nel web contemporaneo e l’articolarsi della responsabilità attraverso la catena di custodia degli stessi. Il problema di base è questo: se un video è un dato personale (ed è sicuramente sensibile, se rivela uno stato di salute), a chi spetta chiedere il consenso alla diffusione di dati di un soggetto terzo? Al fornitore di hosting rispetto all’utente che immette i suoi dati in un servizio o all’utente stesso?

I dati sensibili degli amici

La disciplina in materia di privacy riveste, in questo momento storico, un ruolo di capillare importanza per i diritti che si prefigge di tutelare, messi sotto scacco dagli stessi soggetti che ricadono sotto la sua tutela attraverso la condivisione online la propria vita su blog e social network. Il lifestreaming nasce come condivisione delle proprie relazioni con un pubblico indiscriminato: in questo senso, i problemi maggiori arrivano dalla necessità di rispettare la privacy delle persone che fanno parte della rete di contatti. Se un utente ha il diritto di condividere autonomamente con il resto del mondo le proprie foto, il proprio status (inteso sia in senso 2.0, come ad esempio il proprio umore, sia in quello giuridico, come ad esempio il fatto di essere sposati con una determinata persona) e ogni altra informazione che lo riguarda, non ha invece il diritto di condividere su web dati personali o sensibili che appartengono ad altri.

Nel definire il campo di applicazione della disciplina, infatti, il Codice in materia di protezione dei dati personali chiarisce che questa si applica certamente a persone giuridiche che trattano i dati di soggetti terzi, ma anche ai privati qualora comunichino e diffondano dati di altri anche se i fini sono personali. Secondo l’articolo 5 comma 3, «il trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali è soggetto all’applicazione del presente codice solo se i dati sono destinati ad una comunicazione sistematica o alla diffusione. Si applicano in ogni caso le disposizioni in tema di responsabilità e di sicurezza dei dati di cui agli articoli 15 e 31». Inoltre, secondo il comma 5 dell’articolo 26 i dati idonei allo stato di salute non possono essere diffusi a prescindere dal consenso.

L’informativa

Le regole dell’informativa preventiva e del consenso scritto qualora i dati condivisi siano anche sensibili dovrebbero essere la norma per tutti gli utenti italiani che condividono foto di amici, video, relazioni personali. L’informativa assolve i propri scopi se vi sono indicati i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati, oltre all’ambito di diffusione dei dati medesimi. Se la diffusione avviene attraverso il web, ogni aspettativa di controllo sulla circolazione dei dati stessi è fugata.

Il problema è noto da tempo, tanto che il Garante, nel pubblicare una guida per un uso consapevole dei social network, così si rivolge a studenti, insegnanti e genitori nel decalogo finale: «Astieniti dal pubblicare  informazioni personali  e foto relative ad altri senza il loro consenso. Potresti rischiare anche sanzioni penali». In effetti, l’articolo 5 è in linea con la previsione del decalogo e il consenso alla diffusione dei dati dovrebbe essere richiesto da colui che i dati li pubblica e li diffonde, cioè l’utente del servizio utilizzato. È un principio eticamente e giuridicamente corretto.

Oneri per il gestore

Non sappiamo, allo stato, a che titolo Google sia stata ritenuta responsabile, ma nell’articolo della BBC viene rilanciata l’ipotesi che il problema riguardi proprio la mancanza di consenso di tutti i soggetti coinvolti nel video prima che questo fosse messo online. Se questa è la motivazione alla base della sentenza, significa che è stato previsto in capo non all’utente ma al fornitore del servizio di hosting l’onere di chiedere il consenso alla pubblicazione del video. In poche parole Google avrebbe dovuto verificare il contenuto del video, rilevare la presenza di altri soggetti, rintracciarli o imporre all’utente che ha caricato il video di farlo, verificarne l’identità, farli iscrivere alla piattaforma e acquisire il consenso scritto del disabile e dare agli altri la relativa informativa. Oppure, in alternativa, imporre all’utente che ha caricato il video di acquisire egli stesso i necessari consensi e formalmente incaricare Google come responsabile esterno del trattamento dei dati dei soggetti filmati. O, ancora, più semplicemente, bloccarne l’upload.

A queste condizioni, le piattaforme che permettono la pubblicazione di user generated content – non solo Google Video, ma anche Facebook, Ning, Vimeo eccetera – ai fini della privacy avranno l’onere di verificare i contenuti e di ottenere i consensi anche degli utenti non iscritti, con ovvi problemi in merito all’identificazione di ognuno. È chiaro, quindi, che in futuro la giurisprudenza dovrà trovare un equo bilanciamento tra la tutela dei dati di soggetti collegati ai propri utenti e la possibilità concreta dei provider di contenuti di potere erogare i propri servizi.

Prospettive per il futuro

Che cosa avrebbe potuto fare, quindi, Google e quali possono essere le prospettive se una ipotesi di responsabilità per chi fornisce hosting per user generated content dovesse stabilirsi a partire da questo caso? Ci sono due soluzioni possibili al momento. La prima, sicuramente più corretta, è che tali provider chiedano al Garante un interpello per presentare i problemi connessi alle attività specifiche che i comportamenti dei loro utenti pongono in materia di tutela dei dati personali e adeguarsi alla soluzione proposta dall’Autorità. La seconda è stabilire nelle condizioni di servizio un obbligo contrattuale che addossi all’utente l’obbligo di premunirsi dei necessari consensi relativi ai dati personali di eventuali terze persone raffigurate nei loro contenuti e garantire il provider, sotto loro responsabilità, che tutti gli obblighi di legge sono stati adempiuti.

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L’editore alle prese con l’ebook, appunti dal TOC

La domanda da cui parte l’edizione 2010 del TOC-Tools of Change in corso a New York è: come si produce un ebook? Senza tanti complimenti, si entra nella questione dei formati e flussi di produzione, problemi cruciali sui quali si cerca di fare chiarezza. Molta attenzione viene dedicata al formato epub indicato come il presente e il futuro dei libri elettronici: la sua portabilità su un numero crescente di device e di software reader ne fa di fatto il crocevia dell’editoria digitale. Non sembrano emergere altri modelli in grado di assurgere allo stato di standard. Qualcuno potrebbe storcere il naso e dire che, tanto per fare un esempio, il formato kindle esiste e funziona a prescindere dall’epub. Ma questo è vero fino a un certo punto.

Il formato epub

Bisogna, infatti, considerare due aspetti. Il primo: i lettori vogliono poter trovare il libro che cercano in un formato adatto al loro device: Amazon Kindle è fino a oggi, in attesa di iPad e dei device che verranno, il dispositivo più famoso (forse il più venduto nel mondo anglosassone, non in Italia), ma non è il solo. Non si può trascurare Kindle, ma neppure il momento per essere kindlecentrici. Il secondo: epub è una sorta di xHtml, insomma un linguaggio affine al Web ma rigoroso come Xml. In più è pensato per i libri elettronici e molti device lo supportano. Un libro in formato epub è ottenibile in un svariato numero di modi (passando da InDesign e Digital Editions, o da Word, DocBook e i suoi fogli di trasformazione, o alla peggio da Pdf attraverso un retro-passaggio in un formato editabile e quindi in Html), e una volta ottenuto esistono diversi strumenti (per esempio Calibre e Kindlegen) per convertirli in altri formati come mobi e kindle. Quest’ultimo poi è una sorta di Html e Css con del codice proprietario: se un libro formattato in Html funziona bene una volta portato su Kindle, ci sono molti presupposti che esso abbia una buona resa anche su altri device in grado di interpretare epub e xHtml.

L’artigiano degli ebook

Un editore, dunque, deve pensare al core del suo catalogo digitale in xHtml/epub, consapevole così che da lì potrà passare ad altri formati e coprire il maggior numero di device, e di lettori. Quindi l’editoria digitale che sta per venire parlerà epub. Ma questo cosa significa per gli editori in termini pratici? Se è vero che un epub è producibile in uno svariato numero di modi, il risultato non è così immediato. Il processo di conversione, da qualsiasi parte lo si approcci, non è automatico e implica una serie di controlli e step (qui dei passaggi consigliati per passare da inDesign a epub e quindi a kindle) in questo momento tutt’altro che automatizzabili. Siamo in un momento in cui nella casa editrice può trovare posto un architetto (o un artigiano) degli ebook. Si tratta di una figura professionale che deve essere in grado sia di guardare dall’alto il processo produttivo, sia di intervenirvi praticamente, mettendo le mani tra codice e metadati, gestendo vari passaggi in batch da riga di comando, ma all’occorrenza anche manualmente uno a uno. Deve sapere semplificare la complessità in favore di un risultato, sacrificando una soluzione raffinata in favore di una maggiore portabilità su più device: il keep it simple alla base delle buone pratiche del Web (dall’usabilità, ai fogli di stile fino all’interfaccia di Google) ritorna anche nell’epub e – un esempio tra i tanti – a esso sembrano destinate a essere immolate le tabelle, che se troppo grandi faticano a essere digerite da Kindle e sono meglio gestibili se convertite in uno statico oggetto grafico.

Applicazioni ricche

Avere un testo in un buon epub non è però il fine ultimo, ma solo una solida base di partenza. Apple, con iPhone/iPod Touch/iPad e l’App Store, offre delle possibilità interessanti all’editore: per esempio la possibilità di superare l’apparente dicotomia tra ebook e audiobook, costruendo intorno a un testo formattato in epub un’applicazione attraverso la quale il lettore passa combinare l’esperienza della lettura a quella dell’ascolto, e perché no anche della fruizione di video magari inclusi come apparati paratestuali o contenuti extra. Un prodotto editoriale così strutturato implica però la necessità di dover ripensare i contratti di edizione, dove tradizionalmente lo sfruttamento commerciale di un contenuto come ebook è un diritto diverso dallo sfruttamento come audiobook o come video. Insomma, se editor e redattori devono diventare un po’ architetti di ebook, anche i rights manager avranno il loro bel da fare.

La questione dei diritti

Rimanendo al tema dei diritti, ma ritornando sulla costruzione di file epub, merita un po’ di attenzione la questione dei font da embeddare: questa possibilità è garantita dal formato epub e senza dubbio vale la pena sfruttarla, ma bisogna fare attenzione a non includere font proprietari soggetti a licenze commerciali, per evitare di essere accusati di illecita distribuzione di materiale protetto da copyright. Una soluzione può essere trovata nelle librerie di font open source, come per esempio Liberation, coperto da una licenza Gnu.

Gestire le revisioni

È necessario, a questo punto, fare due passi indietro e ripensare anche il momento in cui il testo prende forma: questo da sempre avviene attraverso uno scambio più o meno serrato da autore e editore. L’invio di materiale viene oggi fatto via email o Ftp, in alcuni casi anche tramite la spedizione postale di materiali su Cd o Dvd. Questo modus operandi ha un grosso problema: non tiene traccia delle revisioni. Una tecnologia in grado di condividere documenti tra gruppi di persone, tenere traccia delle revisioni e notificare in tempo reale i cambiamenti esiste, anzi ne esistono diverse. Al Toc si parla di Subversion, open source e gratuito, ma bisogna ricordare anche Mercurial. In ogni caso, la sfida per l’editore qui consiste nello studio delle possibilità che questi strumenti offrono e nell’acquisizione di un metodo di utilizzo aperto e condiviso a tutte le parti coinvolte nella finalizzazione di un testo, prima che questo diventi libro, ebook o applicazione per gli utenti Apple.

Soluzioni per la distribuzione

Infine, una volta che l’editore ha acquisito tecnologie e competenze per gestire il flusso produttivo che porta alla realizzazione di un libro elettronico nei formati desiderati, viene il momento della sua distribuzione attraverso cataloghi digitali dedicati. Una soluzione può essere Open Publication Distribution System: si tratta di una syndication su base Atom che è interpretabile da un numero indefinito di software reader. Questo non in alternativa ad altre tecnologie o siti in grado di ospitare e vendere ebook, ma in sovrapposizione, per dare al lettore una possibilità in più di arrivare al contenuto. Come per la produzione di libri elettronici la via non è a senso unico, lo stesso vale per la distribuzione.

Confermando che è arrivato il tempo degli ebook, il filo rosso del TOC 2010 sembra così lapidario: per gli editori è importante ripensare tutto quello che ruota intorno a un libro che si appresta a diventare ebook.

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Creare un File di Swap su Linux

Può capitare di dimenticarci di creare la partizione di swap e di sottovalutarla, per porre rimedio a questo possiamo fare un file di swap.

Con df -h possiamo vedere dove abbiamo più spazio disco per poter creare il file di swap.
Nei successivi comandi vado a creare un file di swap chiamato swapfile nelle directory /home.

Le dimensioni del file possono essere:

512 MB = 5242881 GB = 10485761.5 GB = 15728642 GB = 2097152

Lo creo da un Gigabyte.

dd if=/dev/zero of=/home/swapfile bs=1024 count=1048576mkswap /home/swapfileswapon /home/swapfile

In questo modo lo swap è pronto e già operativo, rendiamolo effettivo modificando l’fstab
editiamo il file
/etc/fstab
con l’editor preferito e inseriamo la stringa:

/home/swapfile swap     swap   defaults  0  0


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MICRO PC

La GLOBALSCALE TECHNOLOGIES distribuisce un Pc piccolissimi, un MICRO PC.
Riporto la scheda tecnica (sito originale). In pratica è un microscopico PC con sistema OpenSource, le dimenzioni sono quelle di un trasformatore elettrico, dotato di porta ETH Gigabit e USB in modo da diventare un NAS!!! Il costo è poco superiore ai 70,00 €.

SheevaPlug Development Kit

– Always-on Computing for the Digital Home

Features

Benefits

Compact End-Product Form Factor

  • Professional demonstration of new applications
  • Suitable for initial trials
  • Shorter time to production

Open Source Platform

  • Available at low cost to any interested developer
  • Readily available Linux distribution
  • Community support

High performance with low power

  • Ideal for always-on computing tasks
  • Easier to port existing software without modification
  • Run multiple application concurrently

GHz Classs Processor

  • Wirespeed packet processing
  • Fast response to interactive applications
  • High speed access to USB 2.0 connected storage

System Components

Sheeva CPU Core


  • 1.2 GHz operation
  • L1 Cache: 16K Instruction + 16K Data
  • L2 Cache: 256KB

Memory


  • DDR2 400MHz, 16-bit bus
  • 512MB DDR2: 1Gb x8, 4 devices
  • Power efficient Samsung devices
  • NAND FLASH Controller, 8-bit bus
  • 512MB NAND FLASH: 4Gb x8, direct boot
  • 128-bit eFuse Memory

Power


  • Power input: 100-240VAC/50-60Hz 19W
    DC Consumption: 5V/3.0A
  • High efficiency POL DC-DC converters
Development Interface

  • System Development Board
  • JTAG and Console Interface via USB
  • SDIO expansion
  • JTAG OpenOCD support via USB
High speed I/O & Peripherals

  • GE, USB 2.0 Host
  • RTC w/ Battery


Note: Our unit will accept 100-240 Volts AC input 50Hz/60Hz. We have plugs for U.S., U.K., and European wall sockets; power adaptor may be required to take the plug to fit for other countries.


Hardware Block Diagram


External Interface

Front Panel

Side and Rear Panel


Physical Dimension


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    È giusto che Google paghi la cultura francese?

    Ordine. Legge & ordine. Come sappiamo è un po’ questo l’approccio francese al complicatissimo tema dei diritti delle opere d’ingegno, dei contenuti diffusi legalmente o molto meno legalmente in Rete. Combattere la pirateria per proteggere la propria industria culturale (molto protetta, basta pensare alle disposizioni legali che impongono l’uso della lingua gallica). In questo quadro l’apposita Commissione governativa (di cui, nota di colore, fa parte il produttore discografico della first lady Carla Bruni) prevede la possibilità auspicabile di tassare i portali con una bella tassa sulla pubblicità, i cui proventi sarebbero usati per sussidiare la nascita di nuovi siti per la vendita (legale) di prodotti culturali come musica, libri e così via.

    Il tutto ammantato da una visione etica/sociale di protezione del pluralismo culturale, mettendo un qualche tappo allo straordinario predominio di alcuni player macroscopici nel campo della diffusione legale di contenuti (per l’aspetto illegale, più che le tasse si useranno i bastoni). In questo modo si farebbe anche giustizia delle colpe di Google, con un assioma semplicissimo: la pirateria è male, i pirati cercano file da scaricare su Google (e simili), quindi Google deve pagare per i danni provocati, se non in maniera diretta attraverso una imposizione compensatoria che ricorda le tasse sui CD vergini – uno straordinario caso di presunzione di colpevolezza nei confronti di chi compri questi supporti digitali, vere e proprie armi del delitto.

    Tassa sulle intenzioni

    Le critiche non sono mancate, e c’è chi sostiene ad assurdo che se si imbrocca la strada della correità non si sa dove vada a finire. In effetti anche il provider è complice. E chi produce i computer, i dischi fissi, le memorie digitali, i cellulari; chi mi dà l’elettricità per alimentare i download illegali, i produttori di router, persino chi mi affitta la casa, locale dedicato ad attività criminali – tassiamoli tutti, dunque (oddio, tanto assurdo non è, visto che da noi questa legge sta passando).

    A quanto risulta Google, il principale bersaglio data la sua posizione dominante nel campo della pubblicità online avrebbe saggiamente adottato una posizione di apertura conciliatoria, insomma, un “parliamone”. Quanto a Facebook, Microsoft, AOL o Yahoo anche loro ci stanno facendo la loro bella pensata, questo è chiaro, in quanto non solo la tassa francese colpirebbe i propri proventi locali ma costituirebbe un pericoloso precedente per infinite altre amministrazioni nazionali sempre affamate di nuove risorse fiscali cui attingere fondi. Colpendo, possibilmente, i ricchi per dare (si spera) ai poveri.

    Il Robin Hood dei ricchi

    Il rischio è che di questi finanziamenti non vadano a sostenere giovani, alternative, innovative start-up con mission culturali alternative ma che i proventi delle tasse vadano a supportare le attività legali ma ancorate a modelli troppo “tradizionali” dei soliti noti. Cambiando tutto per non cambiare nulla. Non che la torta sia poi così grossa, dato che si stima che il gettito potenziale dell’imposta potrebbe aggirarsi su poche decine di milioni di euro l’anno, tutto sommato più uno statement che altro.

    Ma uno statement importante, un segnale forte dal governo, se sposerà la tesi della commissione, che ritiene un obiettivo primario promuovere le vendite legali di musica online – ad esempio attraverso la distribuzione alla gioventù locale di carte prepagate da usare per l’acquisto di musica digitale a un prezzo competitivo, grazie alla cortese sovvenzione fiscale da parte di portali, provider e chissà chi altri. E con i soldi delle tasse promuovere anche digitalizzazione di libri, la vendita (legale) di film online e così via. Un segnale che è stato subito colto con passione dalla società francese degli autori e compositori, che l’ha definita «audace e pertinente» (e sopratutto foriera di benefici per la corporazione – che i suoi problemi di questi tempi ce li ha).

    Il solito rivale

    Un segnale anche di una accresciuta rivalità tra Google e il mondo cultural-istituzionale francese, che sta lavorando all’alternativa “made in France” di Google Books; partendo dal database Gallica della libreria nazionale, costruire un repositorio di testi digitalizzati – in cui i diritti dei copyright non siano così discutibili come nel caso di Google – con il quale molti autori sono furiosi perché ritengono violati dal gigante americano i propri santi diritti di proprietà sulle opere del loro brillante ingegno. Poi, tanto per complicare le cose, proprio con Google i francesi vorrebbero fare una partnership, data la complessità di procedere alle digitalizzazioni dei libri con annessi e connessi.

    Staremo a vedere, anche se già l’Unione Europea ha chiamato un time out sulla proposta francese, sottolineando che i propri esperti dovranno valutare l’idea prima che sia messa in pratica. Non è però che l’Europa politica stia assumendo posizioni più liberistiche sul tema dei diritti e dei content: è solo che tassare gli americani per promuovere i francesi e le loro imprese sa tanto di aiuto di stato. Scommettiamo che la tassa ci sarà lo stesso, ma che i proventi invece di servire in un qualche modo ad un allargamento (ufficialmente benedetto) delle cultura, finiranno nel calderone del deficit pubblico?

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    Audiovisivo, le regole che scordano le specificità

    Non sia mai che le battaglie di libertà di Google in Cina ci distraggano dai nostri lidi, dove il vento sta spirando forte in tutt’altra direzione. La magistratura da una parte, il governo dall’altra sembrano aver attuato una manovra a tenaglia su internet. Tra le ultime notizie, un decreto legge che, in modo del tutto originale nei confronti delle norme europee, sta per equiparare equiparare i siti con video a normali televisioni. In questi stessi giorni, si attende la prima udienza per un caso che contrappone federazione antipirateria audiovisiva (Fapav) a Telecom Italia e agli utenti peer to peer. Avviene sullo sfondo di una recente sentenza della Cassazione, che autorizza le maniere forti (filtri e oscuramento) contro siti in odore (anche alla lontana) di pirateria. È possibile trovare un filo conduttore tra questi fatti.

    Da più parti si vuole imporre un’idea: un’analogia tra internet e il mondo offline, per cui da una parte e dall’altra devono valere le stesse regole, prescindendo dalle specificità dei due mondi. L’apparente correttezza dell’analogia non inganni: è pacifico che un’emittente televisiva su internet debba avere le stesse regole di una tv sul digitale terrestre. È lo spirito anche di una direttiva europea nota come Audiovisual Media Services. Il problema sta in un salto logico: equiparare a un’emittente tutto cioè che su internet vi somigli anche alla lontana. È lo stesso meccanismo con cui a più riprese si è tentato di estendere ai blog le regole e gli obblighi dei giornali. Si prescinde così dalle peculiarità di alcune forme di espressione su internet, nate dal basso e non strutturate come un’azienda editoriale.

    Prescindervi è un modo per annullarle. Questo salto logico, tutto italiano, è ben descritto da Guido Scorza. Laddove la direttiva europea escludeva le tv internet senza fin di lucro, il decreto legge che la recepisce invece potrebbe includerle, tramite un comma in più (1 dell’articolo 4). Vi si legge: «fermo restando che rientrano nella predetta definizione (ovvero sono servizi di media audiovisivo, ndr) i servizi, anche veicolati mediante siti internet, che comportano la fornitura o la messa a disposizione di immagini animate, sonore o non, nei quali il contenuto audiovisivo non abbia carattere meramente incidentale». L’opposizione parla di “eccesso di delega”, da parte del governo, come a dire che nel recepire la direttiva ci ha messo troppo del suo. Il decreto ora attende di ricevere un parere dal Parlamento. Se dovesse passare, il rischio è che ai videoblog indipendenti arrivino gli stessi doveri di una grande emittente: l’autorizzazione ministeriale, l’obbligo di rettifica.

    Allo stesso modo: è corretto che la pirateria sia reato online e offline; l’equiparazione dei due mondi, però, ora tende a fare un passo in più: permettendo di sequestrare anche i siti che sono collegati in varia e lontana misura alla pirateria. La Fapav vuole imporre a Telecom di oscurare anche un sito come ItalianSubs.net (tra gli altri), come se tra fornire un sottotitolo e un film pirata non ci fossero differenze. I provider, dal canto loro, vengono così equiparati a poliziotti, perché la Cassazione e ora Fapav chiedono di vigilare sulle attività degli utenti. In questo caso a essere annullato è il loro ruolo di intermediari neutri, altro concetto precipuo del mondo di internet e finora tutelato dalla normativa europea. Il cerchio si chiude: nel nuovo decreto legge vengono dati anche poteri da sceriffo, contro le violazioni del copyright, all’Autorità Garante delle Comunicazioni. Potrà esercitare sanzioni, richiami contro i siti.

    I ricavi dell’industria dell’audiovisivo e delle tv tradizionali vengono così tutelati da una parte e dall’altra: stiracchiando il concetto di pirateria e quello di tv su internet. Ad andarci di mezzo è la peculiarità di internet, quella che ha portato finora innovazione e che ha deviato l’attenzione dai tradizionali binari del potere e dell’intrattenimento. Qualcuno ci vede un disegno del premier, per strangolare le web tv da cuccioli. E chissà se è un caso che i nove film più scaricati dagli utenti Telecom, secondo la denuncia Fapav, siano tutti distribuiti da Medusa.

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    L’internet del 2010

    L’anno scorso, in questo tradizionale articolo sospeso tra punto della situazione e piccola previsione, ragionavamo sulle prime evidenze di «scomparsa di internet dentro la realtà». Erano i mesi del boom di Facebook, che stava facilitando l’accesso al web sociale a una larga parte di popolazione che era rimasta, fino ad allora, fuori o ai margini della società digitale.

    «Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un’importante soglia di scala. Se l’hype dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente hype su Facebook, è anche vero che l’effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. »

    Dodici mesi dopo

    A dodici mesi di distanza ci rendiamo conto che tutto è andato abbastanza più in fretta di quanto si poteva sospettare. Dev’esserci stato, anche nella storia delle rete elettrica, un momento in cui la potenza e le impostazioni del network hanno finito di essere un problema e una passione degli ingegneri per diventare una questione importante per ridisegnare la vita degli altri e abilitare illuminzaione, lavatrici e televisione. Per molti di noi era chiarissimo che questo stava accadendo, ma ora comincia ad essere sotto gli occhi di tutti. Più negli effetti che nelle cause.

    Non ci siamo ancora tutti, in rete, e forse in Italia siamo un po’ meno che altrove. Ma non è più necessario «essere in rete» per renderci conto che nella rete (o grazie alla rete) le cose accadono. Internet è ovunque: nelle notizie, sui giornali, nei telegiornali, nelle trasmissioni televisive, sui manifesti per strada. Buona parte di quello che accade o ci circonda è abilitato da internet, raccontato da internet, condiviso su internet, cercato via internet. Nella vita pubblica e in quella privata si passa sempre da internet. Non tutti abbiamo la stessa consapevolezza nell’usare la rete, non tutti frequentiamo le stesse porzioni di web (potremmo persino non incontrarci mai), ma nessuno oggi può ignorarne l’esistenza o sottovalutarne la portata.

    Certo, ci sono ancora resistenze culturali, ma sono sempre più minoritarie: credo che restino capaci di ridimensionare la rete – qui da noi – solo acuni politici spaventati dal cambiamento e qualche nonna che non ha ancora imparato a mettere le ricette su YouTube. Gli altri, direttamente o per sentito dire ne percepiscono l’importanza. E cambiano i rifermenti culturali: in questo senso (e forse non solo in questo) Facebook è più mainstream di Bruno Vespa. E internet non è più quella cosa strana che appassionava un manipolo di geek, ma una presenza che entra in molte conversazioni di tutti e che spesso le segna. Una volta era la televisione, una volta era una cultura con canoni diversi.

    Il problema della scala

    La diffusione porta sempre con sè un grande mutamento nelle pratiche, nei comportamenti e nel modo di utilizzare gli strumenti. Sebbene mai esente da comportamenti idioti, la rete ha vissuto un periodo di crescita in cui l’influenza degli early adopter in qualche modo dava esempi e forniva con maggior facilità logiche di autoregolamentazione. Lo «sbarco» (per usare un termine caro ai cronisti) accelerato e in massa ovviamente ha fatto saltare a molti diversi passaggi di comprensione. Con l’aumento di scala ci siamo ritrovati con i gruppi ingenui a favore della mafia, con i tifosi del signore che ha lanciato il Duomo in faccia a Berlusconi, persino con i tifosi della donna che ha fatto cadere il Papa. Nulla che non accadesse anche prima, nelle piazze e nei bar o anche nei gruppi usenet della prima ora, ma oggi tutto questo è illuminato da una dimensione pubblica che socialmente non siamo abituati a governare. I media di massa (ora che internet è il posto che i giornalisti adorano per raccontare le masse) non possono non evidenziare e non cercare ciò che fa notizia in questo enorme spazio condiviso.

    C’è anche un principio di responsabilità nella potenza del mezzo, e non tutti siamo educati ad utilizzarlo. L’effetto più importante che continueremo a vedere mel corso del 2010, probabilmente, sarà innescato da questa inesperienza diffusa e dalla corsa a raccontarla. E la rete tenderà sempre più ad assomigliare al mondo di fuori. Tanto che potremmo parafrasare una battuta di Ben Jelloun («I mezzi pubblici non ti aiutano ad amare il tuo prossimo») e temere l’evidenza degli aspetti negativi che fanno notizia, mentre la crescita silenziosa di milioni di persone rischia di passare facilmente inosservata. Se, direbbe Seth Godin, siamo alla fase dell’innovazione in cui i burocrati banalizzano il mezzo, il racconto pubblico che emergerà sarà quello su cui si costruirà l’interpretazione che ne daranno. I primi segnali li abbiamo già avuti con i gruppi di Facebook e – come giustamente osserva Massimo Mantellini – è forte il rischio che si piloti l’autoregolamentazione, magari con tavoli chiusi e propositi non eccessivamente da bene pubblico.

    Una questione di responsabilità

    Per come la vedo io, l’unica alternativa al tavolo chiuso è e rimane soprattutto un problema di educazione. Nostra prima che degli altri, perchè chi racconta la Rete come giornalista ha la responsabilità di fare una corretta divulgazione, e chi ha visibilità all’interno della rete – anche solo per pochi amici – ha la responsabilità di dare l’esempio. Dovremo sempre più imparare a cercare la nostra posizione, a distinguere le conversazioni in cui «parlano con noi» (con il nostro registro, con i nostri interessi) da quelle che si svolgono per altri e tra altri. Il fatto di essere tutti nello stesso social network non significa che stiamo per forza dialogando o parlando della stessa cosa. Dovremo imparare a capire che le persone che scegliamo di seguire (i blog che leggiamo, i giornali da cui ci informiamo, le persone cui ci iscriviamo nei siti sociali) ci daranno la nostra esperienza del medium. E che se troviamo qualcosa di noioso o di impreciso siamo noi che abbiamo sbagliato la scelta, non è lo strumento che delude.

    Ma sono solo alcuni banali esempi di un elenco che sarebbe lungo. La rete espone alla diversità e dobbiamo imparare a trattarla e gestirla in modo adeguato. A un livello più ampio, e forse più sensibile, dobbiamo imparare (anche qui, socialmente, in maniera diffusa) a gestire la dimensione pubblica e privata in uno strumento che tende a penalizzare il privato se usato senza accortezza. Dobbiamo educarci ad utilizzare un ambiente potente, che tende ad assomigliare al tavolino del bar ma che non è affatto il tavolino del bar. Dobbiamo cominciare a capire che il grillismo, il qualunquismo e il generico attacchismo fanno accessi e popolarità sul breve ma danneggiano tutti sul medio e sul lungo periodo. La rete, ce lo raccontano i processi che ci hanno portato qui (e non potrebbe essere altrimenti), premia chi sa costruire e dimentica in fretta chi sa solo criticare, distruggere o sparare a zero.

    Alimentare la spinta

    È un quadro difficile quello che ci vorrebbe per alimentare la spinta. Idilliaco, magari. Ma non c’è alternativa: la percezione che avremo di Internet assomiglierà sempre meno a questioni tecniche e a una comprensione della complessità. Mentre assomiglierà sempre più a una società e una cultura che si esprimono per quello che sono, attraverso uno strumento che lo consente. Da questo punto di vista, ancora una volta, avremo l’internet che ci meritiamo. Ma non è un passaggio da sottovalutare, almeno in Italia (paese che utilizza i network relativamente poco, ma sempre più di quanto li abbia assimilati culturalmente): l’idea della rete che si creerà in questo periodo più o meno lungo a venire sarà determinante nel ridurre o amplificare il ritardo italiano.

    Una percezione positiva potrebbe facilmente spingere verso nuove adozioni, verso circoli virtuosi, leggi non vessatorie, maggiori aperture, maggiori investimenti. Al contrario, una percezione negativa potrebbe portare a limiti e strette che solo la creatività dell’attuale classe dirigente può immaginare. È un apparente paradosso, ma in Italia in questo momento il racconto che si fa di internet vale più di qualsiasi innovazione tecnica dentro internet. E partiamo ad handicap perchè l’esempio di comportamento peggiore, qui da noi, lo danno politici, giornali e televisione. Se la rissa sembrerà normale a tutti, internet sarà l’apoteosi della rissa. C’è poco da fare, ma quel poco dobbiamo provare a farlo noi, nel nostro piccolo. Perchè tanti piccoli esempi fanno cultura. E, certo, perchè gridare a internet come bene pubblico o – addirittura – come candidato al Nobel per la Pace non ci esime dal fare la nostra parte. Cosa che assomiglia un po’ alla vecchia storia della bicicletta e della necessità di pedalare.

    Alla ricerca del contesto

    Al di là dello scenario generale, da cui però molto dipende, credo che i trend principali riguarderanno più l’impatto sull’esterno che non il web in sè (territorio ormai di rinnovamento più che di innovazione). Si amplificheranno i tentativi di riuscire a controllare il contesto oltre che il testo, come per esempio sta facendo Google con le news o con la ricerca real-time. Qualcuno annuncia già che se il web 2.0 era tutto social, il web 3.0 sarà costruito sulla connessione tra testo e contesto. Ma a mio parere è ancora troppo presto per avere qualche novità in grado di ridisegnare seriamente la topografia e le modalità di utilizzo della rete. Anche se, ovviamente, sarei felice di sbagliarmi.

    Sicuramente in quest’anno appena entrato aumenterà sensibilmente il peso del mobile, che è una buona chiave strategica anche per la diffusione della cultura digitale. Uno degli effetti collaterali della diffusione di Facebook è stato l’accesso al social network facilitato anche su telefoni cellulari di fascia media e bassa. E se la diffusione dell’iPhone in molti mercati è intorno al 200% annuo, la concorrenza porterà a prezzi più accessibili e maggiore diffusione anche dei device di fascia più alta. Poi c’è il grande mistero del tablet di Apple, incognita concettuale su cui molti scommettono.

    L’industria culturale

    La transizione verso il digitale sta ridisegnando l’industria culturale. Se al cambiamento di paradigma nella musica siamo ormai abituati e se la crisi del giornalismo su carta non fa più notizia, questo sarà l’anno in cui ci abitueremo a un nuovo concetto per pensare i libri. Con tutti gli annessi e i connessi, incluso il cambiamento del ruolo dell’editore e di quello dell’autore (cos’è un libro oggi, esattamente?). Nel caso dei libri, in particolare, i lettori elettronici colmano un vuoto che il web aveva da sempre: la lettura e la diffusione dei testi lunghi. Questo potrebbe facilmente significare che – non essendoci nell’ebook vincoli di lunghezza minima – un testo troppo esteso per stare in una pagina web con scroll ragionevole finisca naturalmente per essere un ebook e magari avere un prezzo – anche minimo – e un canale di vendita. Non ci sono facili previsioni: il passaggio al digitale di prodotti dell’ingegno che erano tradizionalmente vincolati al loro supporto è una bella sfida, per nulla vicina alla conclusione e da seguire con attenzione.

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