Archivio per la categoria Culture digitali

Foursquare e gli altri, tutta mia la cybercittà

Gli americani sono spesso vittime dei facili entusiasmi. In Rete, dove il fenomeno non fa eccezione, esperti, appassionati e smanettoni sono da sempre alla continua ricerca della next big thing, la prossima rivoluzione che cambierà il volto di internet. Noi italiani, che l’evoluzione del web e di internet la viviamo quasi sempre di riflesso, non possiamo che guardare con attenzione, tra curiosità e scetticismo, il proclama di turno. Una delle startup su cui ricadono le prime attenzioni del 2010 è senza dubbio Foursquare, cugino dello sfortunato Dodgeball.

Ad accomunarli, oltre la forte connotazione mobile è il fondatore stesso, quel Dennis Crowley che aveva accusato Google di non aver creduto abbastanza nelle potenzialità di Dodgeball dopo la sua acquisizione nel 2005. Non è poi un caso che in entrambi i servizi ritroviamo la pallina e una grafica molto simile nel logo. Il New York Times definisce Foursquare un incrocio tra un servizio per restare in contatto con gli amici, una guida alla città e un videogame da bar. È un gioco sociale che vive di localizzazione: Foursquare abbraccia alcuni dei cambiamenti tecnologici e culturali degli ultimi anni: la diffusione dell’internet mobile, le funzionalità Gps di smartphone e cellulari e la tendenza a condividere i propri dati online.

Sindaco

Attraverso la pratica del “check in” dal cellulare, ossia un semplice aggiornamento sulla propria posizione geografica, dal parco al ristorante, da un museo a un locale, ogni utente può entrare in contatto con altre persone, incontrare amici e conoscerne di nuovi. E fin qui nulla di nuovo. Altre startup come BrightKite, Loopt o lo stesso Google Latitude offrono servizi che permettono di trovarsi e restare aggiornati. La stessa possibilità di inserire recensioni, commenti e consigli su locali e ristoranti non è una novità per le guide online fatte dagli utenti.

Piuttosto sono gli aspetti ludici e di competizione con la propria rete sociale che hanno conquistato il pubblico di Foursquare. Una delle più brillanti caratteristiche introdotte del servizio sono i badge. Si tratta di colorati riconoscimenti da associare al profilo personale per attestare la vivacità della propria vita sociale. Ogni badge ha un suo significato: dai primi passi come Newbie alla Superstar, dal viaggiatore al “Party Crasher”. La persona che visita un luogo più di frequente ne diventa il “sindaco”. Una carica temporanea e per lo più simbolica, ma che ha avviato una sana competizione tra gli utenti, interessati a definire il loro spazio di azione e ad affermare la propria “supremazia”.

Proximity marketing

Queste dinamiche non sono passate inosservate alle attività commerciali più attente. Succede così che i coffee bar alla moda di Londra, come il Dose Espresso, premino i consumatori più fedeli con caffè gratis, mentre i sushi bar di tendenza offrano al sindaco della settimana un piatto gratis. Ricordate i primi esperimenti di proximity marketing, quando nei centri commerciali e nella banchine del tram venivamo avvisati di attivare il bluetooth per essere pronti a ricevere sconti e contenuti promozionali? Archiviati i fallimenti e le scomodità del dente blu, Foursquare si sta rivelando una nuova opportunità di promozione attraverso il passaparola delle persone più attive.

Gli utenti naturalmente non potevano che apprezzare le rinnovate attenzioni nei loro confronti. Le iniziative hanno ulteriormente alimentato il passaparola, fino a suscitare l’interesse anche di altri esercizi commerciali, pronti ad incentivare la loro popolarità all’interno del servizio con omaggi ai clienti più connessi e attivi. E sono solo alcune delle tante modalità in cui le persone possono utilizzare Foursquare per i propri scopi. È infatti la stessa community, considerata realmente dagli sviluppatori parte fondamentale del servizio, a ridefinire l’uso: c’è chi ha iniziato a proporre delle guide personali alla città attraverso dei punti chiave da attraversare tramite check-in e chi si è inventato delle maratone di caccia al tesoro sparse su più città, nelle quali i partecipanti della stessa squadra spesso non si sono mai incontrati se non online. D’altronde, quando ci si lascia prendere dal gioco, si fa presto a cambiare le regole.

Real life

Un altro punto di forza del servizio è l’integrazione tra online ed offline. Normalmente i servizi social concentrano la loro offerta sulla relazionalità online: ci si incontra e si dialoga in Rete, legando ogni scambio al contesto web. Poi si chiude e si ritorna alla “real life”. Foursquare, come gli altri servizi mobile, permette di estendere l’esperienza di relazione al mondo fisico. Ci si conosce online per trovarsi offline e viceversa, con buona pace di chi vuole la Rete come uno spazio di isolamento.

C’è poi da affrontare la questione privacy. Fino a che punto siamo disposti a condividere e dare in pasto alla Rete abitudini, esperienze e opinioni? Quali saranno i rischi legati alla  rinuncia di sempre più dati personali? Proprio in questi giorni il sito PleaseRobMe – letteralmente Derubami – raccoglie in tempo reale da Twitter i messaggi delle persone che escono di casa, lasciando la propria abitazione vuota e pronta da svaligiare. Un esempio provocatorio ma molto efficace per mostrare le conseguenze che può avere una spensierata condivisione delle informazioni personali.

Emergenti

Nonostante l’importante accordo con Vodafone UK annunciato qualche giorno fa, Foursquare non avrà vita facile nei prossimi mesi. Esistono numerosi progetti importanti che cercheranno di spodestare o, quantomeno ridimensionare, la supremazia attuale. Gowalla, per esempio, può essere considerato a tutti gli effetti un mobile social game. Il servizio prevede che gli utenti scoprano, propongano e condividano, a mo’ di caccia al tesoro, luoghi rilevanti (spot) nelle città, per guadagnare dei punti nel proprio passaporto virtuale a ogni check-in. I luoghi possono essere normali o tematici, come percorsi culturali, sportivi, fashion o anche tour alcoolici, come avviene già in alcune city britanniche.

Altra applicazione interessante è Nike True City, servizio del colosso americano dell’abbigliamento disponibile per iPhone, che permette di scoprire e condividere locali e luoghi meno conosciuti, come pub, locali, punti di ritrovo, ecc.. di sei diverse città europee (per ora son disponibili Milano, Londra, Berlino, Parigi, Amsterdam, Barcellona). L’applicazione inoltre integra un lettore di QR code, capace di leggere i messaggi criptati che riempiranno gli angoli più o meno sconosciuti delle città coinvolte. E c’è da pensare che Nike non sarà la sola a voler giocare nascondendo iniziative, eventi o sconti speciali a questa particolare community.

Marketing turistico

Se “rendere visibile l’invisibile” è un ambizione non da poco, è anche vero che piattaforme di condivisione che combinano elementi sociali e tecnologie mobile stanno ponendo le basi per la creazione delle guide di prossima generazione delle città: itinerari realizzati e declinati su interessi specifici e approvati dalla propria rete di contatti sono la migliore garanzia di pertinenza dei contenuti ai gusti e alle preferenze personali. Con sviluppi in termini di marketing turistico da non sottovalutare.

Nel frattempo resta da chiedersi se veramente la vita in un prossimo futuro sarà vissuta in stile MMO, come ha sostenuto il visionario game designer Jesse Schell al summit DICE 2010. Tramite sensori legati alla persona si potrebbero guadagnare punti per ogni attività quotidiana: dal lavarsi bene i denti, fare velocemente le commissioni domestiche o scegliere l’autobus al posto dell’auto per andare al lavoro. La vita come all’interno di un gioco; chissà come sarebbe.

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Vita, morte ed emozioni nell’era dei social media

Alejandra è un’adolescente cilena. L’hanno trovata sotto le macerie, vittima del terremoto, con indosso la maglietta del suo gruppo musicale preferito, abbracciata a un loro poster. Il gruppo è quello dei Jonas Brothers, boy band uscita dal canale Disney Channel e che è entrata nelle vite di milioni di adolescenti in tutto il mondo. La storia di Alejandra la conoscono molti degli abitanti più giovani dei social network perché, per molte ore nei giorni scorsi, su Twitter uno dei trending topic era #ripalejandrajonas e ha accomunato in una grande cerimonia mediale attraverso la Rete i fan e gli stessi Jonas Brothers.

2 Marzo 6:31 PM

Sono stati proprio gli idoli che, attraverso il loro canale ufficiale e i profili di Nick e di Joe (due dei tre fratelli), hanno lanciato il topic scrivendo: #RIPAlejandraJonas and all the people of Chile our hearts go out to you. We love you. È bastato questo per accendere la comunità che ha usato la forma del retweet per rilanciarlo. Il retweet viene usato dalle comunità su Twitter, in particolare da quelli dei più giovani, in modo simbolico e strategico. Da una parte è una forma di riconoscimento di appartenenza al gruppo: il retweet era puro rilancio o con breve annotazione prima del RE, tipo I’m sad :( . Dall’altra ha la funzione di affermazione del gruppo, permettendo al topic scelto (#RIPAlejandraJonas) di scalare la classifica affermandosi come trending topic.

E così leggere il flusso di Tweet in lingue diverse, con ragazzi e ragazze che completano il loro nome aggiungendo “Jonas” – DixyJonas, daniela_jonas22 eccetera – e con le foto del profilo che mostrano uno dei tre fratelli Jonas, significa muoversi attraverso una realtà in cui da semplici spettatori i fan mostrano la loro natura di pubblici connessi, rilanciando la loro passione ma anche la loro voglia di mostrare le potenzialità dell’essere connessi. Molti messaggi chiedono esplicitamente, come se ce ne fosse bisogno, di rilanciare il topic scelto per farlo arrivare tra i primi e farlo permanere per più tempo possibile. Come fosse una candela digitale accesa, attorno alla quale stringersi, accomunati dalle loro vite da fan e dal desiderio di condividere un’esperienza mettendo in connessione, attraverso la Rete, le loro vite e quella di Alejandra: «I am glad to be part of the Jonas family. :) we are made of strong, mature girls», ripetono come un mantra molti retweet. E quelle italiane: «Molto coraggiosa per morire con loro..li amava a tal punto che è stata la prima cosa a cui ha pensato prima di morire», «riposa semplicemente in pace,la tua famiglia è qui,chiede solo che tu possa essere felice,PER SEMPRE», «so che fa parte della nostra famiglia..siamo tutti una grande famiglia..e queste cose ti fanno rimanere sconvolta».

3 Marzo 4:55 PM

Ma le dinamiche del fandom si scatenano anche in momenti come questi. Così alcuni fan di Justin Bieber, altra baby star americana, “avversari” di topic di quelli dei Jonas Brothers, si inventano una vittima, Madison Bieber, creando un caso di hoax via Twitter che per alcune ore crea non solo confusione e indignazione, ma sovra stimolazione emotiva in Rete. La cosa dura pochissimo. Nella realtà dei pubblici connessi la reputazione è un requisito costitutivo, così immediatamente moltissimi tra i fan stessi di Justin Bieber cominciano a richiedere attraverso i loro Tweet di mostrare la loro postando: «ATTENTION!ATTENTION! ALL BIEBER FANS! Jonas fans are calling all of us heartless an hypocris. Pleas prove them wrong!RT #RIPAlejandraJonas».

E #RIPAlejandraJonas risale al #2.

Intanto la pagina Twitter di Alejandra, dove possono leggere il suo ultimo messaggio da fan «yA ME VOY. CHAU LAS QUIERO JONATICAS LOQUILLAS! :D 123 ESTOY OFFLINE AHORITA ADIOS!», ha in poche ore una crescita esponenziale di followers (quasi 7.000), un gesto che mostra come la connessione assuma un valore simbolico forte, ad alta emotività. È solo nell’epoca in cui i social media consentono di mettere in connessione i contenuti generati dagli utenti in tempo reale che è possibile per una cerimonia mediale assumere le fattezze di una processione conversazionale. È fatta di un flusso di tweet che ti permettono di condividere e partecipare e di far corrispondere il tuo dolore emotivo allo scalare di una classifica: più twittiamo più il nostro topic sale. Perché il dolore (o un’emozione) all’epoca dei social network deve essere visibile, condiviso, accessibile, ricercabile e moltiplicabile.

4 Marzo 8:57 PM

A volte però emotività e precisione informativa non coincidono. I topic vengono rilanciati sulla fiducia del semplice appartenere ad un gruppo, fidandosi gli uni degli altri, lasciandosi trascinare più dall’emozione del momento che dal dubbio, confidando che la “connessione” sia di per sé un valore di autenticità. E la storia di Alejandra ci racconta anche questo, quando – dopo quasi 72 ore (o meglio: dopo quasi 3 giorni, se volessimo utilizzare una prospettiva biblica) – nel suo profilo Twitter compaiono due messaggi: «hola a todos, quiero desmentir lo de mi muerte!!!!! estoy viva!!! por favor quiero saber quien invento esto» e «el terremoto ha sido muy terrible pero estoy bien, gracias a Dios mi familia». Ai quali seguono altri due che parlano al pubblico connesso dei fan dei Jonas Brothers e agli stessi Jonas: «@Jonasbrothers hello, my name is Alejandra, I´m from Chile, sb said that I was dead, but obviously it is not true»; «My house is full of water, we are trying to survive, but I´m alive, thank you very much Jonas for your support, love you».

Una vera e propria resurrezione mediale. Che non soddisfa tutti. Tanto che le migliaia di follower acquisiti dubitano di chi realmente stia scrivendo, sospettano, chiedono prove. Ma nel giro di qualche tweet Alejandra, investita di tutta la popolarità che la Rete sa costruirti attorno, comincia a rispondere a distanza spiegando che adesso è ospite dallo zio, che sì lo zio ha internet e un computer sul quale scrivere, ma che no, non riesce ad andare a scattare foto della sua casa allagata. Alejandra scrive, scrive di sé e della gente del Cile e il suo racconto parla del dolore di una popolazione che ha perso tutto, che cerca di rialzarsi con dignità, che sente il calore della solidarietà del resto del mondo.

E alla fine, forse, quello che resta di tutta questa vicenda è proprio questo senso di solidarietà e il calore che scaturisce nello stringersi attorno ai tweet. Un calore digitale che i racconti connessi della Rete, tra ambiguità ed emotività, sembrano riaccendere.

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Anafore, le parole che non ti ho digitato

Google invade le nostre vite. Google spunta in ogni angolo del nostro web. Google potrebbe levarci in un colpo solo mail, documenti, statistiche, video, mappe, conoscenza. Google sa troppe cose di noi. Google è cattivo perché fa vedere i video in cui i giovani si picchiano e fanno le cose brutte. Esagerazioni e battute a parte, il motore di ricerca più famoso del mondo è in effetti diventato una presenza molto ingombrante nella vita degli utenti web, grazie all’indubbia capacità dell’azienda di Mountain View di fornirci alcuni prodotti diventati degli standard. E se a un livello più alto questo genera un dibattito tra addetti ai lavori su posizioni dominanti, rispetto della privacy e necessarie regole e bilanciamenti, anche negli utenti medi e “light” possono nascere delle domande.

Infatti noi ci siamo abituati a molte cose, ma mettendoci nei panni di un utente meno disinvolto appariranno subito una serie di cose che possono ancora impressionare, come il vedere che Google ci propone degli annunci in base al contenuto delle nostre mail, si ricorda del posto in cui ci troviamo e dove volevamo andare, si affretta a suggerirci la domanda che iniziamo a digitare.

A Google puntano ad accompagnarci in ogni momento della nostra vita sempre più connessa, mostrandosi come un amico al quale è normale chiedere senza preoccuparsi di svelare troppo. Loro lo sanno benissimo e, forse, stanno cercando di costruire  una “poetica” intorno a tutto questo. Basta guardare uno degli spot televisivi in onda proprio in questo periodo (segnalato sul Manteblog), dove una storia d’amore è raccontata tramite il form di ricerca più popolare del mondo, protagonista assoluto e narratore silenzioso di un racconto  a colpi di clic.

Sullo stesso principio è basato un gioco proposto da Enrico Sola, un blogger italiano noto come Suzuki Maruti. Sul suo blog sono comparsi i primi esperimenti di un passatempo chiamato Anafore, approdato in seguito anche sul magazine di Grazia. A stimolare la fantasia del blogger sono stati i suggerimenti di ricerca, che Google fornisce mentre state digitando nel campo “ricerca”. Quella funzione che, mentre voi iniziate a scrivere una parola o una frase, prova a indovinare cosa potrebbe servirvi, dicendovi nel contempo qualcosa sulle ricerche più diffuse, con esiti a volte sorprendenti.

Proprio come nella figura retorica chiamata anafora, Suzuki Maruti usa questa  funzione per formare piccole storie le cui parti iniziano con le stesse parole, puntando a risultati surreali. Per esempio, il solo digitare le tre parole “mi ha detto” dà vita a una successione di eventi, una mini-storia che comincia con un dubbio e finisce con una rottura. Se il gioco vi diverte potreste provare anche voi a riprodurlo. Nel peggiore dei casi scoprirete qualcosa di più di quello che  “la gente” cerca su Google.

Potrebbe essere anche un modo leggero per interrogarsi di fronte a strumenti che riescono a suscitare grandi entusiasmi e molta diffidenza,  a volte anche contemporaneamente. Come nel caso di Wave e Buzz, nei primi giorni dei loro lanci manie per bloggers e frequentatori di social network, in seguito bersagli per critiche e abbandoni. Un po’ di consapevolezza e ironia possono essere utili per relazionarsi con marchio che difficilmente un utente web riesce a ignorare. Come ha sagacemente notato un’altra blogger nota come Dottoressa Dania , «la vita è quella cosa che ci accade mentre siamo impegnati a provare l’ennesimo nuovo servizio di Google». L’importante è saperlo.

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Occhi bassi sul Pianeta Terra (attenti ai pali)

Me ne sono reso conto ieri, in Metropolitana, a Milano. Poi si sa, Milano è sempre un po’ strana, però mi sono impressionato. Buona parte delle persone nel vagone teneva gli occhi bassi sul proprio schermo multimedial/communicativo e quant’altro. Anch’io peraltro.

Chiederete voi, se tenevo gli occhi bassi pure io, come ho fatto ad accorgermene? Beh, stavo testando Email ‘n Walk, un’applicazione per iPhone, che permette di mandare email vedendo sullo sfondo la realtà. Usando la fotocamera consente di vedere in trasparenza cosa c’è davanti, in modo da permetterci di messaggiare senza sbattere contro qualcosa mentre camminiamo. Non ridete, quella dei pedoni che sbattono perché distratti dal cellulare sta diventando una piccola emergenza in molti paesi, tanto che a Londra un’Ong chiamata Living Streets ha proposto di sperimentare imbottiture ai semafori e pali della luce. In modo da ridurre i traumi nei passanti tecnologici, sopraffatti dal complotto.

Bella Email’n Walk, in fondo è il contrario della realtà aumentata. Questa aggiunge un po’ di realtà al virtuale, l’augmented reality aggiunge informazione virtuale alla realtà. Ci permette (giochini banali a parte) di aggiungere informazioni, indicazioni a quello che i nostri occhi analogici non sanno vedere. Inquadrare un monumento e sullo schermo vederne la storia. Ma anche aumentare telepaticamente le nostre percezioni sociali: forse un giorno a tendere, nella famosa metropolitana, inquadrare i compagni viaggiatori e vedere chi sta twittando cosa. E magari rispondere e diventare “amici”, socializzando con persone accanto a te in modo virtuale anziché reale. Il che in fondo non è un male, se avete mai provato ad attaccare bottone con uno sconosciuto collega metropolitano, a Milano. Vi guardano male. L’interazione analogica non è che sia gran che apprezzata.

La Realtà non è abbastanza

La realtà digitale aumenta e corregge le carenze della realtà vera, che tende a non soddisfarci più, in una ricerca di nuove emozioni, di un diluvio d’informazioni. Di un delirio di onnipotenza: essere sempre e ovunque connessi. Sapere tutto di tutto, ovunque, in qualsiasi momento. Accedere alla realtà attraverso uno schermo. A occhi bassi. In realtà, forse non ce ne accorgiamo, la maggior parte di noi accede comunque a uno schermo, quello televisivo, tenendo gli occhi appena più alti. In un modo molto più passivo. Ma questa dell’interazione in fondo è un mito. Interagiamo nel senso che ci diamo da fare per tirare giù informazioni e contenuti. Qualcuno o molti di noi creano o ridiffondono contenuti, testi, pensieri, foto, video, nostri o di altri. Ma siamo sempre nel mondo dei bit, degli elettroni, delle informazioni. Siamo bravissimi a maneggiare elettroni, molto meno a manipolare atomi. A far succedere cose.

In molti paesi da anni, Giappone in primis, con i cellulari si paga, si compra, si fanno scendere lattine dal distributore automatico pagandole con un Sms (o, sempre con un Sms, si ottiene un campione gratuito).  Da noi molto meno. Questa nostra inerzia frena ulteriori sviluppi della tecnologia che vorrebbe portarci a diventare sempre più bionici. I primi passi non sono stati molto di successo – la tecnologia per impiantarci chip sotto pelle che possono servire da badge, da biglietto, da strumento di pagamento si sono un po’ esauriti nella sperimentazione del 1994 di un vip pass permanente, inserito chirurgicamente al club Baja Beach di Barcellona. In modo che i VIP non avessero più la scomodità di mettere la mano in tasca per trovare la tessera. Ma forse è questione solo di tempo.

Questi occhi che oggi teniamo bassi domani potremo tenerli più alti e non perdere il contatto con l’universo parallelo dell’informazione onnipresente. Prima forse attraverso occhiali collegati a Facebook e al mondo del web, poi direttamente incorporando tecnologie di connessione in quelle lenti a contatto o addirittura retine artificiali che vengono testate per ridare la vista ai ciechi. Bellissimo, avere accesso in Rete senza portarsi dietro device grandi o piccoli. Dopo l’iPad, avremo forse uno iEye. Un accesso immediato allo scibile umano senza interfacce da tenere in mano. L’intera biblioteca mondiale disponibile (previo pagamento) direttamente nel nostro cervello, quando gli ebook si trasformeranno in eyeBooks.

Vedere avrà un significato diverso

Allora non avremo più bisogno di puntare il cellulare verso un codice a barre, un QR code per scatenare la connessione al minisito del prodotto barcodato, per esplorarlo, scoprirlo, magari comprarlo. No, ci basterà al supermercato guardare intensamente una confezione per far scattare nel nostro occhio un processo di riconoscimento dell’immagine ed innescare una connessione wifi che ci esporrà all’informazione, alla comunicazione, al videogame promozionale predisposto da markettari e comunicatori (categoria tra l’altro cui io appartengo, e questo mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo). Chiaro che da qualche parte le antenne dovremo metterle, per connetterci, e dove meglio che sul capo, o nelle orecchie, trasformandoci in un alieno stile anni ‘50.

Vedremo con gli occhi, ma vedremo una realtà artificiale molto più interessante e divertente della realtà vera. Una specie d’immersione in Matrix, senza però bisogno di tenerci in un sonno artificiale. Una teoria del complotto – quella degli occhi bassi – che mi affascina e mi potrebbe pure convincere, se non fosse che bisogna essere maledettamente in gamba e intelligenti per costruire un complotto così sofisticato. E gli unici che hanno la testa per farlo sono quelli tanto intelligenti da descriverlo in film e libri di grande successo, facendoci un pozzo di soldi. Perdendo quindi molte delle motivazioni, avendo già raggiunto il successo, per mettere in atto questi piani diabolici nella realtà reale invece che in quella della fantasia o virtuale, che in fondo sono le stesse cose.

Poi sono sceso dalla metropolitana, di corsa, per andare a far il buon papà. E a passare un po’ di tempo con i figli, giocando con la Wii. E rendendomi conto che già dalla loro tenera età li stiamo immergendo in mondi virtuali, alla Second Life se vogliamo. Se non altro, piuttosto che altri videogiochi sedentari, i miei piccoli pargoli si sbattono e fanno un po’ di attività fisica. Ed è anche giusto che se il mondo va verso il virtuale, ci si abituino e imparino a maneggiare questi strumenti. Ma la piscina, no, mi spiace, quella virtuale della Wii non gliela compro. Se ne vanno filati due volte alla settimana a nuotare, sudore e fatica, cloro negli occhi. Da tenere rigorosamente alti per guardare in faccia la gente.

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Sentenza Google, un bel problema per i provider

Non si conoscono ancora gli estremi della sentenza, ma la notizia sta facendo il giro del mondo. La stessa Google, sul proprio blog ufficiale, fa sapere che David Drummond, Peter Fleischer e George Reyes  sono stati condannati per violazione della privacy. L’accusa per il concorso omissivo in diffamazione è caduta, probabilmente in applicazione della disciplina sul commercio elettronico, che sancisce l’irresponsabilità del provider per le attività effettuate dagli utenti sui propri servizi. È stata, invece, rilevata la violazione delle norme in materia di privacy.

Riservatezza e dati personali

Nell’attesa di avere il testo della sentenza, è da rilevare che la direttiva in materia di commercio elettronico non si applica, tra le altre cose, a due direttive che si occupano di privacy. L’articolo 1 del decreto legislativo 70/03, che ha recepito la direttiva, esclude dal campo di applicazione «le questioni relative al diritto alla riservatezza, con riguardo al trattamento dei dati personali nel settore delle telecomunicazioni di cui alla legge 31 dicembre 1996, n. 675, e al decreto legislativo 13 maggio 1998, n. 171, e successive modificazioni». E le due discipline, in effetti, sono diverse e fra loro indipendenti e questa norma potrebbe avere rafforzato la non applicazione della regola della non responsabilità del provider per la violazione della privacy riscontrata nel caso di specie.

Nel video, di cui abbiamo parlato su Apogeonline all’epoca dei fatti, erano ripresi alcuni studenti dell’Istituto Steiner di Torino mentre vessavano e insultavano un loro compagno affetto da una forma di autismo. Il video era stato caricato su Google Video da una studentessa che, presente all’avvenimento, aveva filmato la vicenda. Le motivazioni della sentenza daranno spunti per ragionare sui limiti possibili all’efficacia della tutela del diritto al controllo dei propri dati nel web contemporaneo e l’articolarsi della responsabilità attraverso la catena di custodia degli stessi. Il problema di base è questo: se un video è un dato personale (ed è sicuramente sensibile, se rivela uno stato di salute), a chi spetta chiedere il consenso alla diffusione di dati di un soggetto terzo? Al fornitore di hosting rispetto all’utente che immette i suoi dati in un servizio o all’utente stesso?

I dati sensibili degli amici

La disciplina in materia di privacy riveste, in questo momento storico, un ruolo di capillare importanza per i diritti che si prefigge di tutelare, messi sotto scacco dagli stessi soggetti che ricadono sotto la sua tutela attraverso la condivisione online la propria vita su blog e social network. Il lifestreaming nasce come condivisione delle proprie relazioni con un pubblico indiscriminato: in questo senso, i problemi maggiori arrivano dalla necessità di rispettare la privacy delle persone che fanno parte della rete di contatti. Se un utente ha il diritto di condividere autonomamente con il resto del mondo le proprie foto, il proprio status (inteso sia in senso 2.0, come ad esempio il proprio umore, sia in quello giuridico, come ad esempio il fatto di essere sposati con una determinata persona) e ogni altra informazione che lo riguarda, non ha invece il diritto di condividere su web dati personali o sensibili che appartengono ad altri.

Nel definire il campo di applicazione della disciplina, infatti, il Codice in materia di protezione dei dati personali chiarisce che questa si applica certamente a persone giuridiche che trattano i dati di soggetti terzi, ma anche ai privati qualora comunichino e diffondano dati di altri anche se i fini sono personali. Secondo l’articolo 5 comma 3, «il trattamento di dati personali effettuato da persone fisiche per fini esclusivamente personali è soggetto all’applicazione del presente codice solo se i dati sono destinati ad una comunicazione sistematica o alla diffusione. Si applicano in ogni caso le disposizioni in tema di responsabilità e di sicurezza dei dati di cui agli articoli 15 e 31». Inoltre, secondo il comma 5 dell’articolo 26 i dati idonei allo stato di salute non possono essere diffusi a prescindere dal consenso.

L’informativa

Le regole dell’informativa preventiva e del consenso scritto qualora i dati condivisi siano anche sensibili dovrebbero essere la norma per tutti gli utenti italiani che condividono foto di amici, video, relazioni personali. L’informativa assolve i propri scopi se vi sono indicati i soggetti o le categorie di soggetti ai quali i dati personali possono essere comunicati o che possono venirne a conoscenza in qualità di responsabili o incaricati, oltre all’ambito di diffusione dei dati medesimi. Se la diffusione avviene attraverso il web, ogni aspettativa di controllo sulla circolazione dei dati stessi è fugata.

Il problema è noto da tempo, tanto che il Garante, nel pubblicare una guida per un uso consapevole dei social network, così si rivolge a studenti, insegnanti e genitori nel decalogo finale: «Astieniti dal pubblicare  informazioni personali  e foto relative ad altri senza il loro consenso. Potresti rischiare anche sanzioni penali». In effetti, l’articolo 5 è in linea con la previsione del decalogo e il consenso alla diffusione dei dati dovrebbe essere richiesto da colui che i dati li pubblica e li diffonde, cioè l’utente del servizio utilizzato. È un principio eticamente e giuridicamente corretto.

Oneri per il gestore

Non sappiamo, allo stato, a che titolo Google sia stata ritenuta responsabile, ma nell’articolo della BBC viene rilanciata l’ipotesi che il problema riguardi proprio la mancanza di consenso di tutti i soggetti coinvolti nel video prima che questo fosse messo online. Se questa è la motivazione alla base della sentenza, significa che è stato previsto in capo non all’utente ma al fornitore del servizio di hosting l’onere di chiedere il consenso alla pubblicazione del video. In poche parole Google avrebbe dovuto verificare il contenuto del video, rilevare la presenza di altri soggetti, rintracciarli o imporre all’utente che ha caricato il video di farlo, verificarne l’identità, farli iscrivere alla piattaforma e acquisire il consenso scritto del disabile e dare agli altri la relativa informativa. Oppure, in alternativa, imporre all’utente che ha caricato il video di acquisire egli stesso i necessari consensi e formalmente incaricare Google come responsabile esterno del trattamento dei dati dei soggetti filmati. O, ancora, più semplicemente, bloccarne l’upload.

A queste condizioni, le piattaforme che permettono la pubblicazione di user generated content – non solo Google Video, ma anche Facebook, Ning, Vimeo eccetera – ai fini della privacy avranno l’onere di verificare i contenuti e di ottenere i consensi anche degli utenti non iscritti, con ovvi problemi in merito all’identificazione di ognuno. È chiaro, quindi, che in futuro la giurisprudenza dovrà trovare un equo bilanciamento tra la tutela dei dati di soggetti collegati ai propri utenti e la possibilità concreta dei provider di contenuti di potere erogare i propri servizi.

Prospettive per il futuro

Che cosa avrebbe potuto fare, quindi, Google e quali possono essere le prospettive se una ipotesi di responsabilità per chi fornisce hosting per user generated content dovesse stabilirsi a partire da questo caso? Ci sono due soluzioni possibili al momento. La prima, sicuramente più corretta, è che tali provider chiedano al Garante un interpello per presentare i problemi connessi alle attività specifiche che i comportamenti dei loro utenti pongono in materia di tutela dei dati personali e adeguarsi alla soluzione proposta dall’Autorità. La seconda è stabilire nelle condizioni di servizio un obbligo contrattuale che addossi all’utente l’obbligo di premunirsi dei necessari consensi relativi ai dati personali di eventuali terze persone raffigurate nei loro contenuti e garantire il provider, sotto loro responsabilità, che tutti gli obblighi di legge sono stati adempiuti.

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Dio salvi il Principe e anche un po’ la tv

Le avvisaglie dei primi disordini si erano avvertite già qualche giorno prima. Mugugni, qualche dichiarazione appena sopra le righe, commenti a volte taglienti ma niente di davvero grave. Tuttavia la sensazione era di una preoccupante tensione che montava. Poi, pochi minuti prima della mezzanotte del 20 febbraio, è scoppiato un vero e proprio ammutinamento. La protesta è cresciuta fino a diventare guerriglia. Gli orchestrali, appallottolati gli spartiti di canzoni come Malamorenò e Italia amore mio hanno aggredito il palco del Teatro Ariston di Sanremo (Imperia) tra lo sgomento del polposo comandante in capo, la signora Antonella Clerici. Causa della protesta la squalifica di artisti come Malika Ayane e Simone Cristicchi (autore del brillante refrain sarkonò, sarkosì).

Per alcuni lettori la comprensione della drammatica cronaca potrà risultare ostica essendo immuni al fascino del Festival della Canzone Italiana. La difficoltà è data dal fatto che in quel momento stavano facendo altro. Chi raschiava da Facebook un’altra manciata di fan o amici, chi aggiornava il proprio profilo Twitter o i post del proprio blog, chi spazzolava gli Rss non ancora letti o si godeva la prima e la seconda puntata della nuova serie di Lost, in lingua originale, nel suo personalissimo cinema Vlc. O semplicemente faceva zapping nel ”bouquet” Sky, Mediaset Premium o nell’ampia offerta del digitale terrestre. O, naturalmente, si appisolavano in compagnia del proverbiale buon libro. Insomma, noi non c’eravamo.

Aggregatore di massa

Sanremo insieme alle partite della nazionale di calcio è considerato l’ultimo aggregatore sociale di massa del nostro paese. Per aggregatore sociale intendo quell’evento periodico e non inaspettato che, soprattutto il giorno dopo, riempie la giornata di disquisizioni, pensieri e cosmogonie con le quali ci si confronta con i colleghi di lavoro, gli amici, la famiglia. Nel quotidiano lavoro di ridefinizione del nostro posto in questa esistenza abbiamo bisogno di unità di misura, metri di paragone. Abbiamo bisogno di idee comuni sulle quali confrontarci, includerci ed escluderci, dichiararci d’accordo o contrari.

Per una cinquantina d’anni la televisione (quella di massa, quella broadcast, la nazional-popolare) ha svolto egregiamente questo compito. Intere generazioni si sono confrontate con la Freccia Nera o Furia cavallo del west, hanno forgiato, riconosciuto, ripensato al propria ”Weltanschauung” sul paninaro di Enzo Braschi, il giubbotto di Fonzie, i seni di Carmen Russo, il pozzo di Vermicino, le sigle di Mal dei Primitives, lo Zecchino d’Oro, il telegiornale delle otto. Persino chi rifiuta con sprezzo la televisione è definito (in parte, naturalmente) dal suo rapporto con essa. Gli autoesiliati dal piccolo schermo si vantano di esserne sprovvisti citando con impressionante precisione la data dalla quale hanno cominciato a privarsene. Proprio come gli ex alcoolisti.

L’inizio della fine

Siamo all’inizio della fine di quel mondo. La mattina dopo, in ufficio, è molto probabile che le discussioni siano troncate di frequente da “non l’ho visto”, “quella serie non la seguo”, “non l’ho ancora scaricato”, “ma tu lo segui in inglese?”. Ora per ogni discussione è necessario prima di tutto definire il contesto, assicurarsi che il nostro interlocutore abbia visto lo stesso nostro intrattenimento per poter intavolare un confronto che duri più di due frasi. L’offerta è ormai talmente alta che gli estimatori che hanno visto la stessa puntata della stessa stagione di Lost si riconoscono come gli appartenenti a una comunità sotterranea e ristretta. Tranne che poi bisogna interrompere il gioioso incontro per via del collega che sta ad una puntata di distanza e che non vuole sentire anticipazioni. La tv generalista invece la guardavano più o meno tutti e Mike Bongiorno, Canzonissima, Giochi Senza Frontiere erano il retaggio comune.

Ci si rende conto di un certo valore del conformismo proprio quando sta per terminare. Quegli elementi di cultura comune che ci rendono simili e dunque confrontabili. Il conformismo ci aiuta a definirci, per similitudine o per differenza. Il valore sta proprio nel fatto che questi elementi fanno parte di noi nostro malgrado. Non li abbiamo scelti. E di essere condivisi anche con chi è molto diverso da noi. È una cultura che ci viene imposta come il battesimo, l’impronta genetica, la patria o i genitori che ci si ritrova. Una eredità con la quale fare i conti a volte in modo conflittuale. Esistiamo anche perché condividiamo cose che non amiamo, cose che non possiamo scegliere, e perché ci confrontiamo con quelli che riteniamo abbiano torto, che poco si sopportano, con i quali è difficile comunicare.

Come isole

Se non condividiamo più niente con chi ci è lontano allora il rischio è quello di cancellare tutte le opportunità di contatto. Chiusi nel nostro personale stream di Torrent o nel selezionatissimo flusso di RSS si parla solo più con i propri simili. E in questi casi, si sa, si finisce per darsi sempre ragione. Se il poeta inglese rinascimentale John Donne scriveva “Nessun uomo è un’isola, intero in se stesso” forse dovremo cominciare a pensare di vivere come isole.

La rete che ci ha permesso di ampliare gli orizzonti sta anche sfaldando i banali elementi comuni. L’infinita offerta di intrattenimento e di cultura ci sta sezionando in fettine sempre più piccole di popolazione sparsa. E le persone con le quali già avevamo poco a che spartire stanno scomparendo nel segreto dei loro appartamenti. È una sorta di digital divide trasversale per cui la tecnologia non è solo causa della divisione ma anche effetto. E così i residui di quella che era stata la civiltà dell’intrattenimento, che aveva contribuito a costruire la nostra cultura comune, devono gridare sempre più forte per farsi sentire, per emergere dall’infinito ronzio degli infiniti canali di offerta culturale.

Elemosinando attenzione

Una spettacolarizzazione sempre più spinta che cerca di racimolare attenzione. E quella che era stata una onesta e autorevole gara canora del paese del bel canto si è trasformata poco a poco in un evento, una sorta di rappresentazione con principe, patria e famiglia che si agitano sul palco della canzonetta. Stesso destino del Grande Fratello che, esaurita la sua funzione di gioco a premi, si autopromuove infilando nel recinto ogni sorta di variazione sessuale per titillare con un po’ di scandalo il nostro cattolicissimo paese. Solo perché all’indomani qualcuno spenda due parole con il vicino chiedendosi con accorata angoscia: che faccia avrà il trans della Casa?

Sabato notte l’ultimo baluardo dell’audience (se si esclude l’immortale calcio) tenta persino il suicidio in diretta pur di far parlare di sé nella speranza ormai vana di continuare a essere la colla che sta sotto a questo puzzle complicato che è la nostra esistenza contemporanea. Mentre noi, ognuno nella propria isola, ascoltava da lontano quei flebili rumori di guerra aspettando che prima o poi qualcuno che non conosciamo ne pubblicasse un pezzetto su YouTube.

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«Vi parla il capitano: c’è forse un pilota a bordo?»

In questi quindici anni in cui mi sono occupato di internet so di essermi reso periodicamente impopolare, per aver tirato il freno a mano quando mi sembrava che il ciclo dell’hype avesse raggiunto punte eccessive, schierandomi contro posizioni integraliste o fortemente di parte (vedi alla voce interessi commerciali).

La stessa cosa ho fatto anche sul fronte dei social media (attenzione: è una delle aree in cui lavoro e che mi dà da vivere), quando mi sono trovato a confrontarmi con affermazioni integraliste. Le conosciamo bene: «Social media è il futuro per tutti» o «lascia il controllo della marca ai tuoi utenti, totalmente». Per fortuna non sono tanti quelli schierati su un fronte pasdaran, e va detto che in alcuni casi, rari, possono aver ragione. Ma la risposta ai problemi, in genere, è sempre «dipende». Mollare il controllo della marca alle persone è una faccenda complessa e rischiosa – e non sempre è la soluzione ideale. Caso mai le cose si possono (e ritengo si debbano) fare insieme, marca e pubblico.

Guida tu

Un caso interessante di sperimentazione è quello di Skittles, caso che ho seguito con attenzione. Le Skittles sono delle caramelline, una marca abbastanza nota (non da noi), che un anno fa ha preso una decisione molto «bold»: lasciare il controllo, almeno sul web. Così – anche perché non è che ci fosse molto da dire sul prodotto – si è smesso di dare dei messaggi di marca dall’alto per trasformare il sito in un paginone di raccolta di tweet, post dai blog, social media. Centrato quindi sui discorsi, I messaggi delle persone, che le altre persone potevano leggere. Un marketing e una comunicazione C2C.

La sperimentazione ha dimostrato una notevole disponibilità di consumatori che non hanno colto il valore etico/sociale dell’iniziativa e che hanno però colto l’occasione per riempire la Rete di scemenze, messaggi pornografici, inutilità digitali, rumore. La conversazione del consumatore è stata talmente poco costruttiva che il test è stato chiuso e l’esperimento sostituito da un nuovo approccio ben più controllato dall’azienda. Il sito prodotto dalla poco smart crowd non solo è stato sostituito, ma non è visibile nemmeno attraverso quella macchina del tempo che è la Wayback Machine (che, come molti sanno, permette di vedere com’era in passato un certo sito, anche a distanza di anni).

La marca, lasciata alle persone, è stata maltrattata. Siccome la conversazione si è tenuta su livelli ben poco significativi, si è ammazzato l’incentivo a seguirla. È chiaro che siamo ancora agli albori, che le persone devono ancora nella maggior parte dei casi sviluppare e metabolizzare una cultura della civiltà digitale, un’evoluzione di quella netiquette ancora sconosciuta a molti. È chiaro che il caso di Skittles non può essere universale e che per altre marche il ragionamento sarebbe stato diverso, magari per marche amate, o almeno più rilevanti, importanti, evocative, rispetto alle piccole, povere caramelline.

Morire di social media?

Lasciatemi essere come al solito chiaro. È ovvio, anch’io sono di parte. E credo che oggi i social media siano (soprattutto per le marche consumer) un ambiente che non si può più ignorare. Ma da qui a delegare totalmente la marca, ne passa. Non crediate: alle aziende piacerebbe moltissimo, contrariamente a quel che si pensa. Fare un outsourcing totale di branding, innovazione, comunicazione… fantastico! Si licenzia il reparto marketing, metà del reparto R&D, si fa a meno dell’agenzia. Si tiene solo la produzione, la logistica, un pezzo del commerciale, ufficio acquisti ridotto del 40%, l’amministrazione. Si risparmia un pacco di soldi, perché il resto del lavoro lo fa il popolo, gratis et amore dei. Purtroppo, ad oggi, questo non appare possibile. Lo user generated marketing e lo user generated content son parte della soluzione – non la soluzione. Sempre. Per tutti.

In primis perché il popolo non è necessariamente così committed rispetto alla nostra marca, non è così serio. Poi la gente non è necessariamente così creativa. La mia esperienza è che la gente, se richiesta di un opinione, nel 99% dei casi ti ricicla cose già viste: sono pochissimi quelli in grado di darti idee nuove e soprattutto idee che abbiano un senso in termini di business (difficile, sottolineo, ma non impossibile). Infine perché oggi, in un mondo di engagement, una marca senza una propria opinione non è una marca: è un quaraquaquà. Che alla gente non piace.

Così come tra marito e moglie la soluzione per una relazione felice non è che uno dei due deleghi totalmente all’altro il pensiero, nel marketing e nella comunicazione credo ci possa e soprattutto debba essere una via di mezzo tra «tu farai, comprerai quello che dico io» e il «sono come tu mi vuoi, sono una plastilina nelle tue mani». Ora scatenate pure, come spesso auspico, una polemica. O, spero, una conversazione. Almeno qui, su queste colonne, la conversazione e il dibattito tende a essere più serio e costruttivo che sul sito delle caramelline, dove la marca era uscita dal loop.

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Vespa, Noemi e gli altri, la creatività irriverente

I filosofi e gli artisti situazionisti l’avrebbero forse chiamato un detournement, ovvero il prendere un oggetto di uso comune per stravolgerne il significato. Un’opera d’arte concettuale che nell’epoca del web è diventata un giochino “sociale” con cui passare qualche ora e provocare un sorriso.

Gemelle K

Sono ormai diversi i casi in cui è bastato dare in pasto alla rete un’immagine discutibile per ottenerne in cambio una serie di creazioni  irriverenti e spesso divertenti. Nel 2007 a innescare questo gioco fu una foto ritenuta di cattivo gusto: ritraeva  “le gemelle K” insieme a Chiara Poggi, la vittima di uno dei “gialli” più sfruttati dalle tv e da una certa stampa, quello di Garlasco. La storia è questa: mentre le telecamere assediavano la casa della ragazza uccisa, le due ragazze sbandieravano una foto in cui sorridevano insieme alla giovane defunta, loro cugina. Dopo molte perplessità sulla foto arrivò l’ammissione: si trattava di un fotomontaggio. Una retromarcia  che non le ha salvate da un feroce sfottò da parte del blog Agorà vs Gemelle K, costruito con decine di foto che le ritraevano con chiunque e in qualsiasi luogo. La goliardata suscitò altre polemiche e gli stessi autori si lamentarono di come la loro intenzione fosse stata stravolta dai giornali che ne parlavano. Ma questo non frenò i casi successivi.

Silvio e Noemi

Era la primavera del 2009 quando sui giornali si cominciava a parlare di alcune “frequentazioni” del Presidente del Consiglio. Uno dei primi articoli sull’ argomento riguardava la foto di un brindisi tra la famiglia di Noemi Letizia e il premier. Anche lì l’immagine fu guardata con sospetto: «non sembra un fotomontaggio?» dissero in molti. Dal dubbio che una foto sia ritoccata alla produzione di immagini analoghe passa giusto il tempo necessario ad aprire un software come Photoshop. Nacque così un altro instant-blog, Brinda con Papi, nelle cui pagine si trovano brindisi tra Berlusconi e personaggi dei cartoni animati, star di serie tv, cantanti, calciatori, alieni e icone del trash anni ‘80. Quasi un’antologia dell’immaginario pop italiano, spesso inserito con maestria nell’immagine di partenza, della cui originalità o meno a un certo punto non importava più niente a nessuno.

Franceschini

Poche settimane separano il successo di questo blog da un altro piccolo tormentone del web italiano. Durante la campagna per le elezioni Europee, Dario Franceschini (allora leader del Pd) si azzardò a far mettere online un appello agli elettori girato davanti a uno sfondo verde, di quelli che nel cinema si usano per aggiungere gli effetti speciali in post-produzione. Manipolare un video è più complicato rispetto a ritoccare una foto, ma nel giro di pochi giorni Franceschini si ritrovò lo stesso su YouTube a invitare i suoi elettori in mezzo a una scena di Guerre stellari o di Casablanca, come testimoniato dal blog Francescreen.

Vespa

E arriviamo all’ultimo tormentone, nato sulla piattaforma FriendFeed, grazie a un blogger noto come Pop Topoi, che cattura dalla tv un’immagine di Bruno Vespa in grado di solleticare gli utenti del social network. Lui stesso la definisce «lo screenshot del secolo» e invita tutti a farne un meme. Nel giro di poche ore la foto del conduttore di Porta a porta, con lo sguardo spiritato e un fucile in mano, finisce incastrata in una serie di immagini famose, da locandine di film come Bastardi senza gloria o Il buono, il brutto, e il cattivo a fotogrammi di film horror e momenti storici famosi. Per guardare questa esplosione di creatività basta cercare sul social network tramite i tag shootingbruno o thisiporta. Alcune immagini sono ritoccate perfettamente, in altre la realizzazione è più grezza, ma non è questo l’importante. Qui contano la rapidità di esecuzione, l’idea, l’accostamento impensabile. È cosi che quello che una volta sarebbe stata una provocazione artistica diventa alla portata di tutti. Basta un software e un po’ di voglia di dissacrare. Un social network o un blog disposti a ospitare la nostra opera si troveranno.

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Meet the Media Heretics, lunedì sera a Milano

Il programma di incontri intorno alla cultura digitale di Meet the Media Guru riprende con i Focus, la linea di eventi creata per offrire spazio al dibattito sulla transizione al digitale in Italia e per mettere in scena il pensiero, i contributi, il dibattito di autori e personaggi legati al nostro Paese. Protagonisti del primo Focus del 2010, in programma  lunedì 15 febbraio, sono Vittorio Zambardino, inviato di Repubblica per le culture digitali, Massimo Russo, direttore di Kataweb, e Marco Pratellesi, direttore di Corriere.it. Modera Maria Grazia Mattei. L’incontro è dedicato al dibattito sulle tesi contenute nel progetto Eretici digitali, un manifesto, un blog, un libro, un ebook, aperti alla discussione, ai quali hanno dato vita Russo e Zambardino.

Un approccio eretico è, secondo gli autori, necessario non solo per supportare la trasformazione dei media ma anche per affrontare i pericoli che corre la rete, per superare il disorientamento della politica e dell’opinione pubblica, per comprendere le ricadute del crescente potere degli intermediari, per affermare i nuovi diritti e doveri del cittadino digitale. Fenomeni sotto gli occhi di tutti ma che non necessariamente devono essere condannati a esiti negativi. Un’eresia duplice, dunque – dei chierici del giornalismo e dei cittadini della rete – che demolisca i tre dogmi che Zambardino e Russo mettono al centro degli sviluppi del racconto della rete oggi:

  • i dogmi del potere, che tende a legittimare solo il racconto dei media che sia mimesi e consenso;
  • i dogmi della corporazione, che scambia il supporto – la carta – con la natura del giornalismo;
  • i dogmi dell’apologetica del digitale, che preconizza la nascita di una società virtuosa perché tecnologica e si affida alle “piattaforme”, raccontando di uno sviluppo senza conflitti e intrinsecamente “buono”.

L’incontro si terrà alle 19 alla Mediateca Santa Teresa (via della Moscova 28, Milano – mappa), con ingresso libero fino a esaurimento dei posti. È consigliata la prenotazione. Sarà possibile seguire il dibattito in diretta web. Nello spirito del progetto, le eresie saranno dibattute grazie agli interventi del pubblico presente in sala e alle persone connesse in rete.

Vuoi porre fin d’ora una domanda agli autori sui temi dell’incontro? Registra un video della durata massima di 1 minuto e invialo a webzine@apogeonline.com entro venerdì 12 febbraio. Le domande più interessanti saranno proiettate durante la serata e riceveranno la risposta dei relatori.

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La sfida dei bambini multitasking

I bambini trascorrono oltre sette ore al giorno con computer, iPod, smartphones e console. A rivelarlo è una ricerca condotta negli Stati Uniti dalla Kaiser Family Foundation: i giovani di età compresa tra gli 8 e i 18 anni, quando non sono a scuola, occupano gran parte del loro tempo utilizzando qualche dispositivo elettronico. E, nei casi più estremi di uso contemporaneo di media digitali, possono addirittura superare le dieci ore al giorno.

L’attenzione sui comportamenti della nuova generazione dei bambini multimediali è esplosa negli ultimi cinque anni, in seguito all’incremento dell’uso dei dispositivi portatili: cellulari e Mp3 player hanno cambiato il modo di accedere ai programmi televisivi, ai film, ai videogiochi e alla musica, diventando veri multimedia device. Le nuove tecnologie, infatti, permettono ai giovani di essere sempre in contatto (always on) con i loro amici: Katie Leuw, una ragazza di 17 anni, racconta ai ricercatori di usare il BlackBerry tutto il giorno – come del resto fanno molti suoi amici – e che essere costantemente disponibile è centrale per la sua vita sociale. «Non avresti la vita sociale che ognuno ha se non avessi sempre con te il tuo telefono» aggiunge.

Faccia a faccia

Ma, di fronte a uno scenario così nuovo, non mancano di certo le preoccupazioni e gli interrogativi degli studiosi, in particolare degli psicologi: «Quando i bambini utilizzano questi dispositivi non stanno comunicando o interagendo con qualcun altro (di persona). Potrebbero essere molto bravi a scambiare sms,  ma come fanno quando devono incontrare qualcuno faccia a faccia?», si domanda Michele Elliott, uno psicologo infantile, secondo il quale i genitori dovrebbero limitare il tempo di utilizzo dei media da parte dei loro figli. Secondo Rupert Wegerif, direttore di ricerca alla scuola di educazione e lifelong learning all’Università di Exeter, invece, «dobbiamo concentrarci non solo sul fatto che i bambini utilizzano gli schermi, ma sull’uso che ne fanno», poiché – continua – bisogna anche considerare che ciò che fanno può essere creativo e interattivo.

Don Tapscott in Grown Up Digital ha raccolto una top 10 di punti di vista negativi (per lo più espressione di giornalisti ed accademici) su quella che l’autore definisce la Net Generation. Sintetizzando, alcune delle caratteristiche delineate riguardano le abilità sociali, il benessere emotivo, la salute e la violenza. Secondo alcuni esperti, le attività online rubano tempo allo sport e alle conversazioni faccia a faccia, per non parlare dei videogiochi violenti che vengono paragonati dal Mothers Against Videogame Addiction and Violence all’abuso di droga e alcol. Inoltre, i tanti gadgets a disposizione possono essere causa di disturbi da deficit di attenzione: distrazione che può incidere sull’andamento scolastico e/o universitario. Insomma, alcuni studiosi la definiscono una generazione allo sbando, senza valori, che ha paura di impegnarsi e di scegliere un percorso (di vita o lavorativo) e i cui interessi vertono sulla cultura popolare, le celebrità e i loro amici, senza lasciare posto a quotidiani e telegiornali.

Tuttavia, non c’è unanimità sulle visioni negative.  John Seely Brown, già qualche anno fa, in Growing Up Digital rifletteva su come in realtà il Web abbia cambiato il lavoro, l’educazione e il modo di imparare: l’alfabetizzazione attualmente non interessa solo il testo, ma è il risultato di diverse forme di intelligenza, per esempio quella visuale e sociale. Inoltre, a differenza dei media tradizionali, attraverso Internet l’individuo può essere sia destinatario dei contenuti che mittente e, quindi, diventare parte attiva della costruzione del sapere. Ma andiamo più a fondo.

Multiprocessing

I bambini di oggi – scrive l’autore – sono multiprocessing: riescono a fare diverse cose contemporaneamente (ascoltare musica,  parlare al telefono, usare il computer), ma non per questo si distraggono, contrariamente a ciò che possono pensare gli adulti. Brown ci spiega le differenze fra le due generazioni (passata e presente) e che cos’è cambiato nel passaggio da una generazione all’altra. Tradizionalmente, i ragionamenti sono sempre stati associati alla deduzione e all’astrazione, ma il modello applicato dai bambini che utilizzano i media digitali è più vicino a quello che Lévi-Strauss chiama bricolage: la capacità di trovare un oggetto, un documento o un attrezzo e di utilizzarlo per costruire ciò di cui ha bisogno. Il Web mette a disposizione una varietà di risorse tali da confondere un adulto non digitale, ma da consentire ai bambini di diventare bricoleurs, appunto.

Chi appartiene alla generazione passata ha sviluppato un approccio diverso all’informazione e all’apprendimento: solitamente tende a non provare qualcosa finché non sa come usarla o almeno non prima di aver consultato un manuale di istruzioni o un esperto. Tendenza che i giovani di oggi ritengono addirittura preistorica: loro, per imparare, devono “sporcarsi le mani”, provare e riprovare, fare pratica insomma. Stessa cosa riprodotta nel Web: osservano quello che fanno gli altri e poi ci provano a farlo da soli. In questo modo l’apprendimento diventa situato (basato sulle azioni), sociale, cognitivo e tutt’altro che astratto, e il Web diviene non solo una risorsa informativa e sociale, ma un medium per l’apprendimento: i ragionamenti sono frutto di una costruzione collettiva e condivisa dell’informazione (intelligenza distribuita).

Secondo lo studioso, la chiave del social learning è nell’utilizzo della tecnologia per supportare le relazioni tra gli individui, in altre parole ciò che chiama “ecologia dell’apprendimento”: nella rete si crea un insieme di comunità (virtuali) che condividono interessi, una sorta di “impollinazione incrociata” di idee, per dirla con Brown. Il web, pertanto, consente ai bambini di sviluppare un proprio modo ideale di imparare: «Questa potenzialità potrebbe essere particolarmente importante quando un bambino inizia il suo percorso di apprendimento».

Tra sms e linguaggio

Alcuni ricercatori inglesi hanno condotto uno studio su bambini dagli 8 ai 12 anni notando una forte correlazione tra l’utilizzo di un linguaggio abbreviato per scrivere sms e il miglioramento delle loro abilità linguistiche. La ricerca è stata condotta da Clare Wood, docente di psicologia dello sviluppo all’Università di Conventry e in parte fondata dalla British Academy: «Siamo stati sorpresi di venire a sapere che non solo l’associazione era forte, ma che lo scambio di sms stava in realtà portando allo sviluppo delle conoscenze fonologiche e delle abilità di lettura nei bambini», racconta Wood. «Scambiare sms sembra essere anche una forma preziosa di contatto con l’inglese scritto per molti bambini, che permette loro di esercitare la lettura e l’ortografia su basi quotidiane».

Secondo gli studiosi, i bambini con un alto livello di conoscenza fonologica sono in grado di isolare e manipolare differenti suoni nella parola e, eliminando suoni, lettere o sillabe, riescono a risalire a quella originaria (ad esempio “hmwrk” sta per “homework”). La ricerca è basata su uno studio di un anno condotto su 63 alunni inglesi: i risultati finali sono previsti per l’anno prossimo, ma nel frattempo gli autori non hanno riscontrato associazioni negative tra l’utilizzo di abbreviazioni e l’alfabetizzazione.

Genitori e filtri

Intanto, altri ricercatori indagano sull’importanza del ruolo dei genitori. La mancanza di conoscenza di internet da parte degli adulti può mettere a rischio i loro figli: da una ricerca emerge che il 60% dei bambini dichiara di mentire su ciò che sta guardando online e più della metà ammette di cancellare la cronologia dal browser in modo che i loro genitori non possano conoscere i siti visitati. Un quarto dei bambini, infatti, afferma di aver mandato o ricevuto spesso materiale inappropriato tramite email e l’11% è stato vittima o autore di bullismo. «Tutti noi sappiamo che ci sono minacce nel mondo virtuale come ce ne sono nel mondo reale, ma è importante che le risposte dei genitori a questi rischi siano misurate e appropriate», dichiara una studiosa. La ricerca sottolinea l’importanza di una maggiore comunicazione tra genitori e figli: è la migliore via percorribile dai genitori per capire i probabili rischi cui vanno incontro i loro bambini e, in caso di necessità, per saperli gestire.

I genitori possono installare il parental control e un software di sicurezza: su Growing up online gli esperti spiegano, tra le altre cose, come proteggere i bambini, che cosa devono sapere sulla Internet Age e che cosa è necessario che insegnino ai loro figli (ci sono interviste, casi di studio, pareri di esperti del settore). Anche PBS Parents è ricco di informazioni su come i media possano contribuire all’apprendimento dei bambini e su come creare ambienti domestici alfabetizzati. Inoltre, per chi volesse approfondire, sono disponibili dei testi sul tema, come Bambini e  computer. Alla scoperta delle nuove tecnologie a scuola e in famiglia e Computer per un figlio. Giocare, apprendere, creare. Numerose ricerche didattiche suggeriscono come i genitori possano incoraggiare e trasmettere ai propri bambini l’amore per la lettura, semplicemente leggendo insieme e a voce alta (per venti minuti ogni giorno) dei libri. Quella di leggere (e di ascoltare) ad alta voce è una pratica molto diffusa anche tra gli insegnanti (in particolare quelli inglesi) della scuola media e superiore: pare che favorisca la fluidità del linguaggio e aumenti a sua volta la comprensione del testo.

In Living and Learning with New Media: Summary of Findings fron the digital Youth Project, i ricercatori sottolineano come i giovani possano trarre beneficio da una educazione più aperta alle forme di sperimentazione e di esplorazione sociale (caratteristica, appunto, della Digital Age ma, in genere, non presente nelle istituzioni scolastiche tradizionali). Inoltre, aggiungono, ostacolare l’accesso ai new media significa privare i giovani di forme di apprendimento, come le abilità sociali, essenziali per prendere parte nella società. «Il digitale da solo non è una garanzia di rafforzamento della lettura, della scrittura e del pensiero creativo e critico del bambino», scrive Edith Ackermann della MIT School of Architecture, «Può solo fornire nuove occasioni per esplorare la strada accidentata che porta alla lingua parlata a quella scritta e colmare, con strumenti innovativi, il divario fra testo e contesto, autore e pubblico, parole, immagini e suoni».

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