Archivio per la categoria BERLUSCONI

STOP DI NAPOLITANO AL LEGITTIMO IMPEDIMENTO DI BRANCHER. IL PM MI SENTO PRESO IN GIRO

«Mi sento preso in giro da Brancher che oggi doveva essere in aula: non c’è nessun legittimo impedimento». Ha esordito così, davanti al giudice Anna Maria Gatto, il pm Eugenio Fusco che rappresenta l’accusa nel processo stralcio a carico del neoministro Aldo Brancher accusato di appropriazione indebita e ricettazione. Il processo è ripreso stamane al tribunale di Milano. «So che Brancher è un ministro senza portafoglio – ha spiegato Fusco – ma non so con quali deleghe perché nel documento della presidenza del Consiglio non ci sono scritte: come posso immaginare i suoi impegni istituzionali non rinviabili? Che abbia almeno la bontà di precisare quali sono le sue deleghe». Prima del pm, erano intervenuti i due avvocati del neoministro che hanno ribadito la richiesta di legittimo impedimento.

Ieri, però, anche il Quirinale aveva stoppato la possibilità del neoministro Aldo Brancher di avvalersi dello scudo giudiziario previsto dalla legge perché impegnato nell’organizzazione del nuovo dicastero. «Non c’è nessun nuovo ministero da organizzare in quanto l’on. Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio». Dopo qualche ora era poi arrivata la replica di Brancher. «Non mi dimetto, sabato (giorno della ripresa del processo a suo carico, ndr) sarò in ufficio tutto il giorno a lavorare. Sono preso da un milione di cose ma intanto voglio capire perché sono state date queste interpretazioni su un documento che nessuno conosce ma che è stato tradotto da qualcuno in una richiesta di rinvio dell’udienza perché impegnato a organizzare l’ufficio del nuovo ministero. Ma non è così». Poi Brancher ha garantito di essere disponibile a presentarsi davanti ai giudici il prossimo 29 luglio e non più il 17 ottobre come aveva chiesto in un primo momento.
Intanto il premier Silvio Berlusconi, in Canada per il G8 e il G20, ha scelto di non commentare la vicenda. «Gli ho consegnato personalmente i dispacci – ha spiegato il portavoce Paolo Bonaiuti – e da parte del presidente non c’è stato alcun commento né in quel momento né successivamente». Tranchant invece il leader della Lega, Umberto Bossi. Invocare subito il legittimo impedimento «mi sembra poco furbo. Fare una cosa del genere è come mettersi al muro e farsi sparare», ha commentato Bossi a proposito delll’istanza di legittimo impedimento avanzata dai legali del neoministro. Alla domanda se quella del neoministro sia stata una nomina strumentale, Bossi, che ha parlato a margine di una festa del Carroccio ha replicato: «È una nomina di uno del gruppo di Berlusconi, di uno del Pdl. Prima Berlusconi lo aveva messo a fare il sottosegretario». E poi: «Il Colle è il punto che tiene in equilibrio lo Stato» e l’istanza di legittimo impedimento «andrà valutata comunque».
Giovedì i legali di Brancher avevano depositato la richiesta di rinvio del processo a carico del ministro motivandola con la necessità di organizzare il nuovo dicastero. Con il legittimo impedimento Brancher aveva chiesto la sospensione del processo fino al prossimo 7 ottobre. Dopo la nota del Quirinale, i legali avevano comunque chiarito le motivazioni che accompagnano la richiesta di legittimo impedimento. «Sarà discussa domani in aula da un punto di vista tecnico» ha detto uno degli avvocati di Brancher, Filippo Dinacci. Il quale ha poi precisato che, nella lettera della presidenza del Consiglio allegata alla richiesta di legittimo impedimento, si fa riferimento al numero dei disegni di legge in tema di riforme allo studio dello stesso Brancher e non, in senso stretto, alla necessità di organizzare il ministero. L’altro legale di Brancher, Piermaria Corso, ha quindi aggiunto che «tutte le questioni procedurali saranno esaminate domani nel corso del dibattimento. Se qualcuno riterrà di introdurre nella discussione i rilievi posti dal Quirinale sarà il giudice a valutarli».
L’opposizione ha chiesto, per bocca del vicesegretario del Pd, Enrico Letta, le dimissioni di Brancher. «Le parole del Quirinale sono un macigno. Solo le dimissioni del ministro Brancher possono sanare questo scandalo. Le chiediamo per il bene del paese e per il rispetto delle istituzioni». E anche i dipietristi auspicano un passo indietro del ministro. « L’Idv chiede le immediate dimissioni di Aldo Brancher – sottolinea Antonio Di Pietro – e, per questo, presenterà una mozione di sfiducia». (Ce. Do.)

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LOGGIA P2: DALLA FONDAZIONE ALLA MESSA FUORI LEGGE

La data di fondazione della loggia massonica Propaganda Due si perde nel tempo, come spesso accade per simili consorterie. E’ noto, comunque, che era un antico sodalizio che accoglieva gli elementi più importanti e prestigiosi, fin da quando, nel secolo scorso, la massoneria, aveva avuto un ruolo centrale nelle vicende italiane.

Nell’800 la Massoneria diviene terreno d’elezione per le intese politiche fra esponenti di regioni lontane e annovera nelle sue logge Lanza e Cairoli, Depretis e Zanardelli, Crispi e Di Rudinì. Adriano Lemmi, banchiere livornese geniale e spregiudicato, grande regista dell’intrallazzo, iscritto alla Massoneria dal 1875, fu il primo a intuire l’importanza di avere a propria disposizione una loggia “coperta” per manovrare la finanza pubblica stando dietro il palcoscenico. Il suo programma massonico era semplice: via dalle logge i poveracci e i pensatori, l’obiettivo deve essere conquistare il potere: “Chi è al governo degli Stati o è nostro fratello o deve perdere il posto”. La stessa filosofia che un secolo più tardi avrebbe ispirato il “fratello” Licio Gelli.

Sotto la guida di Lemmi, la Massoneria visse la sua età dell’oro: i parlamentari iscritti alle logge giunsero a essere trecento. Di fronte a questo straordinario successo, Lemmi ebbe l’idea vincente: riunire la crema della Massoneria nella loggia Propaganda 2 (a Torino esisteva già un’antichissima loggia Propaganda) e mettervisi a capo, garantendo adeguata “copertura” ai fratelli che svolgevano certe attività o ricoprivano ruoli pubblici nel mondo “profano”, salvaguardando cioè‚ i fratelli “importanti” dalle curiosità dei tanti e da quelli che venivano definiti i “fratelli arrampicatori”. I “fratelloni” erano esonerati dal frequentare i normali lavori di loggia e i loro nominativi non apparivano in alcun elenco ufficiale, ma erano “fratelli all’orecchio”, noti soltanto al Gran Maestro il quale, al termine del proprio mandato, li comunicava oralmente “all’orecchio” del suo successore. Ma quando i fratelli così affiliati divennero tanto numerosi da non poter essere tutti ritenuti a mente, nacque l’esigenza di dar vita alla loggia Propaganda.

Anche quella P2, però, finì male, travolta dallo scandalo della Banca romana che coinvolse politici, banchieri e militari iscritti alla loggia “coperta” di Lemmi, con conseguente fuggi fuggi tragicomico di tanti fratelli pentiti. Dopo il ventennio mussoliniano, dal quale la Massoneria uscì come da un incubo, a causa delle persecuzioni del regime che ne aveva dichiarato l’incompatibilità con l’essere fascista, tornano a farsi spazio coloro che considerano la Massoneria un luogo d’incontro per affari di varia natura, meno interessati quindi alla speculazione sulla fedeltà alla tradizione massonica o ai rapporti con il cattolicesimo, causa della grande spaccatura tra clericali e anticlericali.

Dopo la seconda guerra mondiale era stata riorganizzata anche la loggia P2, con l’aiuto della massoneria USA, trasferendovi i massoni più in vista o che dovevano restare “coperti”.

Nel Dicembre 1965 il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli presenta l’apprendista Licio Gelli al Gran Maestro Gamberini, il quale lo eleva immediatamente di grado nella gerarchia massonica e lo inserisce nella loggia P2. Nel 1969 Ascarelli e Gamberini affidano a Gelli un non meglio precisato incarico speciale nella loggia.

Nel ’69 capi massonici diranno che grazie a Gelli 400 alti ufficiali dell’esercito sono stati iniziati alla massoneria al fine di predisporre un “governo di colonnelli”, sempre preferibile ad un governo comunista. L’attività della P2 negli anni ’70 era frenetica.

C’era la pratica costante della raccomandazione e c’erano gli affari, e gli affari intrecciati col potere che lo alimentavano. Degli affari citiamo i più noti: l’ Eni-Petronim, il banco Ambrosiano, il crak della Banca Privata di Sindona, la scalata al “Corriere della Sera”, tutti collegati a scandali e cadaveri come quello di Calvi, penzolante sotto un ponte di Londra o quello di Ambrosoli, liquidatore della banca Privata di Michele Sindona.

A volte gli uomini della P2 si servirono delle organizzazioni criminali: mafia, camorra, ‘ndrangheta. Collegamenti accertati dalle inchieste giudiziarie sul finto rapimento di Sindona, sul caso Cirillo, sulla strage del rapido 904, sull’omicidio di Roberto Calvi. I nomi degli iscritti alla P2 ritornano con ossessiva puntualità in tutte le indagini sui misteri d’Italia.

Nel 1971 Gelli diviene segretario organizzativo e ha il totale controllo della loggia. Nel frattempo molti personaggi eccellenti, soprattutto militari e finanzieri si sono iscritti, tra questi il generale Allavena che porterà in dote le copie dei fascicoli delle schedature del SIFAR.

Nel 1972 il nuovo segretario organizzativo cambia nome alla loggia in “Raggruppamento Gelli-P2″ accentuandone le caratteristiche di segretezza evitando qualsiasi tipo di controllo.

Nel 1973 la loggia segreta “Giustizia e Libertà” si fonde con la P2. Alla Gran Loggia di Napoli del Dicembre 1974, qualcosa di simile a un conclave massonico alcuni tentarono di sciogliere la P2 e di abrogarne i regolamenti particolari, ma senza successo, Gelli aveva acquisito troppo potere nel frattempo. Lino Salvini, maestro del Grande Oriente d’Italia, quindi, nonostante non vedesse di buon occhio tanto potere concentrato in quella loggia, il 12 Maggio 1975 decretò ufficialmente la ricostituzione della loggia P2 elevando Gelli al grado di maestro venerabile.

Nella primavera del 1975, Licio Gelli fonda l’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica (OMPAM) , una superloggia internazionale con sede a Montecarlo (a tutt’oggi sembra che sia ancora attiva). Al congresso mondiale dell’OMPAM , che si svolge a Rio De Janeiro , nel discorso inaugurale Gelli afferma “…Considero superfluo ricordare a tutte le potenze occidentali che oggi il vero e grande pericolo per l’umanita’ e’ rappresentato dalla penetrazione del comunismo che sta abbattendo le piu’ sacre ed inalienabili liberta’ umane.

Guerra Interna nella Massoneria – Salvini contro Licio Gelli
Il lungo periodo di gran maestranza del Salvini venne, fin quasi dal suo inizio, dalla questione della loggia P2 e dalla presenza, alla testa di questa, di Licio Gelli.Poco dopo la propria elezione, infatti, il 19 giugno 1970 Lino Salvini aveva delegato il Gelli a rappresentarlo presso gli iscritti alla loggia Propaganda 2 con il titolo, affatto inedito in massoneria, di “segretario organizzativo”.
Nel gennaio 1975, resosi conto dell’errore commesso e dei rischi cui la crescente intraprendenza del Gelli esponeva l’intero G.O.I., il Salvini decideva che da quel momento la loggia P2 sarebbe stata una normale loggia non “coperta” ed esonerava il Gelli dalle funzioni di “segretario organizzativo”.
Il Gelli non gradì l’“esonero” e, in occasione dell’assemblea Gran Loggia del marzo 1975, organizzò una controffensiva, facendo circolare documenti su presunte malversazioni finanziarie commesse dal gran maestro, il quale accusò il colpo e fece drasticamente marcia indietro: con decreto del 12 maggio 1975 il Salvini ufficializzava l’esistenza di una “regolare” loggia Propaganda n. 2, non “coperta” e costituita da poche decine di affiliati. Ne divenne maestro venerabile lo stesso Gelli, mentre proseguiva non ufficialmente l’esistenza di una loggia segreta P2, con a capo ovviamente ancora il Gelli. Il meccanismo si perfezionò l’anno seguente, quando la P2 “regolare” venne sospesa, inaugurando un regime di doppia verità: ufficialmente i lavori della loggia Propaganda n. 2 erano sospesi, benché in realtà la stessa loggia, nella sua versione “segreta”, non soltanto continuasse ad esistere, ormai al di fuori di ogni controllo da parte del gran maestro e del G.O.I., ma proliferasse ben oltre ogni precedente storico fino ad assumere dimensioni abnormi, reclutando in tutta Italia ed al di fuori di qualsiasi regola tradizionale. Con l’infoltimento delle fila della P2 e con l’affiliazione di personalità sempre più “importanti” nei suoi elenchi, noti soltanto al Gelli, il prestigio di quest’ultimo si accrebbe a dismisura dentro e fuori la massoneria, fino a farne una sorta di gran maestro occulto, in alternativa al gran maestro effettivo, e tanto da lasciar ipotizzare un rapporto diarchico tra il Salvini ed il Gelli.
A sua volta, l’unificazione con il “gruppo” Bellantonio fu di breve durata. Infatti nel settembre del 1975 Francesco Bellantonio venne espulso dal G.O.I. e rifondò, con una parte dei suoi seguaci, un’ennesima G. L. “di piazza del Gesù”. Gli stessi rapporti con le Grandi Logge statunitensi, tradizionale punto di forza nella “politica estera” del G.O.I., vennero messi in crisi dalla crescente diffusione in Italia, consentita e/o voluta dal Salvini, divenuto sinceramente e acriticamente anglofilo dopo il ricordato “riconoscimento”, del sistema dell’Arco Reale inglese, in concorrenza con il già presente Arco Reale americano, a sua volta collegato con l’organizzazione internazionale di questo sistema rituale “ad alti gradi”: furono necessari chiarimenti ed intermediazioni per evitare che si arrivasse ad una rottura con le Grandi Logge americane.
Costretto a dimissioni anticipate rispetto alla scadenza del proprio mandato, a causa di pressioni esercitate dalle Grandi Logge statunitensi, che minacciavano il disconoscimento, Lino Salvini si rassegnò a cedere il maglietto di gran maestro (rimase effettivamente in carica fino al 18 novembre 1978, dopo le dimissioni annunciate nell’assemblea di Gran Loggia del 18-19 marzo 1978). Al suo posto venne eletto Ennio Battelli.
L’elezione del nuovo gran maestro non segnò alcuna visibile rottura con la precedente gestione. Giordano Gamberini continuò a dirigere la Rivista Massonica (che dal febbraio 1980 cambiò formato e denominazione, mutata in Hiram), nonché ad assistere il Gelli nelle ammissioni alla P2. In particolare il Battelli continuò a mantenere un abbastanza regolare rapporto con Licio Gelli, cui, come per il passato, continuava ad essere demandata in totale autonomia la conduzione della P2, che anzi in quegli anni vide un’espansione senza precedenti, con numerose affiliazioni di importanti personaggi del mondo politico, burocratico, bancario, militare, editoriale ed industriale.
Nel 1980 il Gelli, al culmine del suo potere, rilasciò al giornalista Maurizio Costanzo, affiliato alla P2, un’intervista, pubblicata sul quotidiano Il Corriere della Sera del 5 ottobre, nella quale vantava in modo esplicito la propria influenza e le proprie “entrature” ai massimi livelli politici del Paese, suscitando accesissime polemiche su tutta la stampa.
Il 17 marzo 1981 la guardia di finanza, per ordine dei magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone, effettuò una perquisizione a Castiglion Fibocchi, dove sequestrò documenti appartenenti a Licio Gelli, tra i quali un elenco di 953 nominativi appartenenti alla “loggia” P2: vi figuravano quarantaquattro parlamentari, tre ministri, un segretario di partito, i capi dei servizi segreti, dodici generali dei carabinieri, cinque generali della guardia di finanza, ventidue generali dell’esercito, quattro dell’aeronautica, otto ammiragli, una folla di magistrati, prefetti, questori, banchieri, grandi uomini di affari, giornalisti, editori, ambasciatori, alti funzionari pubblici, etc. Lo scandalo fu enorme. Cadde lo stesso governo in carica nel Paese e fu istituita una commissione parlamentare di inchiesta, mentre il nuovo governo Spadolini provvedeva ad elaborare un testo normativo, che si sarebbe concretizzato nella legge 25 gennaio 1982, n. 17.
La difesa del G.O.I. e del suo gran maestro Battelli fu assai debole, né altrimenti sarebbe stato possibile, in quanto era emerso che le attività semi clandestine del Gelli si erano svolte all’insaputa della Comunione ma non della ristretta cerchia di governo dell’Ordine. Con sentenza del 31 ottobre 1981 la corte centrale del G.O.I., presieduta da Armando Corona, decretò l’espulsione del Gelli dall’Ordine.
La loggia P2 valicherà presto i confini nazionali e conterà affiliati in diversi paesi dove non si limiterà a fare proselitismo, ma parteciperà, nei modi che la caratterizzano alla vita politica, economica e finanziaria di tali paesi. In Argentina, per esempio favorirà il golpe militare, per poi perorare la causa del ritorno di Peron, così come risulterà implicata nello scoppio del conflitto delle isole Malvinas.
La loggia P2 risulterà attiva in Uruguay, Brasile, Venezuela, negli Stati Uniti, in diversi paesi europei e non ultima in Romania, dove Gelli avrà importanti rapporti con il regime “socialista” di Ceausescu, nonostante l’anticomunismo viscerale di tutti gli aderenti alla P2.

LA LISTA DEGLI ISCRITTI

17 marzo 1981- La villa di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi in provincia di Arezzo è stata perquisita dai carabinieri per ordine dei magistrati milanesi Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Sembra che si sia trovata, fra l’altro, una lista di 962 iscritti alla loggia, denominata P2, di cui Licio Gelli è “maestro venerabile” (Comunic. Ansa del 17 marzo 1981, ore 12,18).
I giudici milanesi Turone e Colombo arrivarono alla scoperta degli archivi di Gelli indagando sul finto rapimento e il soggiorno in Sicilia del bancarottiere Michele Sindona. Dovettero muoversi autonomamente con l’appoggio di pochi fidati e segretamente, omettendo di avvertire i loro stessi vertici, in quanto la P2 contemplava nei suoi ranghi quasi la totalità delle più alte cariche dello Stato.

6 MAGGIO 1981 – Roma – La sede della massoneria italiana a Palazzo Giustiniani è stata perquisita per ordine della magistratura romana. L’operazione è stata compiuta dai carabinieri, che per tutta la notte scorsa, sotto la direzione del sostituto procuratore DOMENICO SICA, hanno esaminato numerosi carteggi e il contenuto di tutti gli archivi”. ( Ib. ore 13,27).

Al centro dell’inchiesta c’è l’attività della Loggia P2, il cui capo è LICIO GELLI. Il suo nome è balzato più colte in questi ultimi tempi alla ribalta della cronaca. Ciò ha indotto il procuratore Achille Gallucci ad ordinare l’apertura di un’inchiesta che comunque non interferirà sui procedimenti che su Gelli sono in corso da tempo in altre città italiane. La procura vuole accertare la fondatezza delle numerose accuse che in questi ultimi tempi sono state rivolte da quotidiani e settimanali alla Loggia P2, della quale farebbero parte personaggi di primo piano della vita nazionale” ( Ib. ore 16,30).

21 MAGGIO 1981 – ROMA – L’ufficio stampa della presidenza del consiglio dei ministri ha distribuito in serata l’elenco dei nomi degli iscritti alla P2. Si tratta di fotocopie. Ogni nome è preceduto da un numero di fascicolo e da un numero di gruppo; segue un “codice”, al quale talvolta segue il numero della tessera e un appunto relativo alle quote sociali”. (Ib. ore 00,22).

Nella lista ci sono 52 alti ufficiali dei carabinieri, 50 dell’esercito, 37 della Guardia della Finanza, 29 della marina, 11 questori, 5 prefetti, 70 imprenditori, 10 presidenti di banca, 3 ministri in carica, 2 ex ministri, il segretario di un partito di governo, 38 deputati, 14 magistrati.

22 MAGGIO 1981 – Roma – Ordine di cattura per Licio Gelli. La procura della repubblica ha emesso ordine di cattura contro Licio Gelli e contro l’ex ufficiale dei carabinieri Antonio Viezzer. Ad entrambi viene contestato l’art. 257 del codice penale che punisce lo spionaggio politico o militare con al reclusione non inferiore a 15 anni”. (Ib. ore 17,48).

5 GIUGNO 1981- Il tenente colonnello Luciano Rossi, l’ufficiale che era stato chiamato dal sostituto procuratore a testimoniare sulla Loggia P2, e sul ritrovamento dei documenti a Castel Fibocchi, viene rinvenuto cadavere al secondo piano della sede del nucleo centrale della polizia tributaria in via dell’Olmata a Roma. E stato trovato con un colpo di pistola sparato con la sua calibro 9 d’ordinanza alla tempia. Si parla subito di suicidio e il caso subito archiviato.

E’ il primo “cadavere eccellente”, e il primo “suicidio”.

7 LUGLIO 1981 – Primo effetto (o panico) degli “affaires” P2 (Corriere, Calvi, Gelli. Ambrosiano, Sindona ecc.). La Borsa di Milano dopo una valanga di vendite che fa bruciare in un mattino miliardi su miliardi con un ribasso dei titoli del 20% sono sospese le contrattazioni e viene chiusa per 6 giorni. Quando riapre il 13, i titoli perdono un altro 10%.

9 LUGLIO 1981 – Roberto Calvi tenta il suicidio in carcere. Ha assunto dei barbiturici e si è svenato il polso destro con una lametta da barba. E’ stato rinvenuto dopo cinque ore, alle sette del mattino. Ricoverato al Mangiagalli è fuori pericolo. Il mattino alle 9 doveva presentarsi dal sostituto procuratore Gerardo d’Ambrosio. Si svolge una movimentata seduta in Parlamento. Longo sulla P2 (c’è anche il suo nome fra gli iscritti) parla di “scandalismo” su tutta la vicenda e si dichiara “inorridito da certe Pubbliche amministrazioni nei riguardi di presunti iscritti alla P2″.

24 LUGLIO 1981 il Governo Spadolini decide lo scioglimento della loggia P2, nell’ambito delle norme che puniscono le società segrete e i loro appartenenti.

9 DICEMBRE 1981 viene formata la commissione d’inchiesta sulla P2 (20 deputati e 20 senatori) presieduta dalla democristiana Tina Anselmi. Al suo insediamento ha affermato “Non lasceremo nulla di intentato per far luce di verità su un fenomeno tanto inquietante nella vita della repubblica” (ib 9 dic. 1982, ore 14,32).

Il 10 Dicembre 1981 il Parlamento ha ufficialmente sciolto la P2.

Fonti in parte estrapolate: disinformazione.it – Grade Oriente

Fonte

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BERLUSCONI MENTE SAPENDO DI MENTIRE – I SANI PRINCIPI NON SI IMPROVVISANO

2010: Il premier chiama in diretta dopo l’intervento del vicedirettore Massimo Giannini che ricordava la frase del premier: “Evadere in Italia è inevitabile”: “Non è accettabile sentire in una Tv di Stato certe menzogne”.

Ecco due note dell’Ansa, 2004 e 2008, in cui Berlusconi giustifica l’evasione fiscale.

FISCO: BERLUSCONI, SE TASSE OLTRE 1/3 TI INGEGNI PER ELUSIONE. PREMIER VISITA COMANDO GDF E SCHERZA, MA NON SIA RICAMBIATA…(ANSA) – ROMA, 11 NOV 2004. ”Vi ringrazio per quel che fate. Agite con grande equilibrio e rispetto dei cittadini, nei confronti di chi si vuole sottrarre ad un obbligo che qualche volta si avverte come eccessivo…”. Con queste parole Silvio Berlusconi ha esordito intervenendo alla cerimonia in occasione dei 230 anni della Guardia di Finanza. ”C’e’ una norma di diritto naturale – ha aggiunto, rivolgendosi ai vertici delle Fiamme Gialle – che dice che se lo Stato ti chiede un terzo di quello che con tanta fatica hai guadagnato sembra una richiesta giusta e glielo dai in cambio di servizi. Se ti chiede di piu’ o molto di piu’, c’e’ una sopraffazione dello Stato nei tuoi confronti e allora ti ingegni per trovare dei sistemi elusivi o addirittura evasivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralita’ e che non ti fanno sentire colpevole”. Berlusconi ha quindi espresso la sua soddisfazione per il fatto di poter partecipare alla cerimonia alla Guardia di Finanza, alla quale partecipava anche il ministro dell’Economia Domenico Siniscalco. ”Sono contento di essere qui per questa visita speciale… Certo – ha detto con una battuta – il sottoscritto non potrebbe dire altrettanto se fosse la Guardia di Finanza a fargli visita a casa sua”.  (ANSA) TG 11-NOV-2004 

FISCO: BERLUSCONI, SE TASSE A 50-60% EVASIONE GIUSTIFICATA
(ANSA) – ROMA 2 APR  2008 – Il prelievo fiscale corretto si aggira intorno a un terzo del reddito, se invece le tasse sono tra il 50 e 60 per cento troppo e così ” è giustificato mettere in atto l’elusione o l’evasione”. E’ quanto ha affermato il leader del Pdl, Silvio Berlusconi, nel corso del suo intervento all’Ance. (ANSA). SCA-KYI/MEA 01-APR-2008
Vedi anche:

Berlusconi in tv contro Repubblica “Mai sostenuta evasione fiscale”

BERLUSCONI A BALLARO’: SIGNORI SI NASCE, NON SI DIVENTA

Luciana P. Pellegreffi

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BERLUSCONI A BALLARO’: SIGNORI SI NASCE, NON SI DIVENTA

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ALLE ULTIME ELEZIONI REGIONALI HANNO PERSO TUTTI

Hanno perso i partiti. Rispetto alle elezioni del 2008 il PDL – il 24.7%, la Lega – il 4.7%; il PD – il 16%; l’IDV – il 20.3%; la Federazione della Sinistra – 0.7%; Sinistra Ecologia e Libertà – 0.2%; i votanti rispetto al 2005 – 9.1%. L’affluenza alle urne è così calata: 1985 = 89.7%; 1990 = 87.1%; 1995 = 81.3%; 2000 = 72.6%; 2005 = 71.4%; 2010 = 62.3%, toccando il minimo storico del Paese: circa 16 milioni di italiani non hanno votato.
Ha fallito il PDL che gestisce la politica in modo opposto al suo principio fondante: la gestione della cosa pubblica nell’interesse della collettività trasformata in politica affaristica del “sistema Paese” che deve produrre il massimo profitto con minor spesa. Non certo per i cittadini ma per i politici e i loro amici, le società partecipate che dilagano, le lobby del cemento e della sanità. E’ aumentato il divario tra ricchi e poveri e la ricchezza del paese è in mano ad un numero sempre più ristretto di persone. Il paese va a rotoli, proprio perché non è un’impresa e NON va gestito come tale. Il paese si sviluppa con la coesione sociale, il senso civico, l’etica pubblica, la tutela dei più deboli, la tolleranza e la solidarietà, la tutela delle nuove generazioni quale garanzia indispensabile per creare futuro non solo alla nazione, ma a ogni singolo cittadino. Il diritto al futuro è la casa ad affitto equo, la tutela del lavoro stabile, la difesa dei principi costituzionali fondamentali. Sono anni che assistiamo al percorso opposto senza una reale e decisa opposizione. 
La deviazione della politica è trasversale a testimoniare la contaminazione degli affari in tutte le istituzioni con il coinvolgimento d’imprese, fondazioni, banche e criminalità organizzata. In Parlamento siedono condannati e inquisiti a suggellare la promozione a “normalità” di tali comportamenti. Al cittadino sono stati tolti i pochi strumenti che aveva per interagire con istituzioni: dall’eliminazione del potere decisionale dei Consigli di Zona, prima istituzione vicina al cittadino, all’eliminazione delle preferenze nella scelta di chi siede al Parlamento. A chi dovrebbe dare fiducia il cittadino? 
Vediamo di tutto il peggio: leggi ad bisognam di pochi a scapito dei molti, incentivazione all’evasione fiscale, premiazione degli evasori, normalizzazione dei 4 morti al giorno sul lavoro con deresponsabilizzazione delle imprese, veline fatte ministro, prostitute a palazzo Grazioli, igieniste dentali elette al governo della regione Lombardia, ecc.; un elenco tristissimo di donne vendute alla fama e al denaro e al clan portato come modus operandi nelle istituzioni; promozione dei peggiori disvalori. Il centrodestra è incapace di proferir proposte autonome. Nel PD sento più parlare d’imprese che dei problemi dei ceti deboli, persino sulle case popolari, invece di farle costruire – in Lombardia vi sono oltre 20.000 famiglie in lista d’attesa – sposano con entusiasmo l’housing sociale che non è altro che fare affari sulla costruzione e la vendita immobiliare, cum magnum gaudium di fondazione varie, comuni, banche e costruttori edili, non certo delle famiglie in difficoltà. Nulla più sul conflitto d’interesse – sperano che ce ne dimenticheremo? – sul programma in corso di attuazione della P2, contro il lavoro precario, sulla difesa dei posti di lavoro e a sostegno al reddito, contro la delocalizzazione delle imprese, contro l’evasione fiscale, anzi ringraziamo ancora il PD per le assenze in aula che l’ha reso. Non resta che sancire il fallimento quotidiano del bipolarismo come progetto politico, che ha privato altri 3 milioni di elettori della loro rappresentanza con esiti sotto gli occhi di tutti e chiedersi perché e per chi si dovrebbe votare. A sinistra del PD vi sono ancora le solite frammentazioni che non hanno credibilità, dopo gli errori e le delusioni annose regalate al “popolo della sinistra”. La Federazione della Sinistra, con il suo progetto di aggregazione di partiti, movimenti, cittadini e forza democratiche non ha avuto successo, forse perché ancora da costruire, ma soprattutto perché troppo concentrata sui partiti fondatori, Rifondazione e Comunisti Italiani, come il suo simbolo dimostra, per avere una credibilità diffusa. 
Ha perso l’astensionismo. La mancanza di quorum rende valido il risultato indipendentemente dai votanti; chi non ha votato subisce, con tutti, le conseguenze. Personalmente non la considero una vittoria. Dubito che i 16 milioni di elettori che hanno scelto l’astensionismo, votanti alle regionali 62.3%, l’abbiano fatto consapevolmente come protesta al sistema politico e partitico esistente. Primo perché la partecipazione attiva alla politica non si concretizza solamente al momento del voto, ma richiede un impegno continuativo sul territorio, secondo e di conseguenza, non ci si può più accontentare muoversi solo ogni cinque anni per porre una croce sulla scheda senza essere politicamente attivi. E’ necessario partecipare, collaborare e controllare gli eletti. Se un 10-15% di astensionismo può essere fisiologico, resta un 22-27% di non votanti in aumento. Nemmeno ove presenti liste civiche o quelle del Movimento 5 Stelle di Grillo, l’affluenza alle urne è maggiore: Lombardia: 64.6%; Piemonte: 64.3%; Emilia: 68%; Campania: 62.9% e Veneto: 66.4%. Potrebbe significare, almeno oggi, che nemmeno le liste di Grillo hanno la capacità di motivare gli astensionisti nonostante la sua esistenza da circa cinque anni. Per gli astensionisti “radicali” il non voto rappresenta l’unico modo per “demolire” l’attuale sistema politico corrotto e antidemocratico che crollerebbe raggiungendo la maggioranza o più degli aventi diritto al voto. Non vi sono però considerazioni sul tempo necessario per raggiungere l’obiettivo, sul fatto che non c’è quorum e il risultato elettorale sarebbe comunque valido, né sul fatto che l’astensionismo potrebbe premiare proprio chi ha creato e mantiene questo decadimento della politica a discapito di tutti. Ben pochi s’interrogano sull’astensionismo a confermare sia la distanza della politica dai cittadini sia la scelta che meno “disturbano il manovratore” meglio è.
Cittadini e politica. L’Italia è devastata nei suoi valori e nel suo senso civico, di etica pubblica, di tolleranza e di solidarietà, anche nei valori cristiani sbandierati solo per contrastare scelte politiche non gradite al vaticano. Un’Italia dove comanda è il dio denaro, dove sono risorti il razzismo e l’omofobia di germanica memoria e dove persino alcuni rappresentanti della Chiesa associano l’omosessualità alla pedofilia nel tentativo di proteggere la casta dagli scandali della pedofilia, senza proferir alcuna parola sulle sue vittime con cristiana carità. Lo sviluppo di tale degrado ha precise responsabilità in chi ha guidato e guida il paese per le scelte politiche e culturali fatte, per i comportamenti e i valori che ogni politico ha trasmesso che diventano esempio e modello da assumere. Incentivare l’evasione fiscale come fece Berlusconi e non punire pesantemente gli evasori, quale modello di comportamento possono sviluppare? A chi dovrebbe dare fiducia il cittadino se questa situazione è stata creata da tutti i partiti, da destra a sinistra?
Negli ultimi due anni sono nati e si sono sviluppati nuclei di resistenza democratica: operai sui tetti per la difesa del posto di lavoro, il Popolo Viola, il movimento delle Agende Rosse, i movimenti degli studenti, insegnanti e genitori contro la D-istruzione della scuola della riforma Gelmini; si sono rafforzati i movimenti antinucleare, per lo sviluppo delle energie alternative, quelli contro le mafie, per la difesa della Costituzione, per la tutela dei beni comuni, contro il consumo del territorio, i Gruppi d’Acquisto Solidale, contro l’omofobia, per la strategia “Rifiuti Zero”, quelli ambientalisti, animalisti, contro il razzismo e il fascismo, contro il precariato e molti altri.
Segno di resistenza all’omologazione ai disvalori della destra. I movimenti in modo frammentario e su temi specifici propongono la vera opposizione, nel limite politico e temporale che storicamente hanno per loro stessa genesi. La singola specificità e ricchezza, per quanto ampia, non può raccogliere in sé una proposta complessiva di nuovo modello sociale che va necessariamente disegnato al fine di trasformare la protesta e la ricchezza dei contenuti sostenuti in proposta più articolata di modello sociale alternativo e di organizzazione per scongiurarne la sparizione ed acquisire quella forza necessaria al cambiamento e contrapposta al bipolarismo.
E’ indispensabile ridare fiducia ai cittadini democratici che non si riconoscono nelle proposte politiche elettorali, che probabilmente solo una forza unitaria e pluralista, ma ben identificata nei suoi valori e obiettivi potrebbe dare.
Un importante terreno di confronto sul quale incontrare i partiti a sinistra del PD e i movimenti, i sindacati, i cittadini, le associazioni.
Confronto indispensabile, non fosse altro per la necessità dei primi di essere dentro quella realtà sociale da cui hanno perso i contatti e che vorrebbero rappresentare e per tutti gli altri per fare quel passo di crescita e di proposta politica più complessiva.
E’ mai possibile che in una situazione di emergenza democratica, di attacco ai beni comuni, di aumento della povertà non si riesca a fare uno straccio di piattaforma sui temi che accomunano la sinistra e i movimenti – partendo da 5-10 obiettivi – e presentarsi finalmente come fronte unito contro lo sfacelo esistente? Un convegno da organizzare a Firenze per una due giorni di confronto potrebbe essere il primo passo. Prossime news su www.nuova resistenza.org.
Non ci sono vincitori, nulla è mutato ed è questo il dramma

Luciana P. Pellegreffi

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IL POPOLO VIOLA DENUNCIA SILVIO

  
Non solo la piazza.
C’è anche una denuncia, per il premier Silvio Berlusconi. Autore il popolo viola. Motivo: «Vilipendio dell’ordine giudiziario». A presentarla ieri alla Procura di Torino i rappresentanti delle associazioni Comitato fiorentino per la difesa della Costituzione, Per una Sinistra Unita e Plurale, Sinistra per la Costituzione, Carovana per la Costituzione-Sempre. Nella denuncia si punta l’indice su alcune espressioni che il premier ha pronunciato a Torino il 26 febbraio 2010, in una pubblica riunione, «trasmesse – si legge nell’atto – nei servizi televisivi nazionali. Nel suo intervento ha dichiarato che la magistratura avrebbe al suo interno “una banda di talebani che perseguono fini eversivi”. Nella stessa giornata avrebbe aggiunto sempre pubblicamente “faremo una riforma della giustizia importante e cercheremo di eliminare questa terribile patologia: qualche volta si dice la corruzione, le organizzazioni criminali? Ma secondo me questa è la patologia più grave della nostra democrazia”».

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COSI’ BERLUSCONI ORDINO’: “CHIUDETE ANNOZERO”

 
(foto Guardarchivio)
 
L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva “chiudere” Annozero. Un membro dell’Agcom – dopo aver parlato con il premier Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d’aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani – per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un’inchiesta partita da lontano. L’indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d’usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l’Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l’ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d’interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un’altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all’interno dell’Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull’argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s’intrecciano. I sospetti crescono. L’inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull’Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull’Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” – come pubblicamente li chiama lui – siano chiusi. E l’Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi – che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione – parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l’Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l’esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all’avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell’Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l’hanno attaccato. Chiede se – e come – l’Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l’intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell’Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l’Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l’Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all’avvocato inglese Mills, all’epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell’Utri. Tutt’altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un’impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell’Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell’intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un’indagine.

La notizia più interessante, però, è un’altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d’interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d’indagine – è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile. - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1

Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo

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LA DEMOCRAZIA TRIONFA UN ministro, La Russa METTE LE MANI ADDOSSO AL GIORNALISTA CARLOMAGNO

ESERCITAZIONI DI DEMOCRAZIA

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LA CONFERENZA STAMPA DI BERLUSCONI. L’INSOFFERENZA VERSO LE DOMANDE E LA VERITA’

10 marzo 2010

Per Berlusconi, i dirigenti del partito non hanno sbagliato. Il pasticcio delle liste è colpa dei Radicali e dei giudici. Della sinistra complottista. La conferenza stampa di stamane ci ha mostrato un (finto) premier in crisi, nervoso (“chiudete la porta”, sbraita ad un certo punto per la corrente d’aria che lo investe). Ha la voce arrochita e tesa. Il gironalista free lance Rocco Carlomagno viene brutalmente accompagnato fuori dalla sala stampa, con l’aiuto energico del Ministro della Difesa (ad personam), Ignazio La Russa:
Il sondaggio pubblicato da La Repubblica di oggi mostra che il gradimento del Governo è sceso al 38%, mentre quello del Berlusconi al 44%, con uno scarto negativo rispetto allo scorso mese del 2%. Un ulteriore sondaggio elettorale parla di aumento degli astensionisti: la crisi delle liste rischia di diventare per il PdL un danno ingentissimo.

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ELVIRA DONES: BERLUSCONI E LE BELLE RAGAZZE ALBANESI

Dalla posta ho ricevuto questa lettera aperta della scrittrice albanese Elvira Dones al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle “belle ragazze albanesi”.
In visita a Tirana, durante l’incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all’Albania. Poi ha aggiunto: “Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze”.
“Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: “le belle ragazze albanesi”.
Mentre il premier del mio paese d’origine, Sali Berisha, confermava l’impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che “per chi porta belle ragazze possiamo fare un’eccezione.”

Io quelle “belle ragazze” le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A “Stella” i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto:
rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E’ solo allora – tre anni più tardi – che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell’uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l’utero.

Sulle “belle ragazze” scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un’altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E’ una storia lunga, Presidente… Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l’avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent’anni di difficile transizione l’Albania s’è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L’Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

* Elvira Dones, scrittrice-giornalista. Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all’Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.

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