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Category: lavoro (Page 1 of 176)

Intervista a Federica – “La mia famiglia annichilita e senza un futuro per la crisi economica.”

 Intervista di Luchino Galli, blogger e mediattivista 
Negli ultimi
anni, anche nel nostro Paese la crisi economica ha sconvolto la vita di
milioni di persone e delle loro famiglie, in nome di logiche economiche
dipinte come ineluttabili. È accaduto anche a Federica…
Federica, quanti siete in famiglia, e su quali redditi potete contare?
In
famiglia siamo in cinque, io, mia figlia 24enne con 2 bimbe piccole, e
mio figlio 16enne; un unico reddito mensile di 800 euro, da un mese
passati a 700, essendomi stato ridotto l’orario settimanale: in pratica
lavoravo come precaria per 35 ore settimanali, ora sono 31 ore; 700 euro
più l’assegno familiare per mio figlio;  da un anno lotto con l'Inps
perché anche mia figlia,  disoccupata, li ottenga per le due nipotine!
In
questi giorni ho ricevuto da equitalia una cartella di 3 mila e passa
euro. Purtroppo ci stava il fermo amministrativo sull'auto;  sono 
riuscita  a farmela rateizzare: 100 euro e poco più al mese per
ventisette mesi, tra un mese mi  arriveranno i bollettini a casa…
Come fai a mantenere la famiglia con queste entrate?
E’
molto… molto difficile! I nostri soldi vanno  quasi tutti in cibo;
compro solo latte, pane e pasta, gli alimenti che costano di meno,
ortaggi che riesco a trovare per pochi soldi; purtroppo niente carne,
niente succhi, né biscotti per le piccole… Le bollette, luce e metano
che usiamo il meno possibile, le pago sempre in ritardo;  l'acqua e la
spazzatura purtroppo non riesco a pagarle!
I Tuoi figli, i Tuoi nipoti come vivono questa situazione? 
I
miei figli sono mortificati, a volte piangono perché non hanno il
minimo indispensabile; le nipotine sono cresciute in questa situazione,
non chiedono molto, sono buone, non fiatano.

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REDDITO MINIMO DI CITTADINANZA – Intervista all’economista Andrea Fumagalli, vicepresidente di Bin Italia


Andrea Fumagalli
Foto di David Fernández

Luchino Galli,
blogger e mediattivista, intervista Andrea Fumagalli, professore
associato di economia politica all’Università di Pavia.
Andrea,
tra gli economisti italiani sei uno dei maggiori esperti di reddito
minimo garantito; sei anche vicepresidente di BIN Italia. Di cosa si
occupa e perché è nata quest’associazione?
Il Bin
(Basic Income Network . Italia) è costituito da sociologi, economisti,
filosofi, giuristi, ricercatori, liberi pensatori che da anni si
occupano di studiare, progettare e promuovere interventi indirizzati a
sostenere l’introduzione di un reddito garantito in Italia. A tal fine è
stato ideato un sito come strumento per l’aggregazione delle idee
(http://www.bin-italia.org). Ne è risultato un network di competenze
diverse che muovono però nella medesima direzione, sotto un «logo
comune», quello del “BIN Italia”, perché comune è l’obiettivo: giungere
all’introduzione di un Basic Income per tutti.
Il confronto
nazionale ed internazionale sul reddito di cittadinanza (Basic income)
ha conosciuto un vibrante sviluppo ed al tempo stesso uno straordinario
arricchimento. Il ragionamento collettivo sul tema ha trovato ulteriori
connotazioni negli anni nei quali sono divenute egemoni condizioni e
modalità produttive che in genere vengono riassunte nell’espressione
“biocapitalismo cognitivo” o, più generalmente, “post-fordismo”. Il
Basic income è diventato, in questo modo, il fulcro attorno al quale
diveniva possibile ridisegnare il nuovo statuto delle garanzie non solo
del lavoro, ma della cittadinanza. Il reddito di esistenza, come è stato
spesso definito il Basic Income, pone la questione centrale su cosa
siano oggi, a fronte delle trasformazioni sociali e globali, i diritti
sociali, cosa significa garanzia di un livello socialmente decoroso di
esistenza e della possibilità di scelta e di autodeterminazione dei
soggetti sociali. Il dibattito italiano ha goduto di una forte varietà
di riferimenti e di ottiche di lettura che bene fa comprendere la sua
originalità e ricchezza. È stata centrale, in questo dibattito, proprio
l’analisi delle trasformazioni produttive degli ultimi decenni, in
particolare l’emergere della condizione precaria come condizione
generale del lavoro, la cui indagine rappresenta il contributo forse più
interessante che il dibattito italiano può offrire al contesto
internazionale.
Cosa si intende per reddito minimo
garantito? È possibile darne una definizione? Qual è la Tua idea di
reddito minimo garantito per il nostro Paese?

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Intervista ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca

Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantitoCinque domande ad Alessandro Tambellini, candidato sindaco per la coalizione di centrosinistra a Lucca.
* (Partito Democratico, Sinistra Ecologia Libertà, Federazione della Sinistra, Italia dei Valori, Lucca civica Tambellini Sindaco)
Luchino Galli, blogger e mediattivista, intervista Alessandro Tambellini
Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 
Dottor Tambellini, come è nata la Sua candidatura a sindaco, e quali sono le Sue parole d’ordine “per aprire una nuova stagione” nella città di Lucca?
La mia candidatura è nata da un percorso condiviso dei partiti del centrosinistra che mi hanno scelto come candidato sindaco all'unanimità. Insieme ai partiti c'è stato, e c'è, un pezzo importante della società civile che mi accompagna e mi sostiene da tempo e che rappresenta un valore aggiunto notevole.

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Il contrasto alla disoccupazione adulta nei programmi dei candidati sindaco. Intervista a Daniela Rosellini, Movimento 5 Stelle


Sviluppo sostenibile, contrasto alla disoccupazione adulta e giovanile, welfare locale e reddito minimo garantito: parla Daniela Rosellini, candidato sindaco di Lucca. 
Il sindaco del centrodestra Mauro Favilla è in corsa per il sesto mandato, ma nello scenario politico lucchese consolidati equilibri si sono rotti e saranno undici i candidati sindaco alle prossime elezioni amministrative del 6 e 7 maggio. 
Daniela, come è nata la Tua candidatura a sindaco, e quali sono le Tue parole d’ordine per fare della città di Lucca un Comune a 5 Stelle?
Il lavoro che svolgo mi porta quotidianamente a stretto contatto con i disagi delle persone e delle loro famiglie; problematiche importanti da risolvere, per il mio ruolo professionale, da dietro uno “sportello”. Ma aldilà di questo divisorio ho da tempo capito che non esiste un generico signor Rossi: oltre quel limite c’è l’individuo, il Signor Rossi, c’è la nostra famiglia, i nostri figli, i nostri nipoti.
Così mi sono messa in movimento, ho idealmente scavalcato quel divisorio e ho cercato di dar voce a quanti tra i miei concittadini non riescono (per innumerevoli cause) a farlo.
Sono stati anni impegnativi, di ricerca, di contraddizioni, di tentativi che hanno permesso di portare alla luce il mio primordiale desiderio: quello di ridestare la coscienza dei troppo assopiti e stimolare la loro partecipazione diretta.

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8 marzo-

Due parole ed una poesia…di Giandiego Marigo

Rifuggo le ricorrenze, sono altresì convinto che moltissima retorica ci sommergerà oggi. Già mi figuro l’inutile profusione di mimose e di frasi fatte. Eppure al di là della montagna di “ovvietà” l’8 marzo ha un senso che si“radica” nella tradizione e nella storia dell’alternativa e dei movimenti…ed è solo per questo e per l’amore ed il profondo rispetto e stima…ed anche perchè io, fondamentalmente, la penso come Hernan Mamani, che profetizza nelle donne la strada della spiritualità a divenire…bhè insomma per tutti questi motivi e mille altri io dedico questo:


Canzone per loro

Parlare di loro
della loro bellezza
Della pienezza o del vuoto profondo
Amarle, se puoi, come puoi
Per quanto poi te lo lascino fare
Sentire dei loro tempi, le esigenze
Il richiamo gentile della calma
Dolce sensazione di lentezza
Ascoltarle nei loro discorsi
quel parlarsi di tutto
quell’aprirsi dell’anima
Come di un fiore che schiude
Ed invidiar di lor fertilità la meraviglia
che si ripete sempiterna
avere in sé la vita
Ricordare e capire del loro parlare
Qell’amarezza antica e quel dolore
Che è tutto loro
che è solo delle donne



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Eternit, le vittime di Bagnoli "I nostri morti non sono di serie B"

Fonte foto

Su internet la rabbia delle famiglie degli operai in Campania. Per quanto riguarda i loro stabilimenti, il Tribunale ha dichiarato che il reato è prescritto.
 
TORINO – “Non possono esistere morti di serie A e di serie B, morti di Casale e di Bagnoli”. Il giorno dopo la storica sentenza 1del processo Eternit cominciano a fioccare su internet le reazioni di chi, di quel verdetto, non è soddisfatto: il Tribunale ha dichiarato che il “disastro ambientale” (ma non la “rimozione di cautele”) provocato dagli stabilimenti di Napoli-Bagnoli e Rubiera, in provincia di Reggio Emilia, è prescritto.

SEGUE

Ai manager Eternit 16 anni di reclusione per i parenti delle vittime 95 milioni

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«È il fango morale che ha seppellito il Pd»

Don Andrea Gallo  

Don Andrea Gallo

MILANO – «L’ho saputo direttamente da Marco, al telefono… È qui la politica finalmente!». Don Andrea Gallo, genovese, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto, non nasconde l’entusiasmo per la vittoria del candidato indipendente Doria alle primarie del centrosinistra.
Perché ha sostenuto pubblicamente Marco Doria?
«È un candidato che interpreta la politica come servizio. Un professore universitario stimato e amato dai suoi studenti, che la mattina dopo le primarie era in classe a tenere regolarmente le sue lezioni».

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QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO. INTERVISTA AL PROF. GIUSEPPE CARLO MARINO

 GIUSEPPE CARLO MARINO
                           
A QUANTI HANNO TEMPO E PAZIENZA DI LEGGERE, PER UNA RIFLESSIONE SUI LIMITI E SUGLI INGANNI DEL c.d. "RIFORMISMO"
 Diacronie Studi di Storia contemporanea
Numero 9, Gennaio 2012 “QUANDO LA CLASSE OPERAIA ANDAVA IN PARADISO.
Le sinistre europee nell’”età dell’oro” del capitalismo” 
Intervista a cura di Luca Bufarale e Fausto Pietrancosta
  1. Che giudizio ritiene di dare sul periodo definito dalla storiografia francese les trente glorieuses, il trentennio 1945-1973, dal secondo dopoguerra ai prodromi della grande crisi economica degli anni settanta? Quale analisi si sente di fare sugli aspetti e le caratteristiche che hanno contribuito a definire quegli anni e il rapporto con l’epoca attuale?
Trente  glorieuses  o la più celebre definizione di Eric Hobsbawm “l’età dell’oro”? E’ lo stesso. Se una siffatta periodizzazione ha la sua base nell’economia (così come la domanda opportunamente suggerisce), occorrerebbe andare indietro fino agli anni Trenta e da lì, in particolare dalla seconda fase del New Deal, procedere in avanti seguendo lo svolgimento di un ciclo unitario delle trasformazioni del capitalismo segnato dal fordismo e dal keynesismo. Il tutto, pur con  assai numerose varianti  territoriali (ovvero “nazionali”), sulle linee dinamiche di una società di massa nella quale si sarebbe sempre più intensificata una proficua dialettica produzione-consumo che richiedeva un rigoroso controllo pubblico sulla moneta e sulle attività finanziarie, un’organica  composizione (mediante un meccanismo  di “concertazione” nei rapporti tra capitale e lavoro) del conflitto sociale e  salari crescenti, nonché l’imposizione di regole e vincoli ad un mercato regolato e razionalizzato dalla politica mediante un’opportuna legislazione. La stesso dramma del ’29,  estesosi dagli Usa all’Europa con effetti assai larghi nel mondo intero, aveva dettato la sua lezione, raccolta dal  presidente Franklin Delano Roosevelt dopo il quadriennio  fallimentare  del suo predecessore Erbert Clark  Hoover: il capitalismo avrebbe potuto sopravvivere ad una sorte che sembrava a molti ormai segnata, soltanto trasformandosi in un sistema idoneo a produrre uno sviluppo crescente stimolato dai consumi, a loro volta alimentati da un processo di redistribuzione sociale dei profitti e della ricchezza. In altri termini, un superamento del liberismo e l’impianto di un sistema che, al di là della stessa liberal-democrazia, potrebbe, in senso lato, dirsi “socialdemocratico”.  La sua concretizzazione in Europa sarebbe avvenuta nei termini di una progressiva affermazione ed estensione dello “Stato sociale” (con esiti persino più avanzati  dell’Opulenty Society  statunitense, ma  sullo sfondo paradigmatico  dell’american way of life),  a partire dal secondo dopoguerra, una volta travolta la variante autoritario-reazionaria della risposta alla crisi del ’29  tentata dai fascismi (che pure, a loro modo – va riconosciuto – si erano mossi verso un’atipica forma totalitaria di “Stato sociale”). Dalla parte opposta al capitalismo, si sarebbe svolta, con una forza propulsiva decrescente, la grande sperimentazione del “socialismo reale” nata dalla rivoluzione d’ottobre.   Nel complesso, un itinerario unico −seppure un quadro molto variegato non uniforme e con molte contraddizioni −  segnò  quelle epocali  trasformazioni del capitalismo che, in Occidente, nell’area euro-atlantica,  andarono a sfociare nella prodigiosa stabilizzazione del “trentennio glorioso”. Per alcuni anni di quel trentennio i riferimenti “alti” di un’inedita espansione sociale del benessere e della ricchezza  sarebbero state la Gran Bretagna laburista e soprattutto le socialdemocrazie nordiche del  Continente.  Il nostro Paese, del resto come  la Germania,  fece il suo ingresso più tardi nell’eldorado: nei primi anni Sessanta, dopo la ricostruzione degli anni di De Gasperi e sotto la spinta radicalmente innovatrice del “miracolo economico”. Personalmente ricordo – ne ho scritto con una certa enfasi nostalgica nel mio Biografia del Sessantotto (Bompiani, 2005) che vissi  quel senso liberatorio di partecipazione ad una vita di colpo fattasi ottimistica e solare (dopo le plumbee caligini degli anni Cinquanta) ad apertura di quel decennio, mentre si  stava aprendo la stagione  del “centro-sinistra”: si discuteva, con speranza, di “riforme strutturali”, di  “programmazione economica”, di piena occupazione, di liquidazione della “questione meridionale”, di emancipazione femminile, di diritti alla salute, allo studio, alla casa, al salario garantito, nello slancio del “primato” riconosciuto alla politica  e  nella rivendicazione collettiva dei  progressi conseguibili con la  socialità, al segno dell’ uguaglianza e della  giustizia sociale, tra fabbriche in espansione e decine di migliaia di cantieri aperti  che stavano rinnovando il volto stesso del Paese. Un tempo favoloso per me. Figuriamoci per i precari e per i  giovani di  oggi!

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Testimonianza di Anna Regolizio di Grosseto – Sentenza processo Eternit, 13/02/2012

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Ciro Argentino e G. Morese Ass. Legami d’Acciaio onlus ThyssenKrupp Sentenza Eternit, 13/02/2012

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Elena Ferrarese del Comitato Case Popolari "White", Milano – Sentenza processo Eternit, 13/02/2012

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Michele Michelino – Sentenza processo Eternit, 13/02/2012

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SE….

di Marigo Gandiego

Se voi foste sinceri, quando vi riempite la bocca di parole…bhè, ve lo garantisco, si sentirebbe.

Se noi tutti, fossimo meno incalliti ed abituati all’eterna recitazione di una parte, se non dessimo per scontato che mascherarsi, accettare, conformarsi sia il modo normale di sopravvivere in questa società…se, dentro di noi, questa convinzione non ci tarlasse..e soprattutto se non la insegnassimo ai nostri figli come forma di estrema rassegnazione a quel che c’è…bhè, forse, avremmo qualche speranza in più.

Abbiamo riempito i nostri libri di concetti alti che ci guardiamo bene dall’applicare nel nostro quotidiano, quasi fossero l’elenco delle cose da non fare…per evitare d’essere derisi o definiti utopisti.

Nella definizione popolar-universalista che ci ricorda e ci recita:

CHE IL MONDO E’ DEI FURBI!

Noi sintetizziamo e, contemporaneamente rinunciamo a millenni di maturazione filosofica, etica e morale, sull’altare di una praticità pragmatica che riteniamo indispensabile. Unico modo per governare le nostre questioni.

Ammettendo l’impossibilità delle motivazioni e giustificando, nel nostro profondo, le metodologie del furbo (ovviamente sempre altro da noi), consegniamo al mondo l’eterna sconfitta di questi alti concetti e l’ineluttabilità di questo sistema.

Anche adesso, anche qui, ci sarà qualche saggio che dichiarerà come “non ci serva una maestrina con la penna rossa, ma gente che abbia voglia di fare e di cambiare”…frase fatta di sicurissima presa in qualunque contesto…poi quando mancheranno, tanto per fare un esempio, 13 milioni dalla cassa sarà sempre per caso, sempre un offesa, tutti saranno occupati nel fare qualche cosa, qualsiasi cosa, fosse anche soltanto sollevare polvere nessuno si chiederà “perché”.

Se quando diciamo “cambiamento”, noi semplicemente credessimo in quel che diciamo, tanto da essere quel che chiediamo…bhè allora esso sarebbe qui…ora! E non in un domani nebuloso ed improbabile.

Oggi assistiamo alla fiera della menzogna…ma una sola semplicissima premessa basterebbe a insinuare il dubbio. Se davvero voleste cambiare qualche cosa in questo sistema…non iniziereste dai rapporti di potere…non iniziereste dal sistema stesso? Ed il fatto che non lo facciate, ma che, anzi ribadiate la validità della strada intrapresa non significa forse che state “conservando” e non “cambiando”?

Rifuggo però le applicazioni troppo immediate e pratiche di questo pensiero, sebbene saltino agli occhi, non tanto e non solo perchè sarebbe semplice il farlo, ma perchè preferisco in questo contesto mantenere un profilo elevato, che mi permetta dimostrare, quanto meno a livello speculativo, come la spiritualità ed il concetto di cambiamento, anche pratico possano e debbano viaggiare insieme.

Se, quindi, si volesse essere compresi, capiti, se si volesse davvero, per esempio, che i motivi profondi di questa crisi fossero patrimonio di tutti…qual strada più semplice ed ovvia del farsi capire? Dello spiegare in modo comprensibile…del rinunciare alle criptografie da addetti ai lavori, ai sottintesi simbolici da iniziati?

Ed il fatto di scegliere di mantenere i linguaggi oscuri e di accettare la logica del politichese del bancario e del finanziese anche da parte di chi dovrebbe per vocazione alfabetizzare e far comprendere al popolo, non significa ,forse, rinunciare alla propria cultura ed al proprio punto di vista?

Forse che la semplificazione dei linguaggi rivelerebbe l’arcano della costruzione basata su premesse false?

Forse, che costringerebbe a troppi postulati, dati per scontati. Ed ancora, per esempio, se non si premettessero un profitto a due cifre e un abisso di differenza fra il ricchissimo ed il poverissimo, se non si dessero per premessi, immodificabili, persino necessari alcuni abusi alcuni privilegi. Non risulterebbe , forse, più semplice e più credibile la coniugazione del termine equità, oggi tanto stiracchiato ed abusato da divenire persino offensivo?

Per fare questo allora che cosa occorrerebbe se non la volontà e la convinzione di farlo o di non farlo? Ed il fatto che questa volontà non esista non definisce forse, di per sé, la ragione per cui nulla di tutto questo succede realmente?

Però come può “il furbo” consegnarci un mondo di eguali? Chiediamocelo, alla fine chi è il furbo?

Ed infine se noi stessi (che furbi non siamo) premettiamo la consegna del mondo a costoro come possiamo poi pensare, pretendere ed immaginare un mondo diverso da questo?

Vogliamo politici diversi? Amministratori onesti ? Vogliamo un modo giusto? Non esiste altro modo che premetterne i valori nelle nostre pratiche quotidiane. Ed allora, sebbene già ora lo sia per chi voglia sentire, il senso della verità sarà palese, pratico e percepibile. Non sentirà esigenza di spiegazioni o precisazioni…pechè non esiste davvero nulla come il non voler dire la verità per favorire la menzogna…assioma forse semplicistico, ma crudelmente pragmatico (come piace a molti) en esiste nulla come la necessità di mentire per rendere difficile, elaborato ed incomprensibile l’eloquio di chi ci vuole convincere

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Quant’è monotona la figlia della Fornero: ha più di un posto fisso

 
Quando si tratta di pontificare, questi “tecnici” del governo, non si tirano mai indietro: dispensano predicozzi a destra e a manca, lanciano affondi a reti unificate perché tanto loro non sono mica politici, stanno lì per “salvare” il Paese dalla crisi che i loro sponsor hanno creato. Sì ok ma da questi tecnici e dalla loro arroganza chi ci salva? Chi ci salva da quel tal Michel Martone, superaccomandato viceministro al welfare, amico di Brunetta, Dell’Utri e Previsti, ormai celebre per la sua indegna uscita sugli sfigati che in qualsiasi altro Paese avrebbe comportato immediate dimissioni. Chi ci salva da Monti che ieri a Matrix ci ha regalato un’altra preziosissima indicazione esistenziale: “Il lavoro fisso? Che monotonia” ha detto il senatore a vita.
E poi però, se vai a guardare bene, questi “tecnici” del governo al posto fisso ci tengono eccome. E mica solo per loro ma anche per i loro figli. Vedi per esempio Elsa Fornero, ministro del lavoro: sua figlia, Silvia Deaglio, di anni 32, è ricercatrice in genetica medica, professore associato alla facoltà di Medicina dell’Università di Torino, il medesimo ateneo in cui insegnano, ad Economia, i suoi illustri genitori, mamma Elsa e papà Mario Deaglio. Un conflitto di interessi grande come una casa. Ma non è finita: la figlia della Fornero è anche responsabile unità di ricerca, ruolo assegnatole dalla HuGeF, fondazione che ha come mission la ricerca di eccellenza e la formazione avanzata nel campo della genetica, genomica e proteomica umana.
La HuGeF è un’istituzione creata e finanziata dalla Compagnia di San Paolo, ente del quale la Fornero è stata vicepresidente dal 2008 al 2010 e per conto della quale è stata designata alla vicepresidenza della banca Intesa, carica lasciata solo dopo aver ricevuto la nomina ministeriale. Un altro conflitto di interessi grande come una casa.
Povera ragazza: chissà quanto si annoia.

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Piazza Fontana, quel dannato 12 dicembre a fumetti…

 
Qui uno stralcio dell’introduzione (apparsa alcuni giorni fa su L’Unità) scritta dal Aldo Giannuli al graphic novel «Piazza Fontana», di Francesco Barilli e Matteo Fenoglio, da pochi giorni in libreria e che consigliamo vivamente a tutti i lettori!
Quello che avete fra le mani non è solo un fumetto. È qualcosa di diverso e di più: è un modo originale di raccontare la storia, e insieme un «appello» all’impegno civile in un’epoca di scarsa partecipazione politica. «Dov’eri il 12 dicembre 1969?» Con ogni probabilità, la grande maggioranza di chi sta leggendo queste righe non era ancora nata e ha una nozione molto approssimativa di quella vicenda. Io invece ricordo perfettamente quella lontana serata. Ricordo nitidamente quel periodo anche per ragioni personali (mio padre era morto meno di due mesi prima). Studente di prima liceo classico, ero a casa a studiare per l’interrogazione di matematica (la mia bestia nera). Lasciai perdere tutto per sentire cosa diceva il telegiornale.
Dopo quattro giorni ci fu la manifestazione indetta da tutti i partiti della sinistra e dalle associazioni partigiane (settariamente, l’estrema sinistra non aveva aderito). Ci andai: non eravamo più di quattrocento. 
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