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IMPATTO VERBALE 2007/2008

Scarica gratis gli album “FUORI DA QUI” del 2008 e “MESSI MALE” del 2007 dell’ IMPATTO VERBALE.

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Fuori da Qui (99)
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L’Impatto Verbale di Aprilia nasce come gruppo rap nel 2000 sotto il nome Dust MC & Zen G.. Dust e Zen, gemelli classe 1980, cominciano nel 2001 registrare i primi pezzi. Le produzioni sono ovviamente molto grezze ma permettono al gruppo di farsi notare in giro, fino acollaborare con l’altra realtà aprilian, la WZ Crew. Con loro salgono nel Settembre 2003  sul palco in piazza Roma ad Aprilia esibendosi davanti a un discreto pubblico nella perfomance di Doppia Dose, il pezzo meglio riuscito con la WZ. Come spesso accade tra i due gruppi nascono delle incomprensioni, superate successivamente. Nel 2003 esce anche Cattive Intenzioni. Il disco autoprodotto li fa conoscere anche a Latina. Stringono Prosegui la lettura »

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COSI’ BERLUSCONI ORDINO’: “CHIUDETE ANNOZERO”

 
(foto Guardarchivio)
 
L’indagine di Trani coinvolge il premier, Innocenzi (Agcom) e il direttore del Tg1. Santoro nel mirino: “Chiudere tutto”

Silvio Berlusconi voleva “chiudere” Annozero. Un membro dell’Agcom – dopo aver parlato con il premier Augusto Minzolini – al telefono con il capo del governo – annunciava d’aver preparato speciali da mandare in onda sui giudici politicizzati. E le loro telefonate sono finite in un fascicolo esplosivo. Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi: sono stati intercettati per settimane dalla Guardia di Finanza di Bari, mentre discutevano della tv pubblica delle sue trasmissioni. E nel procedimento aperto dalla procura di Trani – per quanto risulta a Il Fatto Quotidiano – risulterebbero ora indagati. Lo scenario da “mani sulla Rai” vien fuori da un’inchiesta partita da lontano. L’indagine .- condotta dal pm Michele Ruggiero – in origine riguardava alcune carte di credito della American Express. È stata una “banale” inchiesta sui tassi d’usura, partita oltre un anno fa, ad alzare il velo sui reali rapporti tra Berlusconi, il direttore generale della Rai Mauro Masi (che non risulta tra gli indagati), il direttore del Tg1 e l’Agcom. Quelle carte di credito, in gergo, le chiamavano “revolving card”. Sono marchiate American Express e, secondo l’ipotesi accusatoria, praticano tassi usurai sui debiti in mora. In altre parole: il cliente, che non restituisce il debito nei tempi previsti, rischia di pagare cifre altissime d’interessi. E così Ruggiero indaga. Per mesi e mesi. Sin dagli inizi del 2009.

Fino a quando una traccia lo porta su un’altra pista. Il pm e la polizia giudiziaria scoprono che qualcuno – probabilmente millantando – è certo di poter circoscrivere la portata dello scandalo: qualcuno avrebbe le conoscenze giuste, all’interno dell’Agcom, che è Garante anche per i consumatori. Qualcuno vanta – sempre millantando – di avere le chiavi giuste persino al Tg1: è convinto di poter bloccare i servizi giornalistici sull’argomento, intervendo sul suo direttore, Augusto Minzolini. Le telefonate s’intrecciano. I sospetti crescono. L’inchiesta fa un salto. E la sorte è bizzarra: Minzolini, il servizio sulle carte di credito revolving, lo manderà in onda. Ma nel frattempo, la Guardia di Finanza scopre la rete di rapporti che gravano sull’Agcom e sulla Rai. Telefonata dopo telefonata si percepisce il peso di Berlusconi sulle loro condotte. Gli investigatori si accorgono che il presidente del Consiglio è ciclicamente in contatto con il direttore del Tg1. La procura ascolta in diretta le pressioni del premier sull’Agcom. Registra la fibrillazione per ogni puntata di Annozero. Sente in diretta le lamentele del premier: il cavaliere non ne può più. Vuole che Annozero e altri “pollai” – come pubblicamente li chiama lui – siano chiusi. E l’Agcom deve fare qualcosa. Berlusconi al telefono è esplicito: quando compulsa Innocenzi – che dovrebbe garantire lo Stato, in tema di comunicazione – parla di chiusura. E Innocenzi non soltanto lo asseconda. Ma cerca di trovare un modo: per sanzionare Santoro e la sua redazione servono degli esposti. E quindi: si cerca qualcuno che li firmi.

I ruoli si capovolgono: è l’Agcom che cerca qualcuno disposto a firmare l’esposto contro Santoro. Innocenzi è persino disposto, in un caso, a fornire, all’avvocato di un politico, la consulenza dei propri funzionari. La catena si rovescia: un membro dell’Agcom (che svolge un ruolo pubblico), intende offrire le competenze dei propri funzionari (pagati con soldi pubblici), a vantaggio di un politico, per poter poi sanzionare Santoro (giornalista del servizio pubblico). In qualche caso si cerca persino di compulsare, perchè presenti un esposto, un generale dei Carabinieri. L’immagine di Berlusconi che emerge dall’indagine è quella di un capo di governo allergico a ogni forma di critica e libertà d’opinione. Si lamenta persino della presenza del direttore di Repubblica, Ezio Mauro, a Parla con me: Serena Dandini, peraltro, è recidiva. Ha da poco invitato, come sottolinea il premier, anche il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. Il premier si scompone: nello studio della Dandini, due giornalisti (del calibro di Mauro e Scalfari), l’hanno attaccato. Chiede se – e come – l’Agcom possa intervenire. Innocenzi ci ragiona. Sopporta telefonate quotidiane. Berlusconi incalza Innocenzi, ripetutamente, fino al punto di dirgli che l’intera Agcom, visto che non riesce a fermare Santoro, dovrebbe dimettersi.

Il premier intercettato dimostra di non distinguere tra il ruolo dell’Agcom e il suo ruolo di capo del Governo. Pare che l’Autorità garante debba agire a sua personale garanzia. Gli sfugge anche che, l’Agcom, può intervenire soltanto dopo, la trasmissione di Annozero. Non prima. E infatti – dopo aver raccolto lo sfogo telefonico di Innocenzi sulle lamentele di Berlusconi – un giorno, il dg della Rai Mauro Masi, è costretto ad ammettere: certe pressioni non si ascoltano neanche nello Zimbabwe.

Il parossismo, però, si raggiunge a fine anno. Quando Santoro manda in onda due puntate che faranno audience da record e toccano da vicino il premier. La prima: quella sul processo all’avvocato inglese Mills, all’epoca indagato per corruzione, reato oggi prescritto. La seconda: quella sulla trattativa tra Stato e Cosa Nostra, dove Santoro si soffermerà sulle deposizioni di Spatuzza, in merito ai rapporti tra la mafia e la nascita di Forza Italia. Non si devono fare, in tv, i processi che si svolgono nelle aule dei tribunali, tuona Berlusconi con il solito Innocenzi. Secondo il premier – si sfoga Innocenzi con Masi – si potrebbe dire a Santoro che non può parlare del processo Mills in tv. Non è così che funziona, ribadice Masi. Non funziona così neanche nello Zimbabwe. Comunque Masi non risparmia le diffide.

Per il presidente della Rai non mancano le occasioni di minacciare la sospensione di Santoro e della sua trasmissione. A ridosso della trasmissione su Spatuzza, al telefono di Innocenzi, si presenta anche Marcello Dell’Utri. Tutt’altra musica, invece, quando il premier parla con Minzolini, che Berlusconi chiama direttorissimo. Sulle vicende palermitane, Minzolini fa sapere di essere pronto a intervenire, se altri dovessero giocare brutti scherzi. E il giorno dopo, puntuale, arriva il suo editoriale sul Tg1: Spatuzza dice “balle”. Tutte queste telefonate, confluite ora in un autonomo fascicolo, rispetto a quello di partenza, dovranno essere valutate sotto il profilo giudizario. Se esistono dei reati, dovranno essere vagliati, e se costituiscono delle prove, avranno un peso nel procedimento. È tutto da vedersi e da verificare, ovviamente, ma è un fatto che queste telefonate sono “prove” di regime. Dimostrano la impercettibile differenza tra i ruoli del controllato e del controllore, del pubblico e del privato.

Le parole di Berlusconi che, mentre è capo del Governo e capo di Mediaset, parla da capo anche a chi non dovrebbe, Giancarlo Innocenzi, dimostrano che viene meno la separazione tra i due poteri. Altrettanto si può dire delle parole deferenti di Innocenzi che anziché declinare gli inviti esibisce telefonicamente la propria obbedienza e rassicura Berlusconi: presto sarà aperto lo scontro con Santoro. Dietro le affermazioni sembra delinearsi un piano. È soltanto un’impressione. Ma il premier sostiene che queste trasmissioni debbano essere chiuse, sì, su stimolo dell’Agcom, ma su azione della Rai. Tre mesi dopo questi dialoghi, assistiamo alla sospensione di Annozero, Ballarò, Porta a porta e Ultima parola proprio per mano della par condicio Rai, nell’intero ultimo mese di campagna elettorale. E quindi: la notizia di cronaca giudiziaria è che Berlusconi, Innocenzi e Minzolini, sono coinvolti in un’indagine.

La notizia più interessante, però, è un’altra: il “regime” è stato trascritto. In migliaia di pagine. Trasuda dai brogliacci delle intercettazioni telefoniche. Parla le parole del “presidente”. Il territorio di conquista è la Rai: il conflitto d’interesse del premier Silvio Berlusconi – grazie a questi atti d’indagine – è oggi un fatto “provato”. Non è più discutibile. - sollecitava esposti contro Michele Santoro. Il direttore del Tg1

Da il Fatto Quotidiano del 12 marzo

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SONO NATE LE “WEBPANTERS”

Comitato di difesa del web, del libero pensiero e della libertà  d’informazione: azione diretta contro tutte le repressioni in rete…..e  non 

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Luciana P. Pellegreffi

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ARROGANZA AL POTERE

Valerio Onida
Il decreto del governo è uno strappo alle regole democratiche. Colloquio con il costituzionalista Valerio Onida – di Gigi Riva

Il Tar, la Commissione elettorale, il Consiglio di Stato. Il ricorso per riammettere la lista. Il ricorso contro il ricorso per riammettere la lista. Una piazza di qua, una piazza di là. Pannella per rinviare le elezioni, Bersani contrario. Il Cavaliere inferocito, Di Pietro che grida al golpe. Benvenuti a Caoslandia, cioè l’Italia del 2010. Dove va in onda l’ormai abituale scontro tra chi vorrebbe rispettare le regole e chi delle regole dice “me ne frego”. Tutto nato dal pasticcio delle liste Pdl non presentate in tempo utile. E dal rimedio peggiore del buco del decreto “interpretativo” varato dal governo e firmato da Napolitano. Che viola la Costituzione perché, dice Valerio Onida, 73 anni, presidente emerito della Consulta «impone di applicare la legge in modo diverso da come dovrebbe essere applicata». Quando l’articolo 101 della nostra Carta fondamentale recita: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Con il decreto il potere giudiziario non è più «soggetto soltanto alla legge» ma anche alla volontà del potere esecutivo e di quello legislativo che vorrebbero imporre non una norma per il futuro, ma una “interpretazione” (in realtà una norma diversa da quella vigente) per il passato. Conflitto c’è anche con l’articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E ha più di un fondamento la posizione della giunta regionale del Lazio che ritiene spetti alla Regione interpretare la propria legge elettorale. Per orientarsi, bisogna ripartire dall’origine del marasma, da quel decreto in cui Onida vede «l’arroganza» della maggioranza. E la conferma che «il Paese è sfasciato dal punto di vista delle regole».


Professor Onida, se il decreto è la via sbagliata, quale sarebbe stata quella giusta?
«Premessa: l’elettorato si esprime sempre, si esprimerebbe comunque, anche con l’esclusione di una lista. Ma per rimediare a un’incompletezza nata dalla mancata presentazione di una lista l’unico rimedio accettabile sarebbe quello di rinviare le elezioni. Mi riferisco al Lazio. Perché, i casi di Lombardia e Lazio sono diversi».

Spieghiamo le diversità.
«In Lombardia tutto era risolvibile con una corretta applicazione della legislazione vigente. Cosa che peraltro è successa se il Tar ha accolto il ricorso dei sostenitori di Formigoni senza bisogno di citare il decreto del governo. Ma un conto è se manca un timbro, un luogo, una qualifica, o se l’esclusione della lista è avvenuta irritualmente. Altro conto è dire che c’è stata presentazione di una lista quando non c’è stata. E siamo al Lazio».

Lì si dovrebbe rimandare il voto?
«Esatto: si tratta semmai di riaprire i termini. Cosa che non è né normale né fisiologica, ma consentirebbe di rispettare le regole in vigore senza lo strappo dell’intervento del governo. Un conto è sostenere che una lista è stata presentata quando non è vero. Un altro è prendere atto che si sarebbe andati ad una competizione incompleta e, sulla base di un larghissimo accordo, rimettere tutti in gioco».

Invece si è ricorsi al decreto “interpretativo”.
«Che, per una parte, non è interpretativo affatto. È una norma sedicente interpretativa, perché riapre i termini in una situazione concreta».

Un abuso, sostiene la giunta del Lazio, anche perché prevarica la competenza della Regione.
«Non so come sia stato argomentato il ricorso del Lazio. So però che c’è una decisione della Corte costituzionale del 2006 (numero 232) in base alla quale si dovrebbe concludere che la competenza a legiferare in materia di elezioni regionali e anche a dare l’interpretazione autentica delle norme vigenti spetta alle Regioni».

Un giudice potrebbe invalidare le elezioni se ritenesse fondate le ragioni della giunta laziale?
«Sì, potrebbe capitare. Se quel decreto legge fosse ritenuto illegittimo verrebbe meno la base normativa per la quale (in ipotesi) sarebbe ammessa la lista Pdl in provincia di Roma e si dovrebbero rifare le elezioni. È già capitato in altre occasioni. Come in Molise».

(11 marzo 2010) 

Fonte

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Pagare i giornali, ma non uno per uno

Me lo aspettavo, sapevo sarebbe arrivato ma è stata comunque una sorpresina sgradevole. Accedo dall’iPhone al Corriere della Sera versione mobile. Mi compare il temuto annuncio dalla grafica stile necrologio: «stai per entrare in un’area riservata». Se vuoi vedere il cammello, caccia la lira. 9 centesimi a pagina che, con la fruizione che faccio io abitualmente del Corriere, significa mi conviene di gran lunga prendermi il mal di pancia di comprare la carta, che spendo la metà. Potrei passare a Repubblica sul mobile, non fosse che il contenuto di notizie “free” è stato seriamente depauperato. Quattro notizie in croce, poca roba. L’alternativa è l’applicazione – anch’essa paywallata, poco poco siamo sui 4 euro al mese, così come per il Corriere. Il mio amato New York Times tra un po’ si farà pagare anch’esso e non sarà l’ultimo. Lo dicevo io, che stava arrivando.

Una questione di soldi, tanti soldi

Certo, non mi fa piacere. L’animale economico che è in me rimpiange la perdita di contenuto gratuito. Ma quello che più di tutto mi disturba non è il dover pagare. Al di là delle inevitabili reazioni emotive ed ideologiche, sta di fatto che se la pubblicità non regge più il modello dei quotidiani online, i soldi con cui pagarsi il servizio è lecito che li facciano saltare fuori da qualche altra parte – e il modello del pay per content è sempre lì in agguato. Quello che però mi disturba è che questo sistema riporta molto indietro il mio orologio del confronto delle fonti. Mi inibisce la possibilità di sentire diverse campane, di accedere a più testate, di consumare abbondanti quantità di informazione. Questo modello, sorry, mi sa che non funzionerà.

Se l’abbonamento di Repubblica potrebbe essere anche conveniente, il Corriere mi sta dicendo che se voglio leggere anche loro devo raddoppiare la posta. Riportando l’orologio ai tempi pre Internet. Dunque se vorrò leggere più di una testata con un minimo di approfondimento dal mio iPhone, dovrei cacciare dei soldi francamente importanti. In alternativa legarmi a un solo carro e con tutta onestà oggi non so a quale giornale potrei mai dare l’esclusiva della mia informazione.

Capisco di più far pagare un abbonamento a 9000 euro l’anno per una rivista che uno a 44 e rotti per un solo quotidiano. Da persona di business dico che il modello “ognuno per sé e Dio per tutti”, è corretto dal punto di vista della concorrenza. Dal punto di vista dell’uomo di marketing (e consumatore “heavy”) dico che rischia di dare una botta al mercato. E forse, lo sappiamo, è meglio avere una fetta un po’ più piccola di un mercato grosso che una bella fettona di un mercato ridicolmente piccolo. Insomma, se nel mondo del content e di internet le idee non sono generalmente chiare, qui proprio le idee sono confuse. E senza una via di uscita, applicare piani tariffari che mirino alla “ne resterà uno solo” rischiano di rompere il giocattolo.

Una bella tassa o Sky?

Una possibile soluzione etico/ideologica potrebbe essere una bella legge di intervento pubblico a sostegno dell’editoria digitale. Diamo a tutte le testate un contributo annuale dallo stato e loro in cambio liberalizzano l’accesso al contenuto su Internet e mobile. Chiamiamola “diritto all’informazione digitale”. A parte il fatto che, di questi tempi e col deficit pubblico che abbiamo, sarebbe divertente capire da quale parte del bilancio statale potremmo far saltare fuori quei soldi. E comunque l’approccio assistenzialistico, l’ombra del carrozzone, il potenziale di ricatto (diamo i soldi sì, ma solo a quelle testate che…) non sarebbe per niente 2.0

Io mi sto veramente domandando se il modello giusto non ce l’abbia Sky. Onestamente: non avrei mai fatto un abbonamento a Nat Geo, uno a Fox, uno a MTV, uno a Discovery, pezzo per pezzo, euro per euro, costi che si sommano, complicazioni che crescono. Una bella flat fee mensile che combina più fornitori di content, invece, l’ho sottoscritta con piacere. E poi sono cavoli loro come si suddividono le revenue, io intanto navigo (pardon, guardo la tv) libero e sereno, galoppo per le verdi praterie del contenuto televisivo (in media per 20 minuti al giorno). Forse quella è la strada che si potrebbe prendere per il Pay per content. O si può chiedere di fare una scelta monodirezionale, monotestata a pagamento. In quel caso, mi dispiace, sarò ancora tanto 1.0 ma in modalità mobile c’è sempre il sano quotidiano sul tavolino del bar.

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NUOVA ETICA PUBBLICA IN LOMBARDIA – MILANO 13 MARZO 2010

Un’importante occasione per conoscerci, incontrarci e scambiare opinioni.

L’etica pubblica deve tornare in Lombardia e nel paese; seminiamo un germoglio da coltivare insieme.

INFORMARSI PER CONOSCERE, PER SCEGLIERE

Vi aspettiamo.

Luciana P. Pellegreffi

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LA DEMOCRAZIA TRIONFA UN ministro, La Russa METTE LE MANI ADDOSSO AL GIORNALISTA CARLOMAGNO

ESERCITAZIONI DI DEMOCRAZIA

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IO VOTO !

 Io VOTO

- per rispetto a chi ha conquistato il voto prima di me,
-per rispetto alle donne che x questo hanno combattuto per ottenere lo stesso diritto degli uomini,
- per rispetto a tutte le mie e le altrui lotte per la democrazia,
- per rispetto alla mia volonta’ di partecipare, sciegliere e controllare,
- per rispetto al mondo che lascerò ai miei simili,
- per rispetto al mio vivere in questa società 
e per rispetto a tutti coloro che subiscono ingiustizie:
 
io VOTO !
 
Io non lascio sulle spalle di nessuno la mia assenza, 
non sto alla finestra, 
non lo sono mai stata.
 
Votare è un atto di qualche minuto; la differenza sta nell’essere attivi e presenti sempre; come ho sempre fatto e sostenuto: controllare i nostri dipendenti eletti, collaborare, sostenerli e mazziarli se se lo meritano; ma sostenerli perchè saranno in minoranza a sostenere la legalità, la trasparenza e lo stato di diritto.
IO VOTO E HO VOTATO SCEGLIENDO CON CURA E NON MOLLANDO IL GIORNO DOPO.
RESISTERE, SEMPRE
MOLLARE MAI!

Luciana P. Pellegreffi

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MARZO 1959-2010: 51° ANNIVERSARIO DELL’ESILIO TIBETANO IN INDIA

Marzo è un mese particolare per i tibetani: il 10 è l’anniversario della rivolta di Lhasa contro l’occupazione cinese del 1959 che costò la vita a 87.000 persone e che obbligò il Dalai Lama a fuggire in India. Il 28 marzo 1959, giorno in cui le autorità cinesi dichiararono illegale il governo tibetano in esilio, per volontà del governo della Repubblica popolare dal 2009 è diventata la festa della “liberazione dalla schiavitù”, intendendo in questo modo l’occupazione armata del Tibet da parte di Pechino un’azione condivisa dalla popolazione locale e definendo inoltre la figura del Dalai Lama e le legittime istituzioni tibetane schiaviste.
Ho viaggiato da settembre 2008 a giugno 2009 in India e Nepal realizzando una ricerca e un reportage fotografico sull’esilio tibetano a 50 anni dal suo inizio.
Il 28 marzo ero ad Hong Kong per realizzare un’intervista ad un membro del Fulun Gong scappato dalla Cina continentale, così ho avuto modo di seguire su vari canali televisivi la diretta delle cerimonie della festa della “liberazione dalla schiavitù”. In una Lhasa tirata a lucido c’erano migliaia di tibetani in abito tradizione inginocchiati davanti ad un palco situato nella piazza principale della città sul quale vari membri del governo di Pechino elencavano le nefandezze commesse dal governo del Dalai Lama, sottolineando invece i miglioramenti apportati dall’attuale amministrazione occupante in Tibet. Per rendere il tutto più credibile, le autorità cinesi alternavano le riprese degli elegantissimi rappresentanti del governo di Pechino presenti sul palco ad interviste fatte ai tibetani presenti alla cerimonia in cui le persone ripetevano meccanicamente i loro ringraziamenti alle autorità cinesi per averli liberati dalla schiavitù del Dalai Lama.
Da quanto è emerso da una lunga serie di interviste da me realizzate nelle principali comunità tibetane situate nel nord dell’India e in Nepal e esaminando quanto emerge dall’attuale ricerca storiografica, in realtà le cose stanno diversamente.
Se inizialmente l’occupazione del Tibet aveva semplicemente delle finalità geo-strategiche di natura militare, con l’ascesa della Cina ad officina del mondo (oggi la Cina controlla il 53% della produzione di manufatti a livello mondiale) le cose sono cambiate.
La Cina attualmente ha un assetto produttivo e dei ritmi di crescita economica che la rendono dipendente dall’approvvigionamento di materie prime sul mercato mondiale, cosa che comporta ad esempio il fatto che il governo di Pechino sia sempre più presente in numerosi stati africani con finalità dichiaratamente imperialiste.
La scoperta di uno dei più grandi giacimenti di metano al mondo custodito sotto i ghiacci dell’altopiano tibetano ha cambiato sensibilmente la strategia politica seguita dalle autorità cinesi in Tibet a partire dal 1959.
Il governo di Pechino ha messo in campo un piano di trasferimento della popolazione (in particolare di membri della principale etnia presente in Cina, cioè gli han) stimolato da lauti incentivi economici e facilitato dall’inaugurazione, nel luglio del 2006, della linea ferroviaria che collega Pechino con Lhasa. Di conseguenza oggi gli han sono l’etnia maggioritaria in Tibet.
L’unico punto su cui la strategia governativa è rimasta immutata è la repressione della cultura tibetana, cosa che spinge migliaia di tibetani ad attraversare l’Himalaya a piedi per fuggire a questa situazione.
L’attraversamento dura all’incirca un mese ed avviene molto spesso senza un abbigliamento e viveri adeguati.
In seguito agli accordi stipulati tra il governo cinese e quello nepalese dopo l’ascesa al potere in Nepal del partito maoista (aprile 2006), i tibetani molto spesso devono fuggire sia dalle truppe dell’esercito cinese che da quelle nepalesi, entrambe prive di remore nel sparare addosso alle colonne di tibetani diretti al confine. Molti tibetani ovviamente muoiono di stenti e di freddo durante l’attraversamento dell’Himalaya, ma anche a causa dei proiettili sparati sia dall’esercito cinese che da quello nepalese.
Una volta attraversato il confine nepalese i tibetani trovano a Katmandu’ un centro d’accoglienza gestito dall’Onu, dove hanno la possibilità di ottenere lo status di rifugiati e di salire su un autobus diretto a Daramsala, città situata nel nord dell’India e attuale residenza del governo tibetano in esilio.
A Katmandu sono andata a fare una visita a questo centro d’accoglienza meta dei tibetani che varcano l’Himalaya alla ricerca della libertà.
Un rifugiato fornito di un ottimo inglese mi ha raccontato che sono sempre di più i tibetani che muoiono durante l’attraversamento del confine per mano dell’esercito nepalese. Ha aggiunto anche che la presa di posizione politica del Dalai Lama in merito all’autonomia e non all’indipendenza del Tibet dal governo di Pechino non è condivisa dalla maggior parte della popolazione, cosa che però non mette in discussione l’autorità del capo spirituale e politico dei tibetani.
Ho pranzato con un tibetano che lavora per Human Rights Watch. Il suo compito è raccogliere le storie dei tibetani appena arrivati in Nepal e compilare dei rapporti per la ONG per cui lavora. Da quanto mi ha raccontato, la libertà religiosa concessa in Tibet di cui il governo di Pechino si vanta è una farsa.
Quando arrivano a Daramsala i tibetani finiscono in un centro per i rifugiati gestito dal governo in esilio e situato nel centro della città. E’ da qui che nasce per loro una nuova vita, in un paese che parla una lingua per loro incomprensibile e che offre poche opportunità di lavoro e quindi d’inserimento sociale.
Una delle conseguenze delle spaesamento connesso a questo esilio forzato in un altro paese è la crescita tra i tibetani del consumo di alcol e droga. Per questa ragione il governo tibetano ha aperto un centro per il recupero dei tossicodipendenti. Durante un’intervista il direttore di questo centro di recupero ha sottolineato che l’aumento del consumo di alcol e droghe tra i tibetani è dovuto alla disoccupazione, alle difficoltà d’inserimento in un paese che parla una lingua diversa e di difficile apprendimento come l’hindi, ma anche molto spesso all’ignoranza sugli effetti delle sostanze con cui i giovani si accostano a questo tipo di consumi.
A rendere maggiormente difficoltoso l’inserimento dei tibetani in India contribuisce anche lo status giuridico di rifugiati, cosa che rende assai difficile per un tibetano lasciare l’India ma anche costruirsi una vita nel paese stesso al di fuori delle comunità tibetane.
Anche le forti tensioni presenti tra la comunità indiana e quella tibetana, in contrasto con l’armonia che regna sul piano diplomatico tra il governo di Delhi e quello in esilio, rendono complicato l’inserimento dei rifugiati nel nuovo contesto.
Da un’intervista fatta ad un medico tibetano residente a Daramsala da oltre trenta anni sono emersi vari episodi di violenza tra le due comunità, come ad esempio l’inaugurazione avvenuta a metà degli anni ‘80 del Centro di medicina e astrologia tibetano di Daramsala. L’edificio venne circondato da un gruppo di indiani e danneggiato. I tibetani non poterono chiamare la polizia perchè per tre giorni le linee telefoniche vennero interrotte.
Daramsala è anche sede di numerosi e molto attivi movimenti politici, dove i rifugiati appena arrivati in India possono trovare invece spazi in cui è per loro possibile partecipare alla vita della comunità. Il Gu-Chu-Sun (associazione composta da ex prigionieri politici), il Tibetan Women’s Association e il Tibetan Youth Congress sono tutte organizzazioni fortemente orientate all’indipendenza del Tibet e non all’autonomia, ancora una volta in contrasto con quanto sostiene il Dalai Lama. Le attività principali di questi movimenti politici sono l’organizzazione di manifestazioni di protesta e la produzione di materiale informativo sulla questione tibetana.
La biografia di Gompo, un ragazzo di 25 anni arrivato a Daramsala cinque anni fa dal Tibet, sintetizza molto bene la realtà materiale in cui i rifugiati sono costretti dalle circostanze a muoversi, ma anche l’approccio culturale con cui queste persone si rapportano alla loro terra d’origine e al nuovo contesto in cui sono obbligati ad inserirsi.
Appena è arrivato a Daramsala Gompo ha iniziato a studiare l’inglese, mentre non si è mai premurato di apprendere l’hindi. Per cinque anni è stato mantenuto da un fratello che è riuscito ad emigrare in Europa, ma da qualche mese ha trovato lavoro in un bar a Daramsala raggiungendo così l’autonomia economica. Partecipa attivamente alla maggior parte delle iniziative politiche che si svolgono di frequente in città. Prova molto dolore per il fatto che non potrà tornare in Tibet probabilmente fino al resto dei suoi giorni, visto che la cosa comporterebbe l’arresto e otto anni di reclusione da scontare nelle carceri cinesi. Ci tiene molto a sottolineare però che il nemico dei tibetani è il governo di Pechino e non la popolazione, visto che anche i cinesi sono schiacciati dalla dittatura e che comunque sono brave persone. Questo concetto tante volte ripetuto da Gompo durante l’intervista penso che sia la sintesi di uno dei capisaldi della cultura tibetana da cui la cultura occidentale ha qualcosa da imparare: il pacifismo agito e non solo teorizzato.

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LEGITTIMO IMPEDIMENTO … LEGITTIMO ?

Bandanas Vignette

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MANIFESTAZIONE UNITARIA SABATO 13 MARZO ORE 15 LARGO CAIROLI – PER LA DEMOCRAZIA E LO STATO DEI DIRITTI

Comunicato Stampa
Questa mattina 10 MARZO si sono riuniti i rappresentanti e i coordinatori del Popolo Viola di Milano, di Qui Milano Libera, di Adesso Basta!, Movimento 5 Stelle Lombardia, Italia dei Valori, Sinistra Ecologia e Libertà, Federazione della Sinistra, Verdi, Partito Socialista, Partito Democratico, e hanno concordato il seguente comunicato:

Le forze sociali e politiche democratiche invitano tutte e tutti a mobilitarsi per un forte impegno civile ed etico in difesa della Costituzione e della Democrazia, denunciando la gravissima emergenza dell’aggressione del Governo allo Stato di diritto, le leggi ad personam, il cosiddetto legittimo impedimento e il decreto salva liste. Denunciando inoltre l’attacco ai diritti e alla dignità del lavoro, in particolare all’articolo 18, e alla libertà di stampa.

Mettendo da parte la competizione elettorale per difendere la Democrazia e i principi di eguaglianza e dello Stato di diritto che appartengono a tutti. Diamo vita ad una grande manifestazione unitaria, partecipiamo tutte e tutti, sabato 13 marzo dalle ore 15 in largo Cairoli.

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